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Più poveri dei genitori, senza certezze sul futuro: il grido dei giovani che scuote l’Italia

Più poveri dei genitori, senza certezze sul futuro: il grido dei giovani che scuote l’Italia

I dati congiunti di Ocse e Istat delineano un futuro preoccupante: salari reali in calo del 6,6% dal 1990 e lauree svalutate. Generazioni senza prospettive sono portate a pensare che la protesta sia l’unica arma disponibile

“I dati ufficiali dell’Istat certificano per la prima volta un blocco e una retrocessione dell’ascensore sociale in Italia, confermando che la generazione dei Millennials (i nati tra il 1980 e il 1994, che oggi hanno tra i 32 e i 46 anni) rischia concretamente di vivere in condizioni economiche e sociali peggiori rispetto a quelle dei propri genitori alla stessa età”. Questi dati ci conducono alle questioni vere che hanno spinto enormi masse di dimostranti a scendere per le strade delle maggiori città europee, per dire “Io esisto”.

La radice delle rivendicazioni non è affatto generica, aprioristica, non è un’ideologica opposizione ai vari governi. Le denunce di affitti molto alti per gli studenti, di carenze di case per le giovani coppie, di fatiscenza delle scuole e scarsità di insegnanti, di trasporti inadeguati, di difficoltà di vita per l’inflazione crescente, anche a cause del costo dei carburanti e dell’energia, rappresentano un grido d’allarme forte e preoccupante.

Il Rapporto Annuale dell’Istat ha evidenziato un’inversione di tendenza storica rispetto a tutte le generazioni del secondo dopoguerra. Il rischio è una retrocessione enorme rispetto alle precedenti generazioni. “Tra gli occupati giunti alla soglia dei trent’anni, la probabilità di scendere nella scala sociale rispetto alla famiglia d’origine ha raggiunto il 27,1%, superando la probabilità di salire, che si ferma al 25,1%”.

Lavoro e stipendi: perché i giovani faticano a migliorare la propria condizione

Nelle generazioni precedenti, dalla fine del dopoguerra, la probabilità maggiore era sempre stata quella dell’ascesa sociale e del miglioramento della qualità di vita. Nonostante i trenta-quarantenni di oggi siano la generazione mediamente più istruita della storia recente, il mercato del lavoro offre scarsi sbocchi, adeguati ai titoli di studio, e non riesce a generare un numero soddisfacente di posizioni qualificate. Gli ultimi dati Ocse raccontano un’anomalia tutta italiana: un laureato guadagna in media solamente il 35% in più di un diplomato, contro il 54% della media dei Paesi Ocse.

I dati congiunti di Istat e Ocse evidenziano che in Italia i salari medi reali (ovvero calcolati al netto dell’inflazione) dei lavoratori dipendenti privati hanno subito un calo del 6,6% dal 1990 al 2026. Questa precarietà salariale si traduce in una forte dipendenza dalla famiglia d’origine. Lo sanno bene i giovani millennials che invece di comprare la prima casa, fare vacanze e mettere da parte i soldi per la seconda casa, come hanno fatto i loro genitori, si ritrovano con degli stipendi che non li fanno arrivare a fine mese.

Giovani ancora a casa dei genitori: il peso di stipendi bassi e affitti elevati

“I dati Eurostat e Istat mostrano che l’età media in cui si lascia la casa dei genitori in Italia è salita a 30,2 anni (quasi 4 anni sopra la media europea) e circa 7 giovani under 35 su 10 vivono ancora con i genitori per ragioni puramente economiche (stipendi bassi e affitti elevati)”. In Italia il 79 per cento dei ragazzi tra i 20 e i 29 anni vive ancora con i genitori e con la paghetta dei nonni. Inoltre, una quota pari al 63% dei trenta-quarantenni vive in case di proprietà intestate a genitori o nonni.

Il tradizionale “patto sociale” italiano – per cui studiare e impegnarsi garantiva un’ascesa sociale e un benessere superiore a quello della generazione precedente – si è di fatto incrinato a causa di una crescita economica e di una produttività nazionale rimaste fragili per oltre vent’anni.

Welfare, sanità e scuola: le richieste dei giovani che scendono in piazza

Le manifestazioni di piazza, lo sciopero generale, rilanciano l’esigenza di non smantellare il Welfare. C’è il rischio di una frattura generazionale grave se non si comprende che l’agenda delle priorità deve cambiare. Si è sottovalutata la tutela della salute, l’esigenza educativa, la necessità abitativa, la mobilità urbana e delle merci. L’affidamento al mercato delle possibilità di soddisfare i bisogni sociali si è dimostrato inadeguato di fronte alla crescita delle disuguaglianze economiche, occupazionali e reddituali. Una generazione che non vede davanti a sé un futuro migliore, stretta tra il progressivo peggioramento delle condizioni sociali e una politica incapace di proporre soluzioni concrete, tanto a destra quanto a sinistra, è portata a pensare che manifestare sia l’unica arma in suo possesso. I manifestanti chiedono meno spese per le armi e più per il welfare; ma non è una questione economistica. Vogliono pace perché hanno visto le stragi e la crudeltà della guerra nella Striscia di Gaza. In cambio della spesa per le armi, chiedono di proteggere il potere di acquisto e di rifinanziare il Welfare senza gestirlo come un’azienda. I giovani non si sentono in guerra contro nessuno, vogliono invece riaprire il futuro e riacquisire i diritti negati. E, invece, si ritrovano una scuola a pezzi, una povertà diffusa e una manovra finanziaria, in dirittura di arrivo, che non solo darà via libera a un aumento delle spese militari da 14 miliardi in due anni, ma sacrificherà sanità e scuola e favorirà chi guadagna più di 80 mila euro con la partita Iva.

Social network e nuove forme di protesta: il caso del movimento serbo

Per questo, i social, più che i partiti o i sindacati, sono stati e sempre più diventeranno i canali di aggregazione contro la guerra e contro la manovra, al di là delle appartenenze politiche, sociali, religiose. Un fatto inedito che ha visto il suo culmine nella vicenda serba, dove un movimento di studenti e insegnanti ha fatto a pezzi un regime, in nome della libertà e della democrazia.

Il rischio di una generazione lasciata senza futuro

La cosa peggiore che può succedere è che questi giovani rimangano inascoltati e vengano lasciati soli. Che gli adulti, i sindacati, i partiti, le istituzioni sottovalutino la loro capacità di organizzarsi. Sarebbe un rischio troppo alto per l’intera società italiana.

Pina Travagliante
Professore ordinario di Storia del pensiero economico presso l’Università degli Studi di Catania