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Dalla “guerra giusta” alla via del “difesismo”. Ma la pace resta l’unica strada da percorrere

Dalla “guerra giusta” alla via del “difesismo”. Ma la pace resta l’unica strada da percorrere

I numerosi conflitti presenti a livello globale stanno provocando ripercussioni sull’economia e sulla vita di tutti noi. Quando si scelgono le armi occorre mettere in conto le terribili conseguenze che ne deriveranno

Potrebbe esistere una “guerra giusta” quando già i due termini cozzano fra di loro? E il “difesismo” rappresenta davvero una terza via tra bellicismo e pacifismo o finirà per renderci tutti più insicuri?

Guerra giusta, difesismo e deterrenza: il dibattito tra etica e politica

Di fronte ai numerosi teatri di guerra, al riemergere di minacce globali, alla fine del multilateralismo, nonché alle conseguenze economiche sulla vita di tutti noi della situazione nello Stretto di Hormuz, sono ormai diventati ricorrenti alcuni concetti, quali “guerra giusta”, “deterrenza”, “riarmo”, “difesismo”.

In tanti, per teorizzare il concetto di “guerra giusta”, hanno fatto riferimento a Michael Walzer che, riprendendo il concetto di “guerra giusta” elaborato da Sant’Agostino e da San Tommaso D’Aquino, ha sottolineato come l’uso della forza sia moralmente accettabile (giusto) solo per difendere uno Stato sovrano o gli individui da un’ingiusta aggressione.

Filosofi e teologi hanno però sottolineato, innanzitutto, che per i due padri della chiesa è possibile partecipare alla guerra se questa rispetta alcuni criteri dello Ius ad bellum. Auctoritas (la guerra deve essere dichiarata da un’istituzione che ne ha diritto); Iusta causa (far cessare un’ingiustizia). In secondo luogo, è da considerare e da valutare l’evoluzione della tecnologia militare dal medioevo a oggi.

Ora, non occorre essere teologi o entrare in disquisizioni teoriche per poter affermare con certezza che la differenza con la situazione odierna sia abnorme e non solo dal punto di vista della tecnologia militare. Condurre una guerra oggi è completamente diverso rispetto all’epoca romana o al medioevo, periodi nei quali quei criteri erano stati concepiti. Non a caso in molti, e non solo tra i cattolici, hanno obiettato che non esiste nessuna “guerra giusta” e che i due termini, “guerra” e “giusta”, cozzano fra di loro.

Deterrenza, riarmo e difesismo: le critiche degli studiosi

Per quanto riguarda la “giusta deterrenza” come strumento di pace, che oggi è al centro del dibattito europeo, l’idea centrale su cui si fonda, è “che il possesso di un apparato di difesa credibile e integrato a livello europeo scoraggi le aggressioni esterne, rendendo la forza militare uno strumento non di offesa, ma di stabilizzazione geopolitica”. All’interno di questo solco, ma con alcuni distinguo, si colloca il “difesismo”, una specie di terza via tra bellicismo e pacifismo, che definisce la difesa come uno scudo necessario per proteggere i valori democratici e lo stato di diritto. Questa dottrina promuove la convivenza pacifica puntando strategicamente sulla deterrenza e su una capacità militare di contenimento.

Ma anche qui, cioè sul rafforzamento militare delle nazioni, molte sono state le obiezioni. In particolare Charles Glaser ha sottolineato che questo funziona solo se viene avvertito come difensivo. Quando invece la deterrenza viene avvertita come una minaccia e come preparazione alla guerra, essa scatenerà la controffensiva e ogni Paese si armerà per essere più sicuro. “Il che finirà – scrive Glaser -per rendere tutti più insicuri”.

Pace, dialogo e diplomazia: la posizione di Papa Leone XIV

E allora, qual è la via da percorrere? A differenza di quanto i belligeranti tendono a far credere, una scelta tra guerra e non guerra esiste sempre, anche per chi si deve difendere da un attacco. Considerando tutti i danni ingiusti che si stima possano verificarsi e tutti i mali (violazioni dei diritti individuali fondamentali, distruzione dell’ambiente) che le guerre stesse creano, per la loro natura e per le tecnologie impiegate, appare sufficientemente chiaro che l’unica “giusta causa” possibile sia la prevenzione di mali ancora più grandi.

Su questo punto Henry Shue, emerito di Politics and International Relations presso l’Università di Oxford, specifica che per scegliere tra guerra e pace occorrono “giudizi complessivi su tutto il male che ci si può ragionevolmente attendere se si sceglie la guerra”. In realtà, “è sufficiente – afferma Shue – una sola parte per avere un massacro o un’invasione, ma due parti per avere una guerra”. Se si sceglie la guerra, si deve mettere in conto che saranno commessi tutti i mali di quella guerra, qualunque essi siano.

Ancora più chiara la posizione di Papa Leone XIV che, senza giri di parole, condanna costantemente ogni conflitto, definendo la guerra un “flagello” e ribadendo che Dio rifiuta la violenza e la preghiera di chi vi ricorre. Il Pontefice ha chiesto incessantemente il cessate il fuoco e ha espresso profondo dolore per le vittime innocenti, invocando “vie di dialogo” per una pace giusta. Ha lanciato forti appelli ai leader mondiali affinché rinuncino alle armi e scelgano la via diplomatica perché non esiste “una guerra giusta”.

Nell’enciclica Magnifica Humanitas, Papa Leone XIV ha ribadito una ferma condanna nei confronti dei conflitti, contestando la “cultura della potenza” e richiedendo il superamento della teoria della “guerra giusta”, perché solo la pace può essere giusta.

Pina Travagliante
Professore ordinario di Storia del pensiero economico presso l’Università degli Studi di Catania