L’assistenzialismo che deresponsabilizza - QdS

L’assistenzialismo che deresponsabilizza

Carlo Alberto Tregua

L’assistenzialismo che deresponsabilizza

venerdì 26 Febbraio 2021 - 00:00

Lo scambio del voto col bisogno

Che vi siano poveri, bisognosi, deboli e disabili, è purtroppo un dato obiettivo. Che questi cittadini debbano essere assistiti, curati, che ad essi debbano essere alleviate le pene delle malattie e dell’esistenza, è del tutto pacifico. Solo che il becerume umano cerca di far passare per quei soggetti tanti altri che non hanno per nulla bisogno, che non hanno voglia di far nulla e, nascondendosi sotto il mantello della pietà, cercano di sfruttare il sistema per trarne egoistici vantaggi.
Il lavoro è la vera medicina per tutti, a prescindere dal fatto che piaccia o non piaccia. Solo chi non ha voglia di lavorare continua a fare lo schizzinoso, spesso rifiutando il lavoro, con la motivazione che non gli piace.
Chi fa così non ha letto la storia di cinquanta secoli e non ha capito, o non ha voluto capire, come l’importante sia liberarsi dai bisogni e, per farlo, occorre tirarsi fuori da quelli materiali, diventando economicamente autonomi.
Ripetiamo questi concetti forse troppo spesso, ma qualunque ragionamento parte da essi.

L’assistenzialismo deresponsabilizza i cittadini. Perché il ceto politico lo pratica, anzi se ne ammanta come una sorta di merito, non distinguendolo dall’assistenza dovuta? Per il facile gioco che quando si allargano i cordoni della borsa, quando si danno sussidi di ogni genere a tutti, se ne ottiene un facile consenso e con esso i voti, con la conseguente diseducazione al lavoro della gente.
Non solo l’assistenzialismo produce queste nefaste conseguenze, ma esso è la molla che fa scattare in tutto il ceto burocratico il principio secondo il quale lo stipendio è un diritto, il lavoro si paga a parte.
Conseguenza di questo modo di pensare è la diffusione a macchia d’olio della corruzione nella Pa che ha per oggetto il malloppo, il quale viene scambiato ed utilizzato come una droga.
Anche in questo caso il principio si basa sul bisogno dei cittadini. Prima si citavano i poveri e i bisognosi, ora si citano quelli che comunque hanno bisogno della burocrazia e si relazionano con essa in maniera subordinata, il che snatura il principio democratico secondo cui il potere risiede nel Popolo.
Un ceto politico ordinato e responsabile dovrebbe mirare prima allo sviluppo, riducendo al minimo i sussidi, corrisposti – come prima si scriveva – solo a coloro che ne hanno veramente bisogno. è lo sviluppo che crea ricchezza, posti di lavoro e imposte, non l’assistenzialismo.
Ma lo sviluppo può esser fatto solo da competenti, cioé da gente abituata a coniugare i fattori della produzione, quelli economici ( il lavoro e la sua organizzazione) ed altri elementi relativi.
Cosicché, dovrebbe vigere per tutti la regola che prima bisogna occuparsi di effettuare investimenti, come carburante della ruota economica, e solo dopo preoccuparsi di diminuire il dislivello fra classi ricche e classi povere. Dislivello che, per altro, si accorcia mediante la leva fiscale, se è ben congegnata ed altrettanto ben adoperata.
Un ceto politico competente ed onesto sa che per alleviare i poveri bisogna dividere la ricchezza, la quale prima dev’essere prodotta; non dividere la povertà, perché di San Francesco ce n’è stato uno solo.

Non è che gli attuali politici, che si distinguono dai politicastri, non possano convertirsi e diventare veri servitori dello Stato. è che per diventarlo dovrebbero avere studiato tanto ed essere in possesso di conoscenza dei fatti storici avvenuti nei secoli, tali da indurli a ragionare e ad agire in conseguenza.
Non è che non possa accadere questo. Ricordiamo un fulgido esempio della conversione di Agostino di Tagaste (algerino), il quale, prima di quel momento, era un ganimede ed ebbe persino un figlio, tale Adeodato. Lo stesso Agostino, quando fu folgorato dal Padre Eterno, disse: “Voglio convertirmi, ma non subito subito”.
Ma torniamo ai nostri brutti giorni, con la pandemia che ha tolto a tutto il mondo un anno di vita e con questa classe politica italiana che ha sbilanciato il suo comportamento chiudendo tutto e distruggendo la macchina economica. Ancora non si riesce ad intravedere quel cambio di funzionamento indispensabile per ritornare alla normalità.
Eppure siamo fiduciosi, perché dopo le salite ci sono sempre le discese. Basta avere pazienza e forza d’animo.

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