Non è solo l’aria che respiriamo ad essere sempre più calda. Mentre in tutta Europa si assiste a scene da emergenza climatica, con gli ipermercati francesi presi d’assalto per l’acquisto di un condizionatore, c’è un altro “fronte” del global warming che forse si sta sottovalutando: il surriscaldamento dei mari, a partire dal Mar Mediterraneo, che a cascata produce una serie di effetti domino, dalla biodiversità autoctona minacciata dall’arrivo di specie aliene fino ai cicloni che diventano sempre più devastanti proprio per l’accumulo di energia nelle acque più calde.
I dati sul riscaldamento dei mari italiani
A certificare i numeri è il nuovo rapporto del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente, composto da Ispra e dalle Agenzie per l’ambiente di regioni e province autonome (Arpa/Appa). In attesa di dati consolidati su questo primo rovente scorcio d’estate, uno sguardo a cosa è successo lo scorso anno e ai trend degli ultimi decenni aiuta a farsi un’idea del quadro generale.
Con una temperatura media annuale dei mari italiani di 20°C e punte oltre i 26°C tra luglio e agosto, il 2025 supera di 1,8°C il riferimento climatologico 1991-2020 e si conferma il secondo anno più caldo dal 1982. All’epoca Paolo Rossi, Beppe Bergomi e compagni alzavano la terza coppa del mondo dell’Italia: dopo quel picco, le temperature hanno subito un’importante accelerazione a partire dal nuovo millennio.
Dal 2000 in poi quasi ogni anno ha fatto registrare temperature superiori alla media, e il 2025 non fa eccezione: l’anomalia media è di +1,03°C, con giugno secondo mese più caldo della serie storica dopo il record del 2003. Anche le stagioni chiudono tutte sopra la media, con l’estate al quarto posto tra le più calde dal 1961. E c’è da scommettere che quest’anno andrà persino peggio.
Adattamento climatico e riduzione delle emissioni
Secondo Maria Alessandra Gallone, presidente di Ispra e Snpa, questi dati confermano che “il cambiamento climatico non è più una sfida del futuro, ma una realtà con cui siamo già chiamati a confrontarci”. Ridurre le emissioni è ancora possibile, ma “a condizione di accelerare il percorso con scelte fondate sulla conoscenza scientifica, sulla qualità dei dati e sulla capacità di prevenire e adattarsi ai cambiamenti”.
Gli esperti della rete nazionale individuano due leve fondamentali: la mitigazione climatica, attraverso la transizione energetica e modelli produttivi più sostenibili, e l’adattamento dei territori. Restano criticità nei trasporti e nel riscaldamento, settori nei quali l’Italia rischia di non centrare gli obiettivi di riduzione delle emissioni fissati per il 2030. Un passo avanti è arrivato a dicembre 2025 con l’istituzione, da parte del Ministero dell’ambiente, dell’Osservatorio nazionale per l’adattamento.
La situazione nel Mezzogiorno e in Sicilia
Non è, però, solo l’aumento delle temperature a preoccupare gli esperti. Le piogge cadute nel 2025 restano nella media climatologica (+1%), ma la distribuzione è profondamente diseguale: +7% al Nord, sostanziale stabilità al Centro, -5% al Sud e nelle Isole.
È proprio nel Mezzogiorno che si concentrano i segnali più critici: la Sicilia è arrivata a 116 giorni consecutivi senza pioggia, superata solo dalla costa ionica calabrese (121) e dalla Sardegna (118), e la severità idrica sull’isola è restata alta per tutto lo scorso anno.
Al Nord, al contrario, le piogge abbondanti hanno mantenuto le risorse idriche sopra le medie di riferimento, mentre nel Centro-Sud la siccità, da moderata a estrema, ha continuato a farsi sentire, seppure con minore intensità rispetto agli anni precedenti.
Una nota positiva arriva proprio dalla Sicilia: grazie alle copiose piogge dei primi mesi del 2026, la situazione – come confermano gli ultimi bollettini dell’Autorità di bacino sulle riserve idriche – è tornata sotto controllo.
Eventi estremi, frane e alluvioni in aumento
Il 2025 è segnato anche da diversi eventi climatici estremi, alcuni dei quali riportati nel rapporto di Snpa. Tra il 15 e il 17 aprile, un’ondata di maltempo ha colpito la Valle d’Aosta sud-orientale e il Piemonte nord-occidentale, con cumulate fino a 600 millimetri in 24 ore: piogge intense, suolo saturo e nevicate abbondanti in quota hanno provocato frane, allagamenti, valanghe e una vittima.
Tra il 16 e il 17 novembre, in Friuli-Venezia Giulia, un sistema temporalesco rimasto fermo per quasi 12 ore ha scaricato oltre 200 mm di pioggia: il torrente Judrio è esondato allagando Versa con acqua e fango alti fino a due metri, mentre una frana ha colpito Brazzano di Cormòns causando due vittime e la distruzione di tre abitazioni.
Il ciclone Harry e il legame con il mare più caldo
Il 2026, invece, ha già un evento che verrà ricordato: il ciclone Harry, che ha devastato le coste della Sicilia orientale. Si tratta della conferma più diretta, per il nostro territorio, di quel filo che lega il surriscaldamento del mare a fenomeni sempre più energetici e distruttivi.

