Nella foresta laurisilva gli alberi come colonne - QdS

Nella foresta laurisilva gli alberi come colonne

Salvatore Santagati

Nella foresta laurisilva gli alberi come colonne

venerdì 05 Luglio 2019 - 00:03
Nella foresta laurisilva gli alberi come colonne

Seconda puntata dedicata alla fantastica isola portoghese di Madera, patrimonio UNESCO

In questa seconda puntata dedicata a Madera voglio raccontarvi di come feci la mia conoscenza con la maggiore foresta laurisilva del mondo, dichiarata dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità.

La “Selva di lauri” è una tipologia di foresta sempreverde tipica delle isole dell’Atlantico settentrionale e quella di Madera è vasta ben centocinquanta chilometri quadrati. Un giorno presi la corriera per il centro dell’isola, proprio con l’intenzione di farmi una lunga passeggiata tra i boschi, per i tanti sentieri dei quali avevo sentito molto parlare dagli abitanti. Durante il viaggio mi godetti panorami montani mozzafiato, e a ogni curva si intravedeva sempre l’azzurro dell’oceano.

Una volta giunti, fu un’autentica meraviglia passeggiare sotto l’ombra maculata di alberi giganti e primordiali. I loro tronchi sono grandi come le colonne dei templi che ho visto a Luxor e si innalzano fin quasi a toccare il cielo. Camminai per ore accanto a dei stretti corsi d’acqua fino a quando mi ritrovai in un villaggio scoprendovi una festa campestre, con bancarelle e tanta gente impegnata a divorare carne arrostita su grandi bracieri. Ovunque erano appese carcasse di animali squartati: agnelli, capre, vitelli, maiali. Una sorta di mattatoio all’aperto, già visto nei villaggi brasiliani e argentini.

Mi spostai nel paesino successivo, più tranquillo, e camminando tra le stradine notai, sparse qua e là, tra le semplici case rurali, grandi ville piuttosto pacchiane. Chiesi a un signore a chi appartenessero. “Sono degli emigrati – rispose – quelli che hanno fatto fortuna all’estero. Molti di loro vivono ancora in Sudafrica e tornano solo per un mese, in estate. Ma si sono fatti concorrenza nel realizzare la villa più grande e più lussuosa”.

Mentre parlavamo si mise improvvisamente a piovere e l’uomo m’invitò in casa sua. Seduta accanto a un camino acceso mi indicò la moglie ammalata di alzheimer con una copertina sulle ginocchia. Lei mi guardò con occhi dolci e assenti. Sul tavolo c’era un grande vaso colmo di gigli bianchi. “Sappiamo – mi confessò poi il mio ospite – che queste grandi ville pretenziose sono fuori posto in questo ambiente rurale. Ma sono anche vuote. Sembrano fantasmi”.

Nel frattempo aveva smesso di piovere e s’era fatto buio, così l’uomo mi accompagnò con la sua vecchissima automobile a prendere l’ultima corriera per Funchal, la capitale di Madera. Tutto era bagnato, fresco e gocciolante.

Venne domenica e, camminando per le stradine graziose di Funchal, mi trovai per caso davanti una chiesa anglicana. Varcai un cancello ed entrai in un grande giardino curato da alcuni volontari e presi a chiacchierare con loro. Apprendendo che la musica suonata durante la funzione sarebbe stata di buon livello, decisi di trattenermi per la messa. E quando cominciò arrivare la gente mi ritrovai immerso in una surreale atmosfera coloniale. C’erano signore con grandi cappelli ornati da stravaganti piume talmente variopinte da competere con quelle di pappagalli e pavoni che affollano l’Isola. C’erano uomini eleganti con indosso giacche di ottimo taglio e sulla testa cappelli bianchi.

Durante la messa, in effetti la musica di Bach mi commosse fin quasi alle lacrime. E dopo la funzione, nel giardino della chiesa, ebbi modo di complimentarmi con l’organista – gay come tutti gli organisti inglesi – che mi presentò il marito, un botanico. Gay era anche il prete, anziano, innamorato dell’Italia e che aveva vissuto a Taormina e Roma. I volontari cominciarono a servire il the, ma anche bicchierini di vino madera (quel Malmsey figlio dei vitigni siciliani di malvasia del quale vi dicevo nella scorsa puntata), e torte casarecce. E, in quel clima dolcissimo, immersi nel profumo di piante e fiori, si respirava una piacevole atmosfera.

La domenica seguente l’organista e suo marito m’invitarono a cena nella loro casa, e cominciai a comprendere come anche in un paradiso come Madera non tutto è perfetto. Per giungere alla loro abitazione, infatti, fui costretto a inerpicarmi per stradine davvero ripidissime, giungendo alla conclusione che per visitare a fondo Madera… occorre essere in forma.

Sperimentai poi che qui la sera cade in un istante e il crepuscolo quasi non c’è. Confuso dal buio, cominciai ad allarmarmi per l’abbaiare dei cani: cominciò uno e subito se ne aggiunse un altro e ancora un altro fino a quando non si formò un autentico coro di almeno una decina di loro. Un po’ inquietante.

Così, durante la cena, ne parlai ai miei ospiti, i quali mi raccontarono come l’abbaiare dei cani fosse una delle cose più sgradevoli del vivere a Madera, dove tutti qui tengono questi animali sui balconi o nei giardini. E i cani, ogni volta che passa qualcuno o si muove una foglia, abbaiano. “È veramente impossibile avere la tranquillità per lavorare in pace. Perlomeno per me che sono un compositore e spesso non riesco a concentrarmi” mi disse alla fine, esasperato, l’organista, rivelando l’intenzione di andarsene.

Anche un latrato può far odiare un paradiso.

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