Il grido delle forze produttive che non si piegano alla crisi - QdS

Il grido delle forze produttive che non si piegano alla crisi

Gabriele DAmico

Il grido delle forze produttive che non si piegano alla crisi

martedì 30 Marzo 2021 - 07:08
Il grido delle forze produttive che non si piegano alla crisi

Michele Cappadona e altri sei protagonisti dei vari settori dell’economia siciliana tracciano il percorso per i prossimi mesi per guardare al futuro con decisione e ottimismo

La campagna vaccinale è vista da molti come il vero punto di svolta dopo mesi drammatici, in cui l’economia già disastrata della Sicilia è andata a rotoli e centinaia di imprese sono state costrette a chiudere i battenti a causa delle restrizioni imposte per limitare il diffondersi del Covid-19.

Chi ha resistito, lo ha fatto facendo appello a tutte le proprie forze, con sacrifici enormi e in attesa che le cose potessero finalmente migliorare. Ma è passato un anno e visto che, esattamente come nel 2020, anche quest’anno gli italiani passeranno la Pasqua chiusi in casa, il pessimismo sembra crescere sempre di più.

Eppure, proprio questo sembra il momento di stringere ancora di più i denti, di rivendicare i sacrifici fatti finora e guardare con ottimismo al prossimo futuro. Perché mai come prima la fine di questo lungo e orribile tunnel sembra finalmente a portata di mano.

Con la sempre maggiore diffusione dei vacini è logico pensare che da qui ai prossimi mesi le cose possano pian piano tornare alla normalità, in modo che tutti siano capaci finalmente riconquistare quella libertà finora limitata per contrastare la pandemia.

I rappresentanti delle varie categorie produttive sono stati sempre in prima linea e oggi attendono di poter finalmente riaccendere i motori e iniziare a recuperare il terreno perduto. C’è tanto da fare e poco tempo per farlo, ma le idee e la determinazione non mancano.

Michele Cappadona, presidente di Agci Sicilia

“Cooperative dimenticate dalle istituzioni nella progettazione per il rilancio economico”

Il Covid ha avuto un grosso impatto sulle cooperative siciliane, che dal canto loro lamentano scarsa attenzione da parte delle istituzioni. Anche gli operatori delle cooperative sociali, che prestano assistenza alle categorie più fragili, hanno fatto sentire la loro voce, sottolineando anche una serie di ritardi nelle vaccinazioni. Una situazione complessa, di cui ci ha parlato Michele Cappadona, presidente di Agci (Associazione generale cooperative italiane) Sicilia.

Qual è la situazione nel comparto dopo un anno di Covid-19?
“Tutte le cooperative hanno subito l’impatto del Covid. Sono state particolarmente colpite le startup, le cooperative che operano nei trasporti, istruzione e soprattutto cultura, ristorazione e turismo. La flessione ha colpito anche il settore agroalimentare, che continua a registrare ingenti scorte di prodotto invenduto, costante diminuzione di prezzi, situazioni di alto rischio di spreco. Gli operatori delle cooperative sociali che prestano assistenza alle categorie più fragili hanno dovuto doverosamente subire i maggiori oneri connessi all’uso dei dispositivi e procedure di sicurezza, diminuzione di personale, turni prolungati, ma hanno dovuto attendere, e in parte attendono ancora, di essere vaccinati”.

Cosa occorre al vostro settore per riprendersi dopo questa crisi?
“Il problema è innanzitutto finanziario, specialmente per un tessuto di imprese, in Sicilia, già provato da anni di crisi. Gli strumenti di crescita sono oggetto di discussione da anni: abbattimento del cuneo fiscale, fiscalità di vantaggio, zone franche urbane, montane ed economiche speciali, semplificazione amministrativa, pagamento dei fornitori pubblici entro 30 giorni, riforma della burocrazia, digitalizzazione. Poi misure concrete di sostegno allo sviluppo, a cominciare dall’accesso al credito per le cooperative, che come tutte le altre imprese italiane sono per il 95% microimprese”.

