ROMA – Non è soltanto una questione di talento, ma di presenza scenica e rigore. Ogni personaggio che interpreta porta con sé una sfumatura diversa, un equilibrio tra intensità e misura che cattura lo spettatore. E mentre il pubblico lo riconosce per i suoi ruoli più popolari, è nel lavoro costante e nella ricerca espressiva che si trova la vera chiave del suo percorso. Una carriera, quella di Giorgio Marchesi, che continua a evolversi, senza mai cedere alla prevedibilità.
È protagonista di “Buonvino. Misteri a Villa Borghese”, regia di Milena Cocozza. Insieme con uno straordinario cast di attori formato da Serena Iansiti, Francesco Colella, Matteo Olivetti e Daniela Scattolin, dà vita alla serie tivù prodotta da Palomar a Mediawan company in collaborazione con Rai Fiction con il contributo di ministero della Cultura – Fondo per lo sviluppo degli investimenti nel cinema e nell’audiovisivo. Tratta dai romanzi del ciclo “Il commissario Buonvino” di Walter Veltroni editi da Marsilio, con le musiche di Andrea Guerra, stasera la fiction sarà in prima visione su Rai 1.
Porta sul piccolo schermo un uomo colto, nostalgico, amante del cinema. Quanto di lei ci ha ritrovato?
“In Buonvino ho ritrovato diversi tratti che mi appartengono: la passione per il cinema, l’interesse per il vintage, il piacere di perdersi tra bancarelle di libri e dischi usati. Da questo punto di vista ci somigliamo. Lui, però, è più colto di me e ha un gusto estetico molto raffinato, anche se non è particolarmente attento al proprio aspetto: è sobrio, essenziale, quasi spettinato”.
Ha citato le bancarelle di dischi. I suoi sono solo dei trascorsi da musicista, o suona ancora?
“È stata una passione giovanile, che considero ormai chiusa. Quando smetti di suonare per anni, riprendere diventa difficile e anche un po’ frustrante. Serve tempo, disciplina, costanza. Oggi non è una priorità. Forse in futuro, quando avrò più tempo, potrei tornarci. Qualche anno fa ho comprato un basso elettrico per soddisfazione personale, ma l’ho suonato pochissimo. È rimasto lì, come un bel ricordo”.
“Mi piace stare defilato e osservare”: la filosofia di vita di Giorgio Marchesi
Tornando al personaggio che interpreta, cos’altro condividete?
“Una certa educazione nei modi. Oggi dire ‘per favore’ o ‘grazie’ sembra quasi fuori moda, eppure per me resta naturale. E poi c’è un altro aspetto: mi piace stare defilato, osservare. Non mi considero una persona egocentrica nella vita quotidiana. Anche Buonvino ha questa attitudine, si mette in disparte e guarda il mondo”.
Lo pervade una certa idea etica, quasi “educativa” della giustizia. Oggi è una forza o una debolezza?
“Può sembrare una debolezza, ma credo sia una forza. Guardando anche a ciò che accade nel mondo, vediamo che certi modelli basati sulla forza e sull’imposizione non stanno dando i risultati sperati. Credo invece nel valore della misura, della complessità, di un linguaggio semplice ma non volgare. Buonvino incarna una leadership diversa: sa collaborare, delegare, fare un passo indietro. Non è un ‘maschio alfa’ nel senso tradizionale, ma questo non significa rinunciare alla propria identità”.
Cosa significa confrontarsi con qualcuno che fa della sensibilità la propria forza?
“Per me è fondamentale. Mi hanno sempre interessato i personaggi imperfetti, fragili, contraddittori. La fragilità fa parte della vita di tutti noi. Anche le persone che appaiono più forti hanno momenti di cedimento, solo che spesso restano nascosti. Il cinema e la televisione permettono di mostrarli. Ed è proprio lì che i personaggi diventano veri. I ‘supereroi’ mi hanno sempre interessato poco. Preferisco le crepe nell’armatura“.
Quanto conta l’empatia nei rapporti umani?
“Molto. Ho sempre avuto una certa tendenza a mettermi nei panni degli altri, anche prima di fare questo mestiere. Persino nei conflitti cerco di capire le ragioni dell’altro. Questo non significa rinunciare alle proprie idee, ma provare a comprendere. Spesso la cattiveria nasce da ignoranza o mancanza di consapevolezza. L’empatia aiuta a vedere le cose da un’altra prospettiva. Il mio lavoro ha sicuramente rafforzato questa capacità e mi ha aiutato a conoscermi meglio”.
La serie parla molto di seconde possibilità. Crede che nella vita reale sia davvero possibile riscattare i propri errori?
“Sì, assolutamente. Sono convinto che esistano e che spesso dobbiamo anche cercarle attivamente. Non si può cambiare il passato, ma si può sempre provare a rimediare, soprattutto nei rapporti umani. Anche quando non si riesce a ricostruire un legame, può restare una forma di rispetto. E poi esiste sempre la possibilità di cambiare strada, di ricominciare. È una forma di seconda possibilità che abbiamo tutti”.
Quanto conta il rischio nelle scelte artistiche?
“Conta molto. Fare questo lavoro significa mettersi in gioco. Preferisco rischiare piuttosto che ripetermi, anche a costo di sbagliare. Gli errori fanno parte del percorso e possono diventare opportunità”.
C’è qualcosa che ha smesso di inseguire?
“Sì, diverse cose. Per esempio, non ho mai inseguito il ruolo di ‘primo nome’ in cartellone: è arrivato quasi per caso. Non ho nemmeno un’ossessione per il successo o la visibilità. Mi fa piacere, certo, ma nella mia vita ci sono altre priorità”.
Se dovesse raccontare il suo presente con un’immagine?
“Direi la luce. Dopo un inverno intenso, questo periodo mi dà energia. Penso al sole, al calore, alla luminosità. È questa la sensazione che mi accompagna adesso”.
E il futuro?
“Mi piacerebbe continuare a lavorare su progetti di qualità, che mi stimolino e mi mettano anche un po’ alla prova. Ma soprattutto cerco serenità. Dopo anni molto intensi, vorrei rallentare un po’. Continuare a correre, sì, ma solo per piacere”.

