Sarà che abbiamo bisogno di comunicare, di socializzare, ma esistono delle regole a salvaguardia anche e soprattutto dei nostri pensieri e della nostra “persona”. Se è vero che nel dire qualcosa occorre trasparenza e onestà intellettuale, quali valori imprescindibili, è anche vero che dire tutto, senza filtri, svuotare il sacco purtroppo non favorisce il benessere personale e di relazione. “Non si può non comunicare” è il primo assioma della comunicazione che Paul Watzlawick espone nel libro “La pragmatica della comunicazione”, ma occorre sapere comunicare. La comunicazione nei rapporti umani è complessa, complicata e se il linguaggio è uno strumento potente che può guarire, può curare, può anche ferire. Per esempio l’offesa rivolta a qualcuno diventa un’arma contro la mente, l’anima, il pensiero, e non è semplice da rimuovere.
Psicologia e comunicazione: perché dire tutto senza filtri può danneggiare il paziente
In Psicologia si presta molta attenzione, durante un colloquio, alla comunicazione con il paziente, alla modulazione dei termini. Dire senza mediazione ad un paziente: “Lei sta malissimo e non ne uscirà”, significa sopraffare e colpire in tutti i sensi la persona. Ricevere informazioni crude può generare ansia, depressione o rifiuto del trattamento. Occorre tatto e sapere dosare, non per mentire, ma per tutelare la dignità, l’equilibrio psicofisico del paziente.
Bioetica e autonomia: ogni persona ha diritto a scegliere quanto e quando sapere
Sia la Psicologia che la Bioetica incidono sul principio di autonomia, equità e giustizia/non maleficenza e ciò implica che ogni individuo ha diritto a conoscere ciò che lo riguarda, ma deve potere scegliere quanto e quando sapere. Così come un’informazione completa può nuocere più di quanto possa aiutare. Una diagnosi infausta deve essere comunicata con sensibilità, empatia e rispetto dei tempi emotivi della persona. Sapere porgersi non solo in ambito professionale, ma anche nelle relazioni quotidiane non deve fare perdere di vista la sensibilità del nostro interlocutore. Si chiama “mentalizzazione” ovvero la capacità cognitiva di “tenere a mente la mente”, afferma Fonagy per gestire anche relazioni sane.

