Il mondo ebraico, il 14 aprile scorso, ha celebrato la solennità civile della “Giornata Dedicata alla Memoria dei Sei Milioni di Ebrei Sterminati dal Nazismo e della Resistenza degli Ebrei” (Yom ha Shoah Ve Ha Gvurah). Il giorno precedente si era ricordato il quarantesimo anniversario della visita di Papa Giovanni Paolo II alla Sinagoga di Roma, dove era ad accoglierlo il Rabbino Elio Toaff, un gesto che certamente è stato favorito dai rapporti personali di reciproca stima ed amicizia tra le due massime autorità spirituali e religiose, fatto che ha agevolato il dialogo tra le due religioni.
Shoah e dialogo interreligioso: due anniversari, un unico messaggio di libertà e convivenza
Apparentemente tra i due eventi sembrerebbe non esservi alcun nesso, invece non è così. Il primo, che commemora le vittime del nazifascismo, ci ricorda che la libertà è un bene prezioso che va custodito e difeso anche con la vita, mentre il secondo ci fa riflettere su come il dialogo tra religioni con tradizioni, culture e sensibilità diverse sia un elemento essenziale per la convivenza pacifica tra uomini e stati. Oggi più che mai, in un periodo segnato da guerre e sanguinosi conflitti, per lo più, neanche dichiarati, è più necessario che il dialogo riprenda su tutti i fronti tra stati sovrani e singoli cittadini.
Fake news e disinformazione: le armi di guerra del nostro tempo contro la democrazia
Questa esigenza di comunicazione viene fortemente ostacolata tra gli individui da un subdolo strumento bellico, quali sono le informazioni tendenziose e false, una vera e propria arma di guerra, oltre che strumento di efficace lotta politica interna. I media, specie quelli on line, che ne sono gli artefici principali nella loro stragrande maggioranza, non sono stati concepiti per informare fedelmente e per dare una visione corretta della realtà, bensì per catturare la nostra attenzione e carpire il nostro tempo, nonché monitorare abitudini e tendenze, per poi raccogliere dati di preferenze, tendenze ed orientamenti e catalogarli a fini di mercimonio, ed essere allo stesso tempo sistema di persuasione politico e commerciale. Favorendo con il loro prender posizione alcune aggregazioni e dissuadendo il formarsi o progredire di altre, che potrebbero essere alternative ed oppositive a chi li sostiene finanziariamente.
La bolla informativa e il pensiero unico: i pesci rossi che non vogliono conoscere altri acquari
Alle adulterazioni delle fonti di conoscenza fa da pari, la tendenza di ciascun individuo a vivere in una propria bolla di sapere, in cui le informazioni di fonte diversa non trovano accesso, perché scartate automaticamente al loro primo apparire, senza alcuna attenzione e valutazione. Così che questa tipologia di cittadini, che sono la stragrande maggioranza, sono come pesci rossi che vivono nella classica boccia di vetro, conoscono benissimo l’acqua che li circonda, ma non conoscono né vogliono conoscere quella di altri acquari e figurarsi quella più avventurosa di fiumi, laghi, canali e stagni. Non ci pensano proprio. Invece in coerenza con quella che è l’anima della vera democrazia, è necessario attingere ad altre fonti d’informazioni, diverse ed alternative, soprattutto a quelle che non ci piacciono perché avverse e destano repulsione e soprattutto avere il coraggio di mettersi nei panni dell’altro, quello che abbiamo eletto a nostro eterno “rivale ed all’occorrenza nemico”. È un esercizio scomodo e faticoso ma molto salutare. Purtroppo le convinzioni, peggio se sperimentate e approfondite, sono delle vere gabbie per la mente umana, che bloccano e non fanno progredire. Restare vittima dei propri principi è un cancro da scongiurare.
Il Sinedrio e il voto unanime: quando il pensiero unico era già motivo di sospetto
Sembra incredibile ma mai nella storia dell’umanità è stata così abbondante il quantitativo delle informazioni offerte ed allo stesso tempo alto il pericolo della disinformazione o della cattiva informazione, madre del pensiero unico, che non è niente affatto estraneo ai regimi occidentali cosiddetti “democratici”. Nell’antichissima Gerusalemme tra i compiti del Sinedrio vi era pure quello di giudicare. Quando alla fine del dibattimento tra accusa e difesa il verdetto che si formava era costituito dal voto unanime e conforme di colpevolezza, espresso senza eccezione e senza riserve da tutti i membri dell’assemblea giudicante, in quel caso, specie se la pena era severa, non si poteva condannare, perché l’idea che non ci fosse un solo votante a favore dell’incolpato e quindi un pensiero unico induceva un senso di prudente diffidenza e di esplicito sospetto.

