Catania è la città con il tasso più alto di studenti che non arrivano a completare il proprio percorso scolastico: oltre un giovane etneo su quattro – circa il 26,5% – ha lasciato la scuola prima di conseguire il diploma secondo i dati risalenti al 2021. Il report, stilato dalla Fondazione Openpolis, è drammatico, fotografia di come il triste fenomeno della dispersione scolastica stia prendendo sempre più piede sul territorio etneo. I ragazzi, a Catania, non riescono a finire la scuola, optando ancor prima del compimento della maggiore età per la strada del lavoro o, peggio ancora, venendo invischiati in attività illecite e come manovalanza per la criminalità organizzata.
Fisichella al QdS.it: “La maggior parte dei giovani catanesi ha solo la terza media”
Ai microfoni del QdS.it è intervenuto sul tema il dottor Antonio Fisichella, presidente del “Comitato contro la dispersione scolastica”, che ha descritto appieno la gravità di quanto sta accadendo alle future generazioni della città dell’Elefante in tema di istruzione: “I dati sono del 2021, con Openpolis che ha stilato un indice di disagio socio-economico nelle grandi città di tutt’Italia. I numeri di Catania sono i più alti d’Italia, aggirandosi tra il 23 e il 26%: è gravissimo, si tratta di un dato enorme. La dispersione scolastica misura tutti coloro i quali hanno raggiunto al massimo come titolo di studio la terza media, ritrovandosi così in possesso di un sapere del tutto inadeguato alle esigenze del mondo di oggi. Ormai i dati sono noti, consolidano un quadro che purtroppo già conosciamo.
Anche “Save The Children”, per fare un esempio, ha misurato la gravità della situazione giovanile nei quartieri di Catania. Secondo l’Istat, invece, il maggior disagio si concentra tra zone come “Angeli Custodi”, “Zia Lisa”, “Librino”, “San Cristoforo” e via discorrendo. Adesso è tempo di agire davvero. Il grande Giambattista Scidà, ex presidente del Tribunale per i minorenni di Catania che ha dedicato la sua vita e la sua carriera alla lotta contro l’abbandono scolastico e la devianza minorile in Sicilia, già negli anni ’80 descriveva di intere generazioni che non godevano di un diritto fondamentale come l’istruzione. La situazione è difficile soprattutto per i quartieri e le periferie e va avanti da ormai 40 anni: i dati sono financo eccessivi. Il disagio è massimo, la città è in una situazione drammatica: rischiamo di mandare a morte civile intere generazioni che non hanno strumenti per orientarsi nella realtà del 2026″.
Il pericolo per i giovani di finire nelle mani della criminalità organizzata
Antonio Fisichella ha poi spiegato come, pur non essendoci una correlazione provata e diretta, la dispersione scolastica vada pericolosamente a intrecciarsi con il coinvolgimento dei ragazzi nel mondo della criminalità organizzata. “Negli scorsi anni, sul tema, ho pubblicato un’opera dal titolo “Che ne faremo dei nostri ragazzi?”, con i contributi di studiosi di altissimo livello in materia di povertà educativa e politiche per l’Infanzia come Marco Rossi Doria, nonché Isasia Sales, tra i maggiori esperti sul Mezzogiorno e le mafie. Ecco, in lungo e in largo, abbiamo analizzato il fenomeno, andandoci a concentrare anche sull’altrettanto drammatico caso della criminalità minorile a Catania. Infatti, tra il non andare a scuola ed essere assoldati dalla criminalità organizzata non c’è un rapporto oggettivo, ma essa si pone logicamente come una pre-condizione che li mette fortemente a rischio. Non c’è nessun automatismo, ma fanno parte dello stesso processo di esclusione e impoverimento nello scegliere la propria vita e la propria libertà. Il nostro distretto giudiziario sulla criminalità minorile – e questo sottolinea la gravità della situazione – ha dati paragonabili a quelli di grandi metropoli come Napoli o Roma, città tre volte più grandi della nostra”.
“Ecco le soluzioni: le scuole non vanno lasciate da sole”
Il fenomeno, dunque, è arduo da contrastare, ma le soluzioni sembrerebbero esserci a patto di una maggiore attenzione delle Istituzioni nei confronti dei giovani e delle periferie della città: “A Catania le risorse ci sono, sono presenti tante scuole e associazioni che sono in campo per combattere il fenomeno. Bisogna mettere in atto sempre più le esperienze positive che vengono realizzate nelle Chiese e negli Oratori. Cito ad esempio i ‘Progetti integrati’ del Comune di Catania che, però, bisogna mettere nella pratica in relazione con le scuole. I ragazzi che entrano a fare parte dei centri di aggregazione devono andare oltre i 3 anni previsti per tali iniziative: a riguardo, manca una progettualità di fondo. I centri di aggregazione, che raccolgono i ragazzi in 19 punti della città, entrano in rapporto con la scuola? Non sempre avviene: un legame più stretto sarebbe un grande passo in avanti”.
“Poi occorre urgentemente investire sul ‘tempo pieno’ a scuola – continua Fisichella -. Sul tema esiste un divario enorme con le altre città: a Firenze abbiamo il 90% di tempo pieno nelle scuole elementari, a Catania soltanto il 13%. Gli asili, tra nido e materna, ospitano circa 800 bambini etnei. Sicuramente ciò è un grande passo in avanti e nel breve termine sorgeranno nuove strutture grazie ai fondi PNRR con ulteriori 140 posti. In tutto questo, nella migliore delle ipotesi, arriviamo in ogni caso a coprire il 13% della popolazione 0-3 anni in città: numeri assolutamente insufficienti. Se il problema non viene affrontano alla radice, è impossibile uscirne. Si dice che le famiglie non richiedano il ‘tempo pieno’ ed è vero, ma questo perché spesso non lo conoscono, non sanno cosa sia. Non vi è esperienza a riguardo. Il tempo pieno è un diritto fondamentale dei bambini: la stessa attenzione riservata dal Comune ad altre tematiche – vedasi lotta ai parcheggiatori abusivi ad esempio – va data a bambini e giovani che rappresentano il presente e il futuro di intere generazioni che rischiano di essere tagliate fuori”.
“Il rischio concreto è trovare questi giovani un giorno ad orbitare intorno alla criminalità organizzata e non dovrà sbalordirci. Abbiamo il record della dispersione scolastica, il record di giovani che restano a casa senza far nulla, il record sul tema delle ragazze neanche maggiorenni che diventano madri: il dato è tragico. I quartieri sono abbandonati a se stessi: la scuola viene caricata di una quantità di compiti e funzioni che finiscono per annichilire il lavoro che si poi effettivamente viene fatto. La scuola va aiutata, non si può lasciarla sola. Un ruolo fondamentale possono giocarlo le comunità educanti, con attività plurime e articolate: bisogna puntare anche su esse, altrimenti non ne usciremo”, conclude.
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