Il bilancio dello Stato 2025 non ha raggiunto il risultato sperato: contenere entro il 3 per cento il disavanzo. Esso è stato appena superiore al 3,1 per cento, ma il risultato è grave perché mantiene in vita la procedura di infrazione che l’Unione europea ha aperto a carico dell’Italia da molti anni.
Nonostante il comportamento ragionieristico del ministro Giancarlo Giorgetti, la quadratura non c’è stata perché, da un canto, le uscite sono state tagliate in modo insufficiente e, dall’altro, non è aumentato il Pil in modo tale da aumentare le entrate tributarie e simili. Risultato, appunto, un deficit del 3,1 per cento.
Spesa corrente e clientelismo: perché i tagli sono impossibili e il Pnrr non basta
Dei due aspetti, uscite e entrate, il peggiore è quest’ultimo perché le uscite sono quasi incomprimibili, dato l’andazzo generale del Governo e della Pubblica amministrazione. Infatti, la spesa corrente, basata su inefficienza e clientelismo, non si riesce a potare, a scapito degli investimenti. Mentre la prima genera passività, la seconda, invece, genererebbe aumento delle entrate.
I tagli alle spese sono stati insufficienti perché, come prima si scriveva, il clientelismo è difficile da abbattere nella Cosa pubblica. C’è anche da considerare che dal 2021 al 2026 le spese per investimenti sono state sostenute dagli oltre centonovantaquattro miliardi di finanziamento del Pnrr. Anche in questo caso la deficienza della Macchina pubblica non ha permesso di utilizzare l’intero importo, che dovrà essere certificato entro il prossimo 30 settembre.
Vi è un’aggiunta negativa e cioè che dal 2028 al 2058 il nostro Stato dovrà restituire all’Ue una rata annua di capitale e interessi del prestito Pnrr pari a circa 6,5 miliardi, come dire duecento miliardi.
Procedura di infrazione Ue anche nel 2026: crescita allo 0,5% e spese energetiche in aumento
Non si ritiene possibile per il corrente anno che il deficit possa rientrare nella soglia ordinaria massima del tre per cento in quanto la crescita è preventivata intorno allo 0,5 per cento, mentre le spese, soprattutto per l’energia, sono in forte incremento. Quindi, si può ragionevolmente presumere che la procedura di infrazione sarà estesa anche al 2026, con i conseguenti oneri finanziari da corrispondere.
Stipendi insufficienti: senza produttività e crescita del Pil non ci sono aumenti reali
Si sente da più parti una giusta rimostranza, cioè che di fronte all’aumento di questi prezzi, che faranno alzare in avanti l’inflazione, la maggior parte degli stipendi pubblici e privati sono insufficienti. Vi è una qualche ragione a sostenere questa tesi, ma essa è dimezzata perché coloro che protestano non esplicitano il rapporto causa-effetto, vale a dire che affinché aumentino gli stipendi in valore assoluto, è indispensabile che migliori l’economia, che aumenti il Pil, che migliori la produttività del lavoro e – indimenticabile – venga redistribuita la ricchezza prodotta in modo equo.
Spieghiamo subito che quello della produttività è un concetto estremamente complesso, che può essere espresso con una sola frase: fare più e migliori cose nello stesso tempo.
La pubblica amministrazione non conosce produttività: il motore che va a tre cilindri su quattro
Ora, mentre nel settore privato questo obiettivo si persegue costantemente, perché bisogna far quadrare il conto economico, nel pubblico esso è totalmente ignorato, anzi sconosciuto.
Non abbiamo mai sentito nella nostra cinquantennale attività un dirigente pubblico, nazionale o locale, parlare di produttività del lavoro.
Se nella Pubblica amministrazione vi fossero seri piani organizzativi formulati da professionisti della materia, risalterebbe con grande chiarezza il rapporto fra spesa e risultati. Invece sono indicati obiettivi generici che non vengono poi commisurati ai risultati effettivi.
Quando questa correlazione avviene ci si accorge subito che nella quasi totalità dei casi gli obiettivi non vengono raggiunti, il che dimostra l’assunto di cui prima e cioè che il lavoro pubblico non conosce produttività e quindi non è né efficiente né efficace.
L’abbiamo scritto decine di volte: la Macchina pubblica ha un motore che va a tre cilindri su quattro e che frena qualunque altra attività pubblica e privata del Paese. Da lì deriva la piattezza della linea della crescita, che potrebbe andare in decrescita, cioé in recessione, la quale si misura dopo tre trimestri. Brutto il quadro. Brutto il contenuto!

