Quei mercati popolari che conquistano i sensi - QdS

Quei mercati popolari che conquistano i sensi

Salvatore Santagati

Quei mercati popolari che conquistano i sensi

giovedì 06 Agosto 2020 - 00:00
Quei mercati popolari che conquistano i sensi

Terza puntata del viaggio in Messico, da Puerto Escondido fino a Oaxaca

In questa terza puntata vi narrerò del viaggio in un luogo che, come Acapulco e Puerto Vallarta, fu reso celebre da un film. Ma stavolta si tratta di una pellicola abbastanza recente (del 1992) e di un regista italiano, Gabriele Salvatores. Parlo di Puerto Escondido, quasi al confine con il Guatemala.

Mi innamorai subito di questa piccola cittadina di mare sull’Atlantico costruita di case basse in mattoni di terracotta. C’era un’atmosfera rilassante, tranquilla, solare, non troppo calda e afosa e c’era sempre la brezza del mare. Nell’aria si respirava un meraviglioso profumo di mare e alla sera c’era l’appetitoso odore di carni grigliata sul carbone e peperoni arrostiti. La gente era ancora genuina, semplice e gioiosa. Le spiaggia non erano in paese e per raggiungerle bisognava andare in taxi. Alcune erano frequentate da tedeschi e si praticava il nudismo.

Oaxaca

Oaxaca

Dopo un rilassante periodo a Puerto Escondido, presi una corriera per Oaxaca. Trascorsi cinque ore attraversando boschi sulle montagne della Sierra Madre prima di giungere l’altopiano in cui si trova questa stupenda città, baciata da un clima primaverile tutto l’anno, con un cielo sempre azzurro, quasi etereo e tantissime chiese e palazzi barocchi. Ma soprattutto con uno sterminato mercato ricco di colori, odori e sapori, rumori. Rimasi incantato da questo mercato e trascorsi ore e ore a esplorarlo. Purtroppo però i turisti americani erano già arrivati e i prezzi in certi ristoranti centrali della città si erano alzati.

In Messico i mercati popolari rappresentano un autentico assalto ai sensi: i nativi con i loro vestiti colorati e i prodotti artigianali che offrono sono una meraviglia. Nella gente comune si scoprono i tratti antichi dei maya, degli aztechi, mescolati agli spagnoli. Come gli inglesi introdussero il tè nei salotti aristocratici britannici del Settecento, gli spagnoli portarono la cioccolata, squisita bevanda calda, nei salotti barocchi del loro Paese e della Sicilia. Solo chi era veramente ricco, però, poteva permettersela.

A Modica ancor oggi si produce il cioccolato secondo l’antica ricetta azteca. Nei mercati come quello di Oaxaca si notano affascinanti fusioni tra le tradizioni pre-spagnole e quelle cattoliche. Come nella Festa di Ognissanti, in novembre, per ricordare i propri cari defunti, come avviene anche in Sicilia. Ma in Messico questa festa è diventata la celebrazione e il trionfo della morte: il teschio è onnipresente nell’arte locale, tanto da diventare uno dei simboli del Paese. Il famoso teschio da cento milioni di dollari coperto di diamanti dell’artista inglese Damian Hirst viene proprio da lì.

festa bambine oaxaca

La morte, il sangue e il dolore sono presenti anche nelle canzoni dei Mariachi, i gruppi musicali popolari. Ovunque ci sono immagini cattoliche di sofferenza: il Cristo in croce sanguinante, le bare aperte, i crisantemi gialli. E poi le veglie intorno ai defunti: con le candele e i congiunti intorno, affranti dal dolore.

Immagini forti ma familiari per i noi siciliani. Qui però le donne non si vestono di nero in segno di lutto e neanche si coprono di scialli neri come si usava una volta in Sicilia, tradizione forse lasciate dai musulmani.

Il crocifisso è diventato anche un potente simbolo artistico. Ne trovai innumerevoli versioni, spesso coloratissime, in vendita nei negozi e sulle bancarelle dei mercati. In Messico, comunque, un Siciliano non si sente lontano da casa. Tranne che in campo gastronomico: la nostra cucina è molto più ricca, sofisticata e saporita.

Tornando a Oaxaca, in questa bella città c’erano anche parecchi bar e discoteche gay frequentati da messicani e in uno di questi conobbi un professore universitario molto affabile. Mi fece conoscere la città e le campagne intorno e soprattutto un’abbazia importante meta di pellegrinaggio per i devoti della Madonna di Guadalupe, venerata con grande passione in tutto il Messico. Siccome lui faceva volontariato in un orfanotrofio gestito dalle suore, mi offrii di farlo anch’io, per la settimana che avevo previsto di passare in città.

Fu un’esperienza toccante: i più grandicelli mi saltavano addosso ogni volta che arrivavo con dei giocattoli o regalini che compravo al mercato. Nell’orfanatrofio c’erano bambini, anche molto piccoli, spesso abbandonati da madri giovanissime che non potevano mantenerli. C’era una piccola che gridava, si strappava i capelli e piangeva, sempre chiedendo di sua madre. Era inconsolabile e per evitare che si facesse male veniva tenuta in una sorta di gabbia.

Le sue grida strazianti mi perseguitano ancora oggi.

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