Messico, tra sangue e ineffabili bellezze - QdS

Messico, tra sangue e ineffabili bellezze

Salvatore Santagati

Messico, tra sangue e ineffabili bellezze

sabato 13 Giugno 2020 - 00:00
Messico, tra sangue e ineffabili bellezze

La prima di quattro puntate dedicate a un luogo meraviglioso e orribile, il Messico

Del mio lungo viaggio in Messico vi narrerò in quattro puntate, partendo dal ricordo di una bibita che prende il nome di un semplice fiore di campo.

Dovete sapere che per giorni – ne riparleremo proprio nell’ultima puntata – attraversai in autobus vaste zone desertiche simili a quelle dei film western, con delle piante di cactus a volte gigantesche.

In quelle zone erano numerose le coltivazioni di agave, pianta dalla quale si ricava il tipico liquore messicano, la tequila, che, con il Grand Marnier, è il principale ingrediente di una deliziosa bevanda, la Margarita, servita con ghiaccio frullato e il bordo del bicchiere cosparso di sale.

Furono gli spagnoli a inventare la tequila: quando, intorno alla metà del Cinquecento, i conquistadores finirono le scorte di brandy, iniziarono a distillare l’ixtac octli degli aztechi, un fermentato di agave blu, diventato poi pulque e celebrato nel 1869 da José María Obregón nel quadro El descubrimiento del pulque conservato nel Museo Nazionale d’Arte di Mexico City.

Da siciliano, mi venne in mente, durante quel viaggio, come uno dei punti di contatto tra il Messico e la mia Isola fosse stata una ferrea dominazione spagnola. E il fatto che entrambi avevano – e forse hanno ancora – un grave problema d’immagine, a livello internazionale.

Se parli di Messico, infatti, vengono subito in mente il traffico di droga, gli spietati omicidi, i sequestri di persona, le autentiche guerre tra potenti cartelli e tra questi e lo stesso Stato. Com’era una volta in Sicilia con la Mafia, in Messico a volte lo Stato è il più debole. E spesso si arrende, lasciando ai cartelli della droga interi territori da governare.

Soltanto nel 2019 in Messico sono scomparse, senza lasciare traccia, più di sessantamila persone, vittime di una guerra atroce e senza fine.

In Messico, però, viaggiatori e turisti, raramente vengono coinvolti nelle violenze, nelle faide tra cartelli.

Così, a dispetto dei muri di Donald Trump, sono tantissimi gli americani – e non solo – che scelgono il Messico per una vacanza oppure, addirittura, per viverci stabilmente, una volta arrivati all’età della pensione.

Il turismo è un’importante risorsa economica per il Paese e i cartelli se ne stanno alla larga perché i loro guadagni stanno altrove.

Città simbolo del turismo messicano era, negli anni Cinquanta, Acapulco, divenuta di gran moda dopo che parecchi film hollywoodiani furono girati lì. Tranne “L’idolo di Acapulco” con Elvis Presley, che non si recò mai in Messico e girò in studio sfruttando fondali e chroma key.

Sorsero tanti alberghi di lusso e Acapulco, tra suonatori in abiti tradizionali, venne frequentata da scrittori, attori e ogni genere d’artista. Veniva mostrata anche nei film messicani in bianco e nero di quel periodo, bellissimi nella loro semplicità e influenzati forse dal cinema neorealista italiano.

Mi ha colpito molto, un paio d’anni fa, vedere sullo schermo “Roma”, pellicola, anche questa in bianco e nero, scritta e diretta da Alfonso Cuarón e ambientata nell’omonimo quartiere di Mexico City.

Acapulco, invece, era la capitale della “dolce vita” nordamericana, ma poiché tutto cambia, Puerto Vallarta e Cancun la soppiantarono e, quando la visitai io negli anni Novanta, la città era già diventata l’ombra di sé stessa, una meta del cosiddetto turismo sessuale. Un pomeriggio, verso l’imbrunire, in un caffè all’aperto affollato, vidi degli agenti in borghese, ammanettare e portar via un signore dall’apparenza distinta che non oppose alcuna resistenza, come se si aspettasse l’arresto. Gli agenti lo fecero entrare in un’auto dai vetri oscurati.

Su un giornale lessi poi che si trattava dell’Fbi, che, senza chiedere permessi alle autorità messicane, spesso arrestava cittadini americani ricercati per crimini sessuali, e li rimpatriava su aerei privati.

Quando giunsi ad Acapulco il caldo era pazzesco: facevo tre o quattro docce al giorno, cambiavo camicia e non appena uscivo si inzuppava subito di sudore.

Mi colpirono i tantissimi alberghi-casermoni, brutti grattacieli di appartamenti-vacanza di proprietà dei nuovi arricchiti di Città del Messico e di canadesi e italo-americani – di poca cultura – che facevano lì le vacanze.

Ma la cosa che mi scosse fu notare i camion militari colmi di uomini armati con i volti coperti da passamontagna neri: si vedevano solo gli occhi che luccicavano nella luce tropicale.

Comprai un quotidiano locale e appresi che era in corso una guerra feroce tra cartelli della droga per il controllo del territorio.

Sulla copertina di un rotocalco vidi immagini terribili: corpi decapitati, bruciati, torturati, occhi strappati dalle orbite. Il giorno dopo vidi una foto in bianco e nero che ancor oggi ho viva nella memoria: quella di un uomo scorticato vivo, trovato all’alba davanti a una fontana piena del suo sangue, gli occhi terrorizzati. La sua pelle era appesa a un bastone.

Quell’immagine ricordava certi crudi dipinti del Seicento napoletano.

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