Erbe spontanee, in Sicilia una ricchezza... sconosciuta - QdS

Erbe spontanee, in Sicilia una ricchezza… sconosciuta

Biagio Tinghino

Erbe spontanee, in Sicilia una ricchezza… sconosciuta

Biagio Tinghino  |
giovedì 19 Maggio 2022 - 08:24

Le specie commestibili sono più di duecento, ma solo pochissime vengono raccolte come l’asparago e il finocchio selvatico. Ma occhio a quelle velenose

PALERMO – L’uso delle erbe spontanee in cucina, con molta attenzione alle loro proprietà benefiche, è un’arte antichissima. La prima pubblicazione che approfondisce l’argomento dal punto di vista scientifico è del 1767, un’opera del medico e botanico fiorentino Giovanni Targioni Torzetti e riguarda i prodotti spontanei della terra, in prevalenza delle verdure, di cui sfamarsi durante tempi di carestie, pestilenze, guerre. Le specie commestibili a km0 e a costo zero che crescono spontanee, sono più di duecento: una vera ricchezza alimentare e nutrizionale.

Un tesoro di biodiversità

Negli ultimi anni, questo tesoro di biodiversità ha cominciato a vivere una fase di riscoperta, grazie anche alla voglia di assaporare la natura, tra sentieri e cammini, è sempre in aumento tra i siciliani. Per approfondire la questione abbiamo intervistato Fabio Morreale, docente di educazione ambientale e guida naturalistica dell’associazione “Natura Sicula”.

Verdure spontanee in Sicilia, quali sono quelle più conosciute?
“La maggior parte dei siciliani si accontentano di raccogliere le solite e note quattro specie edibili (asparago, borragine, bietola e finocchio selvatico) su circa 250. Per questo organizzo, da oltre 15 anni, corsi di fitoalimurgia, proprio per colmare la grave carenza di conoscenza e far riappropriare i siciliani dei sapori autentici della cucina tradizionale”.

Qual è il periodo migliore per la raccolta?
“Dove non nevica, ad esempio negli Iblei, la stagione più generosa è l’inverno, da fine dicembre a fine febbraio. Dove nevica invece bisogna attendere la primavera”.

Come si riconoscono quelle commestibili?
“Studiando e/o praticando la raccolta con un esperto accanto. In ogni caso, la pratica rimane il modo più efficace, in quanto, per il riconoscimento della specie, entrano in campo tutti i sensi, non solo la vista”.

Ci sono stati casi di consumatori intossicati o addirittura morti dopo aver consumato verdure selvatiche velenose scambiate per buone?
“Tantissimi casi. Ogni anno, in autunno/inverno, le cronache sono piene. L’errore più diffuso è scambiare la velenosa mandragora per bietola selvatica o borragine. Il più delle volte si intossicano, ma una tantum ci scappa anche il morto. Esiste anche una specie tossica molto simile al finocchietto selvatico. Si chiama Eleoselino. Se si scambia per finocchietto, in base alla quantità ingerita, si incorre in problemi di salute che vanno dal più o meno semplice mal di pancia a una vera e propria tossicosi. Tra gli incidenti che possono occorrere con le erbe spontanee ricadono anche quelli che ogni tanto costringono il Ministero della Sanità ad emanare circolari per ritirare e vietare la vendita di alcune partite di verdure surgelate. Si scopre infatti che questi prodotti contengono tracce di piante spontanee velenose. Il caso più frequente è quello degli spinaci surgelati con tracce di mandragora”.

L’estate si avvicina, si può trovare qualche specie commestibile?
“Oggettivamente nel periodo estivo le specie spontanee edibili diminuiscono ma ciò non deve far passare l’affermazione che d’estate non ci sia nulla da raccogliere. Tra le verdure è facile trovare il Farinello, il Crescione d’acqua, l’Amaranto, la Masticogna, le cime del Cappero, la Parietaria, i fiori di Nasturzio. A livello di aromatiche, la seconda metà di giugno è il momento migliore per raccogliere l’origano e il sambuco, ma anche le noci per preparare il nocino. A livello di frutti l’estate è la stagione più generosa: more, fichi, carrube, mandorle, fragoline di bosco, lamponi, fichidindia…Diciamolo chiaramente: chi conosce le numerose piante spontanee edibili, anche d’estate non torna mai a mani vuote”.

Un vero e proprio patrimonio di cultura alimentare, dunque, che ben vale la pena di tenere vivo e tramandare soprattutto ai più giovani. Non è balzana l’idea di introdurre attività didattiche extracurriculari mirate in tal senso, in modo che i giovani possano riappropriarsi di una porzione importante della loro dimensione umana, grazie al cibo sano che cresce spontaneamente. Non solo. Riscoprire l’attività all’aria aperta, lontani dalle ossessioni da smartphone e tablet, per comprendere il valore del patrimonio ambientale (questo sconosciuto). E, perché no, per arginare vere e proprie malattie derivanti dalla cosiddetta vita moderna, come la sedentarietà, l’obesità, le allergie e quant’altro ci abbia allontanato da uno stile di vita sano e intelligente.

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