Gli antichi mestieri dimenticati in Sicilia, in dieci anni un saldo negativo di 12.747 unità - QdS

Gli antichi mestieri dimenticati in Sicilia, in dieci anni un saldo negativo di 12.747 unità

Pietro Vultaggio

Gli antichi mestieri dimenticati in Sicilia, in dieci anni un saldo negativo di 12.747 unità

mercoledì 16 Ottobre 2019 - 00:00
Gli antichi mestieri dimenticati in Sicilia, in dieci anni un saldo negativo di 12.747 unità

Confartigianato Sicilia: “Necessario ottimizzare l’uso dei fondi Ue e coinvolgere di più le piccole imprese”. In Sicilia sarebbero rimasti soltanto novemila artigiani. In tutta l'Isola solo solo otto ricamatori di pizzi e merletti, otto maniscalchi, tre fabbricatori di orologi, venti lavoratori del vetro soffiato, tredici tessitori

Per il settore artigiano italiano il 2019 è un anno di contrazione, tanto che, secondo la Cgia di Mestre, sono 6.500 le aziende in meno nel solo primo semestre dell’anno. Certamente non aiuta un contesto in cui alberga lo spettro dell’aumento dell’Iva, il calo dei consumi, le tasse e l’accesso al credito.

Ad eccezione del Trentino Alto Adige, in tutte le altre regioni italiane il saldo del primo semestre è stato negativo. I risultati più preoccupanti si sono registrati in Emilia Romagna (-761), in Sicilia (-700) e in Veneto (-629). Tra il 2009 e il 2018 il numero complessivo delle aziende artigiane si è ridotto di quasi 165.600 unità. La Sicilia, con il -15,1 per cento, ha perso 12.747 attività.

La stessa Cgia commenta: “Lo spettro dell’aumento dell’Iva è una ulteriore stangata al mondo dell’artigianato e potrebbe arrivare il prossimo primo gennaio. Se non si disinnescherà l’aumento dell’Iva, l’innalzamento di 3 punti percentuali sia dell’aliquota ordinaria che di quella ridotta rischia di provocare degli effetti molto negativi sul fatturato di queste attività, che vivono quasi esclusivamente dei consumi delle famiglie. Oltre agli effetti economici e occupazionali, la riduzione del numero delle attività artigiane ha provocato delle ricadute sociali altrettanto significative”.

Certo è che con la decrescita numerica delle botteghe si assiste ad una desertificazione dei centri storici e anche delle periferie urbane sia delle grandi città che dei piccoli paesi. “I piccoli artigiani sono una risorsa per il nostro Paese – dicono i vertici di Confartigianato Sicilia – per lo sviluppo dell’economia e per il bagaglio culturale e storico che hanno alle spalle e che non va mai perso. L’emorragia delle imprese artigiane è iniziata da parecchi anni. Il tessuto della Sicilia che lavora è formato da micro, piccole e medie imprese, e di questo non si può non tenerne conto. Dobbiamo ottimizzare l’uso dei fondi dell’Unione Europea. Vanno coinvolte le piccole e medie imprese, alle quali in Europa vengono riservate le risorse, ad esempio, del settore culturale”.

Un’Italia più interessata all’artigianato, ma soprattutto una Europa più attenta, quindi, ai bisogni delle nazioni e dei lavoratori che trainano l’economia da decenni. “Per una progettualità competitiva è necessario – continuano – far lavorare insieme istituzioni, università, enti di ricerca, ordini e imprese. Dobbiamo pensare allo sviluppo del turismo al fine di muovere tutto un indotto di economia che ruota attorno, in primis il settore delle costruzioni. Occorre favorire gli investimenti privati per la riqualificazione del patrimonio edilizio cercando di semplificare al massimo le procedure di autorizzazione. Un esempio pratico è quello dell’Ancos, l’associazione nazionale Comunità sociali e sportive di Confartigianato, che ha finanziato quattro importanti restauri di beni monumentali della Sicilia, grazie al contributo due per mille destinato alle associazioni culturali. Un esempio pratico di come un’iniziativa privata può fare ripartire il comparto”.