È soddisfatto del supporto fornito dal Governo nazionale e da quello regionale?
“I decisori politici omettono di includere attivamente le cooperative nella progettazione per il rilancio dell’economia. La disattenzione verso il settore da parte della Regione emerge, per esempio, dal fatto che non esistono ancora i registri obbligatori delle cooperative sociali di tipo B e delle cooperative di comunità. Inoltre, troviamo incoerenti le recenti norme che hanno complicato notevolmente l’amministrazione delle cooperative di piccola dimensione. Mi riferisco alla proibizione di nominare un amministratore unico o all’introduzione di criteri troppo stringenti per l’obbligo dell’organo revisionale. Per quanto riguarda le politiche di ristoro, l’allarme è per tutte le imprese con meno di 50-20 lavoratori, che sono la maggior parte del tessuto economico dell’Isola. Per la Sicilia, le misure di sostegno dovrebbero essere rafforzate in considerazione di una condizione di svantaggio e sofferenza antecedente la pandemia”.

antonio graffagnini

Antonio Graffagnini, presidente di Anav Sicilia

“Nei trasporti perdite del traffico fino all’80%, stringere i denti per la diffusione dei vaccini”

Uno dei comparti maggiormente colpiti dal Covid è quello dei trasporti, sia pubblici che privati. In Sicilia, secondo Antonio Graffagnini, presidente di Anav (Associazione nazionale autotrasporto viaggiatori) Sicilia, c’è stata “una perdita del traffico nella misura dell’80%” per quanto riguarda il Tpl. Nel settore del noleggio la situazione è ancora più drammatica in quanto c’è stato un “crollo verticale” causato da uno stop permanente. Tra aiuti insufficienti e ritardi nei ristori, l’unica speranza per il comparto, secondo Graffagnini, è il vaccino.

Ci parli della situazione nel vostro comparto dopo un anno di emergenza sanitaria…
“La situazione è negativa perché c’è stata una perdita del traffico nella misura dell’80%. Per quanto riguarda il settore del noleggio il crollo è stato verticale in quanto il comparto si è fermato completamente. Il Tpl invece ha continuato a lavorare nonostante una riduzione del traffico considerevole. Ci sono i provvedimenti nazionali e regionali che ci vengono incontro e ci consentono di non fallire. Purtroppo, operativamente, gli effetti positivi di questi provvedimenti arrivano con un ritardo di 6-7 mesi. C’è una situazione pesante sotto il profilo finanziario e siamo esposti con le banche in modo importante”.

Cosa serve al settore per riprendersi da questa crisi?
“L’unica strategia è il vaccino. Fin quando non si normalizza la vita di tutti noi, tutti i settori ne risentono. La strategia è quella di cercare di non fallire, di mettere il personale in cassa integrazione e di assumere meno debiti possibile. Nel settore del Tpl ci sono gli interventi istituzionali che anche se operano con ritardo comunque ci sono. Nel settore del noleggio il crollo è verticale: gli autobus da noleggio stanno fermi. Bisogna stringere i denti fino a quando non sarà completa la campagna di vaccinazione. Poi sarà necessario un periodo di almeno un paio di anni per recuperare il traffico e far tornare tutto nella normalità”.

Come giudica l’azione dei Governi nazionale e regionale?
“La categoria è soddisfatta dei provvedimenti nazionali e regionali in favore del Tpl. Anche se gli aiuti arrivano con notevole ritardo, quindi le nostre aziende si indebitano e le banche ci vengono incontro. A incidere su questi ritardi è la macchina burocratica, che si prende dai quattro ai sei mesi affinché un provvedimento possa vedere la luce. Per fortuna per le aziende c’è stata la Cassa integrazione, che però potrà essere mantenuta solo fino al 30 giugno. Siamo soddisfatti pure del Governo regionale, che ha mantenuto i corrispettivi di esercizio che erano previsti dalla finanziaria. Anche se questi sono diventati insufficienti in quanto i corrispettivi dei nostri contratti di servizio erano stati bilanciati tenendo conto degli incassi dai biglietti, che sono scomparsi. Per quanto riguarda il settore del noleggio invece ci sono stati interventi di piccola dimensione. Il noleggio è quello che ha sofferto di più nonostante come Anav, nei tavoli istituzionali, abbiamo sempre chiesto interventi e misure di conforto che sono arrivate in misura inferiore”.

