PALERMO – Redditi bassi, caro vita implacabile e un futuro incerto nel momento in cui verranno meno gli effetti del Pnrr. Sono queste le principali criticità, di oggi e di domani, con le quali il Meridione è costretto a confrontarsi. E a farne le spese, in particolare, sono le famiglie più povere. Evidenze sottolineate al Quotidiano di Sicilia da Carmelo Petraglia, Consigliere scientifico di Svimez e professore di economia politica presso l’Università degli Studi della Basilicata.
Secondo il più recente rapporto Istat sulla povertà, nel 2025 il Meridione continua a essere la fetta di Paese dove l’incidenza della povertà assoluta rimane più ampia. Addirittura, rispetto a quattro anni fa, la percentuale è in aumento (da 10,7% a oltre 11%). Perché il Sud non riesce a ridurre questo dato?
“Il punto è che negli ultimi anni il Mezzogiorno ha conosciuto una crescita economica significativa, ma la crescita del Pil è stata molto più forte di quella dei redditi delle famiglie. C’è soprattutto un problema strutturale di qualità del lavoro. Dal 2021 al 2025 nel Mezzogiorno sono stati creati circa 570mila posti di lavoro, ma questo forte aumento dell’occupazione non è bastato a ridurre la povertà. Quasi un dipendente privato su quattro al Sud percepisce meno di 9 euro lordi l’ora. Il Sud ha ridotto il divario di crescita, ma molto meno quