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Numeri sulla celiachia in evidente crescita, studi alla ricerca dei pazienti camaleonte

redazione

Numeri sulla celiachia in evidente crescita, studi alla ricerca dei pazienti camaleonte

mercoledì 09 Ottobre 2019 - 00:00
Numeri sulla celiachia in evidente crescita, studi alla ricerca dei pazienti camaleonte

Per uno studio italiano la prevalenza è in aumento, specialmente nelle aree metropolitane, e sfiora il 2% della popolazione

in collaborazione con ITALPRESS

ROMA – La celiachia è in continuo aumento. La stima, secondo cui ne soffrirebbe l’1% della popolazione, circa 600.000 persone, dopo vent’anni è purtroppo da rivedere al rialzo: un nuovo studio italiano indica che la prevalenza è in crescita, specialmente in alcune aree metropolitane, e sta sfiorando il 2%.

Lo hanno sottolineato gli esperti riuniti per l’8° convegno annuale “The Future of Celiac Disease” dell’Associazione italiana celiachia (Aic): alla base dell’incremento della prevalenza ci sarebbero probabilmente cause ambientali non ancora individuate ma l’aumento dei casi richiama alla necessità di migliorare le diagnosi che tuttora arrivano in media oltre sei anni dopo i primi sintomi. Così, anche e soprattutto per scovare i pazienti camaleonte con sintomi insoliti come afte ricorrenti in bocca, un’orticaria fastidiosa, l’anemia o le irregolarità mestruali, gli esperti propongono test del sangue mirati almeno su pazienti ricoverati in reparti come ginecologia, pediatria, medicina interna per individuare prima possibile i casi che resterebbero sotto silenzio perché si presentano con sintomi sfuggenti.

“Fino a poco tempo fa – ha spiegato Marco Silano, coordinatore board scientifico Aic e direttore unità operativa Alimentazione, Nutrizione e Salute, dell’Istituto superiore sanità – ritenevamo che la prevalenza di celiachia fosse in aumento solo per la nostra migliore capacità diagnostica, ora un nuovo studio mostra un incremento sostanziale dei casi. La rapidità dell’aumento fa pensare che a causarla siano fattori ambientali: sono al vaglio ipotesi come le infezioni virali, non solo intestinali, o l’uso dell’enzima transglutaminasi nei cibi pronti al consumo, oppure ancora l’uso di antibiotici nella prima infanzia, la quantità di glutine nello svezzamento o un microbioma che favorisca la patologia”.

“Inoltre – ha aggiunto – l’età media in cui si manifesta la celiachia sta salendo e stanno cambiando anche le modalità cliniche con cui si presenta: i pazienti con segni classici come la diarrea sono pochi, occorre perciò cambiare approccio e cercare i celiaci in tutte quelle categorie di pazienti che per esempio presentano sintomi di osteoporosi, anemia, turbe della fertilità, colon irritabile”.

Alla luce dei nuovi dati, i casi diagnosticati sarebbero appena il 20% contro il 37% di poco tempo fa. Mancano all’appello molti pazienti che avendo sintomi meno evidenti si trascinano per anni senza una diagnosi corretta: se da un lato nei bambini con sintomi classici la diagnosi può arrivare anche prima di due anni di vita, in molti adulti con segni meno usuali si può aspettare anche più di sei anni, arrivando in alcuni casi fino a settant’anni di età prima di averla.

“È perciò essenziale – ha spiegato Silano – impegnarci per diffondere consapevolezza sui segni meno scontati della celiachia, fra i pazienti e anche fra pediatri, medici di medicina generale ma soprattutto specialisti come dentisti, ginecologi, ortopedici, ematologi che finora non sono stati in prima linea nel riconoscere l’intolleranza al glutine ma che potranno diventare medici-sentinella per riconoscere i pazienti camaleonte. L’ideale sarebbe andare attivamente a cercare i pazienti nelle categorie a rischio, per esempio cercando gli anticorpi antitransglutaminasi in tutti i ricoverati in reparti ospedalieri come ostetricia, pediatria, medicina interna o sottoponendo ai test donne con turbe della fertilità o aborti ricorrenti. Dovremmo infine realizzare una sorta di elenco di sintomi, da quelli più classici e tipici a quelli che adesso vediamo correlati con la celiachia, come la tiroidite autoimmune: tutti i pazienti che li manifestassero andrebbero sottoposti agli esami sierologici”.

La diagnosi precoce di celiachia è una forma indispensabile di prevenzione delle possibili conseguenze della malattia ed è perciò fondamentale: il celiaco inconsapevole che assume glutine si espone infatti in rari casi a complicanze anche gravi e irreversibili. “Il modo di fare diagnosi – ha concluso Silano – potrebbe cambiare in futuro: a oggi nell’adulto la biopsia che confermi la celiachia è essenziale per escludere la presenza di altre patologie più gravi, in un prossimo futuro potrebbero bastare esami immunologici sul sangue. Ci sono infatti studi interessanti sulla cosiddetta biopsia liquida, un esame del sangue che predice la presenza del danno alla mucosa intestinale: viene utilizzato in oncologia, ma potrebbe essere applicato anche alla celiachia”.

In attesa di novità sul fronte della semplificazione delle diagnosi, l’Associazione italiana celiachia guarda avanti e contribuisce a disegnare un futuro migliore per i pazienti, in modo da agevolare e rendere meno costosa la dieta senza glutine che in Italia è erogata dallo Stato. “Le Regioni e Province autonome – ha dichiarato Giuseppe Di Fabio, presidente Aic – sono impegnate in un importante programma di digitalizzazione dell’assistenza ai celiaci che modernizza, semplifica e rende più economico il trattamento essenziale dei pazienti. Un obiettivo unico nazionale da realizzare però a livello locale: da anni sensibilizziamo le amministrazioni, con non poche difficoltà di coordinamento, per portare il bonus digitale a termine in tutta Italia”.

“L’eccellenza della sanità pubblica italiana – ha concluso Di Fabio – diritto universale per tutti i cittadini e bene prezioso, deve essere resa più efficiente e moderna proprio per non rischiare di perderla a causa di sprechi e inefficienze”.

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