salvo indaco

Salvo Indaco, delegato per la Sicilia di Anasped

“Adesso servono investimenti in infrastrutture e innovazioni in linea con le esigenze di mercato”

Nell’ultimo anno l’export siciliano ha subito “un abbattimento del 50-60% del traffico”. È quanto afferma il delegato per la Sicilia di Anasped (Federazione nazionale spedizionieri doganali), Salvo Indaco. Una situazione critica che ha visto le aziende dare fondo alle proprie riserve “per cercare di andare avanti”. Dopo un supporto insoddisfacente da parte delle istituzioni nazionali e regionali, per Indaco adesso bisogna investire sulla sburocratizzazione, sulla digitalizzazione e sulle infrastrutture per dare nuova linfa al commercio.

Qual è lo stato di salute del vostro settore dopo un anno di pandemia?
“Il traffico in export ha avuto un abbattimento sostanziale. La crisi ha penalizzato i servizi e la richiesta dei prodotti finiti e destinati alla vendita in quanto le chiusure hanno determinato uno stop delle vendite. L’unico settore che è rimasto sempre attivo è quello delle materie prime, soprattutto delle materie prime plastiche. Sostanzialmente abbiamo riscontrato un abbattimento del 50-60% del traffico. Molte aziende hanno fatto fronte alle proprie liquidità e alle proprie riserve per cercare di andare avanti. Questo perché l’impatto con il sistema bancario non è stato favorevole in quanto non c’è stata una risposta fluida alle richieste di nuovi finanziamenti”.

Cosa si può fare per ripartire?
“Quello che è fondamentale è investire sulle infrastrutture. Al Sud abbiamo una penalizzazione del 25-30% per il costo del trasporto dovuta al fatto che i mercati sono quelli del Nord. Serve anche un approccio diverso alla capacità delle aziende di recuperare liquidità. La ricetta è banale: infrastrutture, capacità di accedere ad una liquidità in maniera più snella, sburocratizzando tutte le procedure che ancora oggi ci penalizzano. Tra le urgenze necessarie per il settore, inoltre, individuiamo l’adeguazione, da parte delle istituzioni locali, del porto di Catania alla nuova normativa comunitaria con l’istituzione del Pcf (Posto di controllo frontaliero) in modo da scongiurare la perdita dei traffici acquisiti in decenni di lavoro”.

Il lavoro fatto da Governo nazionale e regionale vi ha aiutato per affrontare la crisi?
“Le innovazioni non sono in linea con le esigenze del mercato e le agevolazioni che sono state date non sono state assolutamente sufficienti per le criticità del settore. Per le aziende di logistica, ad esempio, è stato fatto molto poco. Siamo insoddisfatti del supporto delle istituzioni. Spero moltissimo che il piano di ristrutturazione per le aziende possa essere indirizzato non più a dare denaro ma a creare situazioni che stimolino a lavorare meglio e di più. Ci aspettiamo una riforma organica che agevoli le nuove leve. Alla Regione facciamo un appello: bisogna creare dei tavoli di lavoro in cui ci sia l’intervento di operatori del settore. Perché si ha la sensazione che quando si prevedono investimenti o innovazioni, dal punto di vista politico non si tenga conto delle esigenze di coloro che poi subiranno gli effetti delle nuove normative”.

salvatore contrafatto

Salvatore Contrafatto, presidente Cdo Sicilia

“Fare rete e restituire dignità ai corpi intermedi riallacciando il dialogo fra cittadini e istituzioni”

Tutte le aziende sono state colpite, direttamente o indirettamente, dalla pandemia. Dopo un anno di restrizioni bisogna capire come uscire da questa situazione stagnante e per il presidente della Compagnia delle opere, Salvatore Contrafatto, è essenziale fare rete e “ridare dignità ai corpi intermedi”.

