I Distretti del Cibo si stanno affermando sempre più come strumenti strategici per la governance dei territori, assumendo un ruolo centrale nella transizione agroalimentare sostenibile, nella promozione della sicurezza alimentare e dell’innovazione, nonché nelle politiche di rilancio delle aree interne e montane e nel rafforzamento della coesione sociale. Un percorso che negli ultimi anni ha trovato un’ampia convergenza istituzionale, con il riconoscimento del loro valore da parte dei principali attori nazionali.
Governance territoriale e politiche agricole sostenibili
Un segnale in questa direzione è arrivato anche dalla IV Assemblea della Consulta Nazionale dei Distretti del Cibo, svoltasi nelle scorse settimane nella Sala Cavour del Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, dove Masaf, Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, Anci e Uncem hanno ribadito una visione condivisa sul ruolo sempre più rilevante dei distretti.
Abbiamo ascoltato Angelo Barone, presidente della Consulta, che ha fatto il punto sull’importanza assunta negli ultimi anni dai Distretti del Cibo e sulla necessità di individuare nuove risorse per sostenerne lo sviluppo.
Presidente Barone, i Distretti del cibo sono ormai ampiamente diffusi: a che punto siamo oggi in termini di numeri, maturità dei progetti e capacità di incidere sui territori?
“I Distretti del Cibo sono 244 e rappresentano una realtà diffusa su tutto il territorio nazionale. Di questi, 19 hanno partecipato al primo bando e stanno completando gli investimenti, altri 11 saranno finanziati con il secondo bando, mentre per ulteriori 45 progetti, di immediata cantierabilità, che hanno partecipato al secondo bando, non ci sono ancora le risorse per avviare gli investimenti. In occasione dell’Assemblea del 31 marzo, con il sostegno della Commissione Politica Agricola e della Conferenza delle Regioni, abbiamo sollecitato il Ministero a individuare le risorse necessarie. Abbiamo indicato due possibili linee di intervento: l’utilizzo delle risorse del Pnrr che non saranno state utilizzate e la rimodulazione del Fondo di sviluppo e coesione. Le possibilità ci sono e restiamo fiduciosi, anche se siamo consapevoli che il momento è complesso e che l’attenzione è rivolta ad altre emergenze, come il caro carburante e la crisi energetica. L’Assemblea, comunque, ha confermato l’importanza dei distretti e il sostegno delle istituzioni, a partire da Anci”.
Oltre al reperimento delle risorse, quali sono le prospettive di sviluppo e consolidamento dei Distretti del Cibo?
“La nostra iniziativa non guarda solo al finanziamento dei 45 progetti, ma punta a strutturare e consolidare i Distretti del cibo, come previsto dalla normativa del 2017, che destina ogni anno 10 milioni di euro. L’obiettivo è rafforzare la governance territoriale, dotandola di competenze e capacità progettuali. I distretti sono strumenti di programmazione territoriale e, per funzionare, hanno bisogno di formazione e qualificazione. Queste risorse possono servire proprio a questo: far crescere le competenze e consentire ai distretti di accedere in modo efficace ai fondi europei comunitari, che in futuro saranno sempre più centrali. Per questo stiamo lavorando anche con il Crea alla definizione di linee di intervento per creare strutture capaci di progettare e utilizzare al meglio queste opportunità”.
I Distretti del cibo vengono indicati come strumenti chiave per la transizione verso sistemi agroalimentari sostenibili: concretamente quali modelli o buone pratiche stanno già funzionando?
“I progetti che stiamo portando avanti hanno la funzione di favorire l’agricoltura biologica, interventi di agricoltura di precisione e altri strumenti che riducono l’impatto ambientale del nostro sistema agricolo. Tutti i progetti hanno queste caratteristiche, perché questo è uno degli obiettivi del legislatore”.
In che misura i Distretti del Cibo possono contribuire a contrastare lo spopolamento delle aree interne e montane, favorendo al tempo stesso occupazione e attrattività di questi territori?
“È un obiettivo strategico fondamentale. Il Masaf si vuole dotare di una politica agricola per le aree interne e i primi dati, anche da studi come quello dell’Istituto Tagliacarne, mostrano elementi interessanti: la maggior parte delle imprese agricole si trova proprio in queste zone e sono in crescita le imprese giovanili e femminili. La questione centrale, però, è riuscire a fare sistema, costruire una governance territoriale condivisa tra tutti gli attori. In questo contesto i Distretti del Cibo possono facilitare questo processo, perché mettono insieme comuni, imprese e comunità e permettono di orientare gli investimenti in modo coordinato. L’obiettivo è migliorare la qualità della vita e sviluppare strategie legate all’identità e alle produzioni del territorio, valorizzando cibo, paesaggio e beni culturali, che sono i tre asset principali del nostro Paese, in modo da rendere queste aree più attrattive e contrastare lo spopolamento”.

