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Mafia provider, come i Nardo controllavano il territorio e le ditte edili della Sicilia orientale

Mafia provider, come i Nardo controllavano il territorio e le ditte edili della Sicilia orientale
Le immagini del blitz del 24 settembre

Le regole imposte nei cantieri, il pizzo e le estorsioni: secondo quanto emerso dal blitz tra Catania e Siracusa, il clan imponeva ogni tipo di servizio alle ditte edili

Offerte che non si possono rifiutare. La mafia continua ad agire come fornitore di servizi. Ne è prova l’ultima indagine della Direzione distrettuale antimafia che ieri ha portato all’arresto di 25 persone orbitanti attorno al clan Nardo, organizzazione attiva a Lentini e legata alla famiglia catanese Santapaola-Ercolano. Il blitz è servito anche a sequestrare beni per oltre cinque milioni di euro.

L’inchiesta ha fatto luce anche su diverse estorsioni – alcune solo tentate – nei confronti di ditte edili. In qualche caso si è trattato di cantieri importanti, come i lavori propedeutici alla realizzazione della superstrada Catania-Ragusa, la costruzione di una stazione elettrica o l’installazione di un grande parco fotovoltaico.

L’elemento che lega questi episodi è la rivendicazione della territorialità. Un aspetto che, in una fase storica in cui spesso si parla del nuovo volto delle mafie, richiama gli anni in cui la geografia dei clan rappresentava in molti casi una norma di rango superiore a qualsiasi legge o codice degli appalti.

Gli interessi del clan Nardo tra strutture e opere

Tra gli esempi in cui emergono in maniera più evidente le ingerenze dei Nardo c’è l’appalto per la costruzione di una stazione elettrica a Vizzini. Carabinieri e finanzieri hanno fatto luce sul ruolo che Antonino Guercio, 48enne con precedenti per associazione mafiosa, si era ritagliato con le ditte a cui era stato assegnato il compito di eseguire i lavori.

La commessa era stata assegnata al consorzio Italwork, che a propria volta aveva designato come impresa esecutrice l’abruzzese Ceie Power.

Tra la fine del 2021 e l’inizio del 2022, i referenti dell’azienda si sono ritrovati a dover interloquire con Guercio – il cui cugino lavorava nella Ceie Power – prima di effettuare scelte che, sulla carta, sarebbero state di esclusiva competenza della società. “Il condizionamento del clan avveniva mediante l’imposizione dei luoghi di ricovero dei veicoli, dei responsabili di cantiere, delle strutture ricettive in cui collocare la manodopera”, si legge nell’ordinanza.

Un controllo a tutto tondo dell’indotto che si sarebbe potuto generare. Gli investigatori hanno intercettato diverse conversazioni in cui Guercio, parlando con altri esponenti del clan, ragionava sulle strategie da adottare per fare in modo che la ditta accettasse di seguire le indicazioni dei Nardo. “La ditta la devi tenere calma”, viene riportato nella trascrizione di una conversazione. Dal canto proprio, “Guercio – scrive la gip – assicura di averne il totale controllo, tanto da lasciare intendere di poter disporre persino l’immediato allontanamento del personale che non si adegua alle regole imposte”.

Le strutture ricettive su cui il clan dimostrava interesse erano situate in più Comuni. Nell’ordinanza si fanno riferimenti a Priolo Gargallo e Vizzini.

Le indicazioni andavano rispettate a prescindere dalla qualità del servizio reso. Gli investigatori hanno registrato una conversazione in cui un responsabile della Ceie Power riferiva delle lamentele degli operai: “Sono andato pure io un paio di notti sopra là e me ne sono sceso per la disperazione”.

Guercio e gli altri sarebbero stati talmente insistenti da andare in cantiere a reclamare l’esiguità dei pernottamenti. “Addirittura erano entrati all’interno del cantiere per contare il personale presente e avevano preteso che venisse incrementato il numero di persone alloggiate nella suddetta struttura”, si legge nell’ordinanza.

Guercio avrebbe puntato a far assumere anche operai del posto e, quando le cose a suo dire non stavano filando per il verso giusto, suggerito al cugino di far presente ai responsabili dell’azienda il rischio di subire ripercussioni. “Mio cugino cerca di fare la pace – riferiva il parente di Guercio –. Ma ci sono cristiani che, appena mio cugino scioglie la catena, già fanno danno”.

Trattamento da amici

L’imposizione del pizzo, il più delle volte dissimulato tramite sovrafatturazioni di forniture e servizi resi da ditte compiacenti, nell’ottica dei Nardo non doveva esentare nessuno. Neanche quando ad arrivare nella zona per lavorare erano ditte che si supponeva potessero essere legate ad altri personaggi della criminalità organizzata.

Durante i lavori di movimento terra funzionali all’avvio della costruzione di parte dei lotti della Catania-Ragusa, Massimo Rizzo – 52enne ritenuto esponente apicale del clan – parlava della necessità di avvicinare un’impresa di Maniace, che sarebbe stata in qualche modo vicina al boss Turi Catania.

L’obiettivo era quello di concordare la messa a posto per il ricovero dei mezzi. “Siccome lui fa riferimento a Turi Catania, ‘sta ditta qua è un amico nostro”, spiegava a Rizzo una persona di sua fiducia.

“Rizzo – scrive la gip – forniva indicazioni su come l’organizzazione mafiosa si sarebbe regolata nel calcolare la somma che l’impresa di Maniace avrebbe dovuto versare a titolo estorsivo, evidenziando che avrebbero tenuto conto del fatto che questa è una impresa cosiddetta amica, ovvero vicina all’organizzazione mafiosa”.

Nella ricostruzione di Rizzo, la ditta amica sarebbe dovuta tornare utile anche per avvicinare i titolari di un’impresa campana che da lì a poco sarebbe dovuta arrivare nel territorio dei Nardo per effettuare operazioni di bonifica di eventuali ordigni bellici nei cantieri della Catania-Ragusa.

Il lavoro è dei paesani

A non essere andato in porto, invece, è stato il tentativo di un imprenditore di 59 anni di estromettere dal cantiere un’azienda che stava realizzando parchi solari nel territorio di Melilli e Augusta per conto della società Blusolar.

Anche nei suoi confronti la Dda di Catania ha chiesto la misura cautelare, ma la giudice per le indagini preliminari non è stata dello stesso avviso, in quanto l’episodio contestato è rimasto un fatto isolato e l’uomo non risulta collegato direttamente al clan.

In ogni caso dalla denuncia raccolta dagli investigatori è emerso lo stesso modus operandi degli altri indagati e, in particolare, la pretesa di rivendicare un diritto legato alla territorialità.

Dopo avere avvicinato il titolare dell’azienda incaricata della Blusolar, il 59enne gli avrebbe intimato di lasciare lavorare le ditte della zona senza intromettersi in luoghi che non erano di sua competenza. Davanti al rifiuto, la vittima ha detto agli investigatori che l’imprenditore – presentatosi sul posto con i due figli – avrebbe commentato che quelli come lui “era cosa di metterli in una macchina e dargli fuoco”.

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