Qual è il suo bilancio dopo un anno di Covid?
“Come Compagnia delle opere rispondiamo tanto al settore del profit che del non profit. Il primo, in cui rappresentiamo il turismo, la sanità, l’edilizia, l’agroalimentare, è in grande affanno. Quello del non profit, invece, ha creato delle opportunità di lavoro che, data la crisi pandemica, erano inaspettate e imprevedibili. Tutti gli enti che hanno un’attenzione differente per loro natura, parlo della Caritas, del Banco alimentare, della Casa di Toti, sono associazioni che si stanno trovando a dover lavorare molto di più, perché il tasso di povertà e il disagio si stanno innalzando”.

Cosa serve al settore del profit per rirendersi?
“Qui si conferma l’etimologia della nostra associazione. Noi non abbiamo soluzioni alle opere, noi ci facciamo compagnia facendo opere. Occorre sicuramente stare insieme e non isolarsi. Per noi fare rete è fondamentale. Bisogna ridare dignità ai corpi intermedi, che ancora prima di questa crisi sono stati schiacciati da una posizione di non dialogo tra il cittadino e le istituzioni. Il corpo intermedio è essenziale perché ha l’orecchio giusto per ascoltare il cittadino e le parole giuste per dialogare con le istituzioni. Questo significa fare rete. Da quando siamo diventati Cdo Sicilia e rappresentiamo l’intero territorio abbiamo visto che tutti avevano, come noi, questa necessità”.

Ritiene soddisfacente il supporto di Governo nazionale e regionale?
“Ho maturato un pensiero nei confronti della politica: non è la soluzione a tutto, ma è solo una delle espressioni dell’uomo. Camminare a braccetto con lo Stato è fondamentale perché è lo Stato ci deve guidare nel rispetto delle regole e delle procedure. Tuttavia, il privato ha una velocità che lo Stato non può avere. Questo non significa che uno esclude l’altro, ma significa camminare insieme e per farlo bisogna avere un’apertura reciproca. Alle istituzioni quindi critichiamo la troppa lentezza, legata in parte alla troppa burocrazia, e il poco coinvolgimento delle parti sociali. Davanti alla pandemia le istituzioni sono state impreparate tanto quanto i cittadini. Adesso si deve camminare insieme per riscrivere le regole: questa è l’occasione che le istituzioni hanno per cambiare e per ristrutturarsi”.

Marco Ferlazzo

Marco Ferlazzo, presidente di Aiop Sicilia

“Massimo impegno durante l’emergenza Covid ma adesso numerose realtà sono in sofferenza”

La sanità privata, in Sicilia, sta svolgendo un ruolo “essenziale” contro la pandemia. Sia supportando gli ospedali pubblici, facendosi carico dei pazienti non Covid, sia “riorganizzando alcune strutture in Covid center”. È quanto ci spiega Marco Ferlazzo, presidente dell’Associazione italiana ospedalità privata per la Sicilia, che confessa anche la sofferenza delle aziende dopo un anno di pandemia, nonostante il supporto delle istituzioni al settore.

Come sta vivendo la sanità privata questo momento, dopo un anno di Covid-19?
“Gli ospedali privati siciliani durante la pandemia hanno svolto un ruolo essenziale per rispondere alla domanda di salute dei cittadini e contenere i contagi. Le nostre strutture hanno garantito prestazioni e cure nella massima sicurezza ma si sono anche spese per affrontare l’emergenza riorganizzando alcune strutture in Covid center. Non posso nascondere che, dopo un anno di Covid, le nostre aziende sono in sofferenza: l’attività ordinaria non è ancora andata a regime, vuoi per le misure contenitive che vanno ancora applicate, vuoi per il timore che hanno i pazienti di ricoverarsi”.