“Per crescere – concludono il presidente e il segretario di Confartigianato Sicilia, rispettivamente Pezzati e Di Vincenzo – è indispensabile inoltre parlare di formazione. Dobbiamo sperimentare una strategia che porti all’individuazione dei mestieri più richiesti e di difficile reperimento oggi sul mercato del lavoro. Occorre puntare su una formazione puntuale e precisa in azienda”. Bisogna invertire la tendenza, incentivare le aziende, le idee innovative, ma anche quelle che guardano alla tradizione.

 

In Sicilia sono rimasti solo 9.000 artigiani

Il passato non è sempre sinonimo di arretratezza. Le comunità hanno deciso di cambiare ugualmente il passo e di perdere la semplicità delle cose, che ha permesso a molte generazioni di vivere con mestieri antichi.

I dati statistici della Cgia di Mestre parlano chiaro sulla crisi del comparto artigiano. Il nuovo totale delle imprese italiane è quindi di 1.299.549. Solo il Trentino Alto Adige ha mantenuto un saldo positivo, le altre regioni hanno fatto registrare un numero di imprese artigiane inferiore al 2018. Il 37,7% delle imprese artigiane lavora nel settore dell’edilizia, il 33,2% nei servizi, il 22,9% lavora nel settore produttivo e il 6,2% nei trasporti. Ad essere stato colpito maggiormente proprio il settore dell’autotrasporto, una riduzione significativa si è avuta poi nel settore delle attività manifatturiere e quindi dell’edilizia.

Il tema della povertà sociale emergente non consiste nella mancanza di un titolo di studio, di cui ormai un gran numero di ragazzi è in possesso, ma piuttosto nell’incapacità di affacciarsi al mondo del lavoro conoscendo un mestiere tradizionale e offrendo un proprio sapere. Fin dal Rinascimento i giovani venivano avviati al mondo del lavoro prestando il loro tempo gratuitamente nelle botteghe degli artigiani. Al termine del periodo di apprendistato acquisivano tutte le conoscenze necessarie per lavorare come fabbri, conciatori, sarti. Anche in Sardegna, fino a qualche decennio fa, i giovani venivano affidati ai cosiddetti maistusu, e sotto la loro guida imparavano un mestiere che certamente gli avrebbe consentito di mettere su famiglia e vivere dignitosamente. C’era su maist’ e linna che insegnava l’arte dell’ intaglio e della lavorazione del legno, oppure su maistu de pannu nella cui bottega si imparava a tessere.

Artigianato e città: un binomio indissolubile per molti secoli, fin da quando, nel tardo Medioevo, la rinascita dei centri urbani fu segnata e promossa proprio dalle botteghe artigianali impegnate nella lavorazione del ferro, dei tessuti, delle ceramiche. In Sicilia c’erano i maestri corallari, i salinai, il maniscalco, i contadini, il bottaio, il tonnaroto. Tutte arti che si sono avvalse della natura come fonte principale.

Una storia, questa, che ha vissuto momenti molto alti, vedendo corporazioni di lavoratori assurgere anche a ruolo di ceto dirigente. La novità di questi ultimi cinquant’anni è stata la rottura di questo rapporto, l’uscita se non addirittura l’espulsione dai centri storici di tante piccole attività produttive, per dare spazio ad un comparto sempre più commerciale. A scomparire non sono solo tanti protagonisti di antiche botteghe, ma anche una certa qualità della vita nei centri storici, spesso ridotti a grandi agglomerati di uffici pubblici o privati o di negozi lussuosi, nei quali la vita dei cittadini diventa sempre più complicata, proprio per la mancanza di una serie di servizi tipici delle attività artigianali.

Secondo un recente rapporto della Cciaa della Brianza, gli antichi mestieri in Sicilia sono quasi 80 mila, ma se si escludono gli agricoltori (70.743), il conto è presto fatto: restano poco più di 9.000 artigiani ad esercitare professioni sull’orlo dell’oblio.

Nelle nove province siciliane sono rimasti solo otto artigiani ricamatori di pizzi e merletti, otto maniscalchi, tre fabbricatori di orologi, venti lavoratori del vetro soffiato, tredici tessitori.

Un giorno, la tecnologia, se non bene mescolata con la storia passata, marginalizzerà questa Terra di nobili origini, ricca di storia e tradizioni, dove ogni angolo racconta momenti di vita gloriosa, di uomini di cultura, ma anche di umili pescatori e contadini, che riescono a tramandare saperi antichissimi.

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