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Invidia sociale: veleno che genera mostri

Invidia sociale: veleno che genera mostri
L’invidia (immagine creata con AI)

Un freno per lo sviluppo della società

L’ideologia dell’invidia sociale, vale a dire quel risentimento camuffato da “giustizia”, è il grande inganno moderno: finge di combattere disuguaglianze per mascherare un’ossessione personale distruttiva. In Italia, soprattutto in questo periodo, ne vediamo gli effetti perversi nella retorica populista che esalta il “povero contro il ricco”, il “lavoratore contro l’imprenditore”, culminando in politiche fiscali punitive o in attacchi a chi crea valore per sé e per terzi.

Gli effetti dell’invidia sociale sulla società

L’invidia personale e collettiva non produce nulla: zero fabbriche, zero innovazioni, zero ricchezza sociale, solo un’erosione del merito, che trasforma società dinamiche in paludi puzzolenti e stagnanti. Questa dinamica, come Nietzsche denunciava nel “risentimento del gregge”, parte dal fallimento individuale, dall’incapacità di competere e di affermare la giustizia, e si fa ideologia per tentare di giustificarlo. Un tale comportamento diventa invidia personale pura e così il vicino che prospera è “ladro”, il successo altrui un affronto, il pensiero diverso un’offesa, ecc…

Qual è il risultato di tutto questo? È la distruzione, il boicottaggi permanente e generale, le tasse confiscatorie, il linciaggio mediatico, il dileggio, la violenza, ecc… Pensiamo, per esempio, alla storia italiana post-bellica: l’invidia ha sabotato parecchie riforme liberali, favorendo forme di assistenzialismi che oggi ci soffocano con debiti pubblici record, mentre i “distruttori” si lamentano dal loro comodo divano, incapaci di emulare chi rischia il proprio e cerca di creare qualcosa di utile.

Merito, emulazione e crescita economica

Il vero antidoto è l’emulazione aristotelica: ammira e supera, non invece odia e livella, che equivale a paralizzare. L’invidia uccide il distruttore prima della preda; è un suicidio lento, volgarmente camuffato da virtù. In Italia, questa ideologia ha radici profonde. Machiavelli, nel “Principe”, avvertiva: l’invidia dei “piccoli” distrugge i grandi, impedendo riforme vere, basti pensare al fallimento delle riforme risorgimentali, sabotate da squallide gelosie di fazione.

Nel Novecento, un certo socialismo poco illuminato e rancoroso ha prodotto mostri: le nazionalizzazioni post 1945, nate da invidia verso l’impresa privata, generarono burocrazie parassitarie, che oggi zavorrano l’economia con inefficienze croniche. Oggi, l’invidia si maschera da “reddito di cittadinanza”, da tassa di successione o da attacchi ai “privilegiati” (imprenditori, professionisti), ignorando che la ricchezza si crea con il rischio, non con l’astio, né con l’invidia.

L’invidia sociale tra etica e religione

Teologicamente, l’invidia è il peccato più diabolico, come spiegava san Tommaso d’Aquino: non crea, ma vuole l’annientamento altrui per pareggiare il vuoto interiore, come una sorta di anima degradata, che proietta il suo fallimento sugli altri. Contro questo modello, la virtù cristiana dell’emulazione che è sintetizzata nel comandamento “ama il prossimo tuo come te stesso”, produce virtù, non invece distruzione.

Responsabilità personale contro il veleno dell’invidia

In sintesi, l’invidia sociale può essere rappresentata come un vero e proprio cancro, la cui cura radicale è la responsabilità personale, il riconoscimento che il merito ed il successo altrui sono opportunità per tutti, non una pericolosa minaccia personale e collettiva. Una simile conclusione potrebbe apparire una ovvietà, ma purtroppo non lo è, come dimostrano certe prese di posizione, certi commenti e persino certi progetti politici che di politico non hanno assolutamente nulla. D’altra parte, aver costruito una scuola e una società in cui si è abbandonato l’insegnamento, si è trascurato lo studio, si sono trasmessi valori falsamente egualitari e si è raggiunto il risultato secondo il quale la promozione è un diritto a prescindere dalla preparazione, non poteva che produrre un simile pericolo risultato.

A questo punto tornare indietro e provare a rimettere le cose al loro posto è molto difficile, ma è indispensabile per il bene di chi sta vivendo il presente e soprattutto di chi dovrà vivere il futuro.