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Ester Pantano: “Riuscire a restare umani rappresenta un vero atto rivoluzionario”

Ester Pantano: “Riuscire a restare umani rappresenta un vero atto rivoluzionario”
Ester Pantano

L’attrice è in Sicilia per la prima nazionale di “Chi ha paura del Minotauro? – Voci di donne in tempo di guerra”

Talento, eleganza e radici profondamente legate alla sua terra. Ester Pantano torna in Sicilia con la prima nazionale di “Chi ha paura del Minotauro? – Voci di donne in tempo di guerra”. Il progetto è firmato da Marco Carniti, autore del testo e regista, a partire da “Guardando le donne guardare la guerra. Diario di una scrittrice dal fronte ucraino” di Victòria Amelina. In scena con la protagonista, Antonella Civale, Selene Gandini, Ginevra Di Marco e Gaia Bevilacqua. Prodotto da Politeama in collaborazione con Mythos Troina Festival, lo spettacolo inaugura l’edizione 2026 della rassegna diretta artisticamente da Luigi Tabita e verrà rappresentato nella cittadina ennese venerdì 3 luglio alle 20,30 nll’Anfiteatro della Radura.

Portare una prima nazionale sull’Isola rappresenta anche un messaggio per i giovani artisti che scelgono di restare o tornare?

“Assolutamente sì. Per troppo tempo abbiamo raccontato il Sud come un luogo da cui andare via. Io credo invece che debba diventare anche un luogo in cui poter tornare, creare, produrre cultura. Portare una prima nazionale in Sicilia significa dire che il centro non è un punto geografico: il centro è dove accade qualcosa di necessario. Se continuiamo ad aspettare che il riconoscimento arrivi sempre da altrove, continueremo a sentirci periferia. La cultura può invertire questa direzione”.

Il titolo rivolge una domanda diretta, senza preamboli: “Chi ha paura del Minotauro?” Lei cosa risponde?

“Credo che tutti abbiamo paura del Minotauro, perché non è un mostro che vive fuori da noi. È tutto ciò che non vogliamo guardare: il dolore, il senso di colpa, la violenza, l’indifferenza. Il problema non è averne paura. Il problema è fingere che non esista. Solo attraversando il labirinto possiamo capire chi siamo davvero”.

A un certo punto della vita bisogna affrontare gli aspetti più oscuri?

“Penso sia inevitabile. Crescere non significa diventare invincibili, ma imparare a stare anche dentro ciò che ci spaventa, senza lasciarci definire da quello. Ogni persona attraversa il proprio labirinto. Alcuni riescono a uscirne con più umanità, altri costruiscono muri per non entrarci mai. L’arte serve anche a questo: ad accompagnarci in quei luoghi senza lasciarci soli”.

Quali sono i labirinti contemporanei da cui facciamo più fatica a uscire?

“L’indifferenza è probabilmente il più grande. Viviamo continuamente informati e sempre meno coinvolti. Scorriamo immagini di guerre, tragedie e sofferenze come fossero contenuti qualsiasi. Un altro labirinto è quello dell’identità costruita sui social: abbiamo paura di mostrare le nostre fragilità e finiamo per raccontare solo versioni perfette di noi stessi. Credo che oggi il vero atto rivoluzionario sia restare umani”.

Qual è la testimonianza che l’ha colpita più profondamente durante il percorso di preparazione?

“Più che una singola testimonianza, mi ha colpito una costante: il modo in cui le donne continuano a proteggere la vita anche nel mezzo della distruzione. Madri, figlie, giornaliste, scrittrici, volontarie. In mezzo alla guerra continuano a conservare memoria, a raccontare, a nutrire, a tenere insieme ciò che resta. È una forza che non fa rumore, ma cambia la storia”.

In scena non c’è una protagonista isolata, ma un coro di donne. Quanto è stato importante costruire questa dimensione collettiva?

“È stato fondamentale. Questo spettacolo non avrebbe senso come esercizio individuale. Nessuna di noi racconta ‘la propria’ storia: siamo custodi di storie altrui. Il coro permette proprio questo. Le emozioni passano da un corpo all’altro, da una voce all’altra, e diventano patrimonio comune. Credo che oggi abbiamo bisogno di recuperare proprio il senso del ‘noi’”.

Cinque interpreti e un tavolo, lo stesso tavolo colpito in Ucraina da un missile russo il 27 giugno 2023, dove la scrittrice Victòria Amelina perse la vita. Scegliere lo sguardo femminile, cosa cambia nella narrazione del conflitto?

“Non significa raccontare una guerra ‘contro’ gli uomini. Significa raccontare ciò che spesso resta fuori dalle cronache: la quotidianità, la cura, le assenze, il tempo che continua a scorrere anche sotto le bombe. Le donne raccontano spesso quello che accade quando le telecamere si spengono. Ed è lì che si misura davvero il costo umano di ogni guerra”.

Ci sono ruoli che si lasciano sul palcoscenico e altri che continuano ad accompagnarti…

“Questo è uno di quelli che ti rimangono addosso. Perché non interpreti semplicemente un personaggio: incontri persone realmente esistite, vite spezzate, parole che qualcuno ha scritto sapendo di poter morire. Quando succede questo, il confine tra attrice e essere umano diventa molto più sottile”.

Il grande pubblico la associa spesso a personaggi televisivi molto amati. Quale lato diverso della sua ricerca artistica le permette di mostrare il teatro?

“Il teatro mi permette di espormi senza protezioni. Nel cinema esiste il montaggio, esistono le inquadrature. A teatro esiste soltanto l’incontro. È il luogo dove posso cercare, rischiare, sbagliare e condividere domande prima ancora che risposte. È probabilmente il posto dove mi sento più libera come artista”.

Dopo aver attraversato tante storie sul palco e sullo schermo, quale ritiene sia oggi il compito più importante di un’attrice?

“Restituire complessità. Viviamo in un tempo che divide tutto in giusto e sbagliato, buoni e cattivi, vincitori e sconfitti. Il compito di un’attrice è ricordare che gli esseri umani sono sempre più complessi delle etichette che gli mettiamo addosso. Se il pubblico esce con una domanda in più invece che con una certezza in più, credo che il nostro lavoro abbia avuto senso”.

I suoi sogni di ragazza si sono rivelati più piccoli dei traguardi raggiunti?

“Si sono rivelati più complessi, ho capito quanto siano una reazione a catena. Oggi il mio desiderio è esercitare questa professione con responsabilità, cercando ogni volta di lasciare al pubblico qualcosa che continui a vivere anche dopo l’ultimo applauso o l’ultima inquadratura. Credo che questo sia il privilegio più grande che l’arte possa concederci. Permanere per contenuto e messaggio, e non solo immagine”.