Cosa bisogna fare per uscire dalla crisi?
“Per cominciare occorre rassicurare i pazienti sulla sicurezza delle strutture e delle cure. Noi lo abbiamo fatto con la campagna Ospedale sicuro. In secondo luogo, occorre prevedere misure incentivanti per ridurre le liste d’attesa, che per alcune prestazioni di ricovero e ambulatoriali sono ancora molto lunghe, anzi per certi versi lo sono ancora di più a causa della pandemia. Infine, sarebbe molto conducente attivare un sistema premiale per intercettare le prestazioni in mobilità passiva (quelle per le quali i pazienti vanno fuori regione) e per incentivare le aziende che erogano prestazioni per pazienti che vengono da altre regioni. In tal modo, si ridurrebbe il saldo della mobilità regionale e si darebbe ossigeno alle aziende, consentendo loro di lavorare di più su diversi fronti”.

Governo nazionale e regionale vi hanno supportato adeguatamente?
“Le istituzioni hanno dato un importante supporto alle aziende sanitarie, che ritengo vada protratto. In particolare, la Regione ha previsto contratti aggiuntivi per le strutture che hanno collaborato attivamente accogliendo pazienti provenienti dagli ospedali pubblici, dando a questi ultimi la possibilità di allargare gli spazi e dedicarsi al Covid. Inoltre, la Regione ha consentito alle aziende sanitarie di usufruire degli acconti sul budget per dare loro la liquidità necessaria per mantenere aperta e funzionante l’attività sanitaria. Infine, recentemente la Regione ha disposto che venisse garantito il ristoro previsto dalle leggi nazionali. Al riguardo siamo in attesa della circolare esplicativa. Considerate le difficoltà che tutti abbiamo dovuto affrontare rispetto ad una pandemia senza precedenti, possiamo essere soddisfatti. Ma auspichiamo che l’attenzione che la Regione ha dimostrato possa continuare”.

pino pace

Pino Pace, presidente Unioncamere Sicilia

“Mentre alcune realtà attendono i ristori del 2020 in tanti sono stati costretti ad arrendersi alla crisi”

Per il presidente di Unioncamere Sicilia, Pino Pace, il Covid ha creato, nella nostra regione, una “situazione gravissima” da cui sarà difficile uscire. Molti imprenditori hanno gettato la spugna a causa dei troppi oneri e delle poche entrate causate dalle restrizioni e per questo “la nostra economia rischia di collassare sempre di più”. Un quadro a tinte fosche, in cui l’intervento delle istituzioni diventa fondamentale per intravedere una luce alla fine di un tunnel durato molto più del previsto.

Qual è la situazione economica nell’Isola?
“È trascorso ormai un anno dall’inizio della pandemia da Coronavirus che ha sconvolto prima le nostre vite personali e poi le nostre vite professionali. E così in Sicilia sulle esportazioni, che già nel 2019 avevano fatto registrare dati allarmanti con -14%, siamo costretti a incassare dati negativi anche nel 2020, con una flessione del 24,25%. Numeri che sono un’ulteriore mazzata non soltanto per l’export ma per l’intera economia siciliana. La mancata esportazione di una grossa percentuale di prodotti petroliferi, chimici, alimentari e di apparecchiature elettroniche ha determinato un andamento fortemente negativo”.

Vista la complicatissima situazione con cui si è costretti a fare i conti, cosa occorre per riprendersi?
“La situazione è gravissima. È difficile andare avanti e qualcuno si è già arreso. Speriamo che il governo Draghi si attivi con immediati ristori e faccia registrare un’inversione di tendenza rispetto al precedente. Facciamo appello ai governi nazionale e regionale, perché soltanto i ristori possono davvero aiutarci”.

A tal proposito, siete soddisfatti degli strumenti per il sostegno alle imprese e delle iniziative di vario genere intraprese fino a questo momento da parte dei Governi, sia a livello nazionale che regionale?
“Da mesi chiediamo attenzione per le imprese al Governo nazionale, ma anche a quello regionale, la nostra economia ogni giorno rischia di collassare sempre di più. Ci hanno chiesto un ultimo sforzo facendo ripiombare la Sicilia in zona arancione, ma lo possono chiedere a quanti ancora possono farlo. Siamo costretti a registrare che mentre le imprese ancora attendono i ristori promessi a fine 2020, molte purtroppo hanno dovuto arrendersi alla crisi. Ristoranti, pizzerie, bar e pub, purtroppo, hanno continuato a pagare bollette e affitti e da mesi sono al collasso. Qualcuno sta resistendo, ma non si sa ancora per quanto”.

stefano parisi

Stefano Parisi, presidente Acli Sicilia

“Occorre un piano progettuale e di investimenti per avvicinare il Mezzogiorno al resto del Paese”

La gestione della pandemia, secondo il presidente di Acli (Associazioni cristiane lavoratori italiani) Sicilia, Stefano Parisi, ha “contribuito a scavare un solco ancora più profondo tra le due Italie”. Nell’Isola, infatti, i disagi causati dai ritardi nell’erogazione dei sostegni per i lavoratori hanno creato situazioni tali da far crescere il gap tra Nord e Sud. Per questo, adesso, la politica è chiamata a “elaborare un piano pluriennale di sviluppo per le zone meno ricche del Paese”.

Qual è la situazione per i lavoratori siciliani dopo un anno di Covid-19?
“La catastrofe legata alla diffusione del Covid-19, oltre ad avere decimato la generazione che ha costruito la storia e l’economia del nostro Paese, ha aumentato il divario tra Nord e Sud gettando nella disperazione le imprese, e quindi i lavoratori, e le famiglie. Ritardi nell’erogazione della Cassa integrazione e i sussidi arrivati in ritardo, e in ogni caso insufficienti a coprire le perdite subite, hanno contribuito a scavare un solco ancora più profondo tra le due Italie”.

Cosa occorre per riprendersi dopo questa crisi?
“La politica è chiamata da un lato a prendere consapevolezza di questa situazione e dall’altro a elaborare un piano pluriennale di sviluppo per le zone meno ricche del Paese. Le recenti dichiarazioni del presidente del Consiglio, Mario Draghi, danno speranza. Ma il piano progettuale e di investimenti che deve permettere al Mezzogiorno di superare quella condizione di subalternità rispetto al resto d’Italia, deve essere pensato e costruito, nell’immediato, per sostenere il debole tessuto imprenditoriale, per migliorare la scarsa qualità dei servizi resi dalle amministrazioni locali, per combattere il radicamento delle mafie, per fermare l’emigrazione di migliaia di giovani e per ridurre quanto più possibile l’altissimo tasso di disoccupazione non soltanto giovanile. È per questo che chiamiamo in causa la classe dirigente sociale e politica dell’intero Meridione affinché possa da un lato assumersi le gravose responsabilità legate al passato e dall’altro sia capace di rinnovarsi per guidare il rilancio del Sud. Partendo da scuola, sanità, realizzazione delle infrastrutture, famiglia, turismo e agricoltura”.

Giudica sufficiente il supporto fornito dal Governo nazionale e da quello regionale?
“L’anno scorso la Cassa integrazione è arrivata con notevoli ritardi e a macchia di leopardo, quindi è chiaro che si poteva fare meglio. Io cerco di essere quanto più comprensivo possibile perché non ci si potevano aspettare reazioni veloci e immediate: in un momento straordinario come quello che ci è capitato, ovviamente non ci si aspetta il 100% di funzionalità, però è che chiaro che ci sono delle cose che possono essere assolutamente giustificabili a marzo del 2020 ma risultano un po’ meno comprensibili a marzo del 2021. Essere impreparati sull’erogazione della cassa integrazione anche a marzo 2021 lascia parecchio perplessi. Fermo restando che un evento del genere non poteva essere preventivato, il giudizio è negativo”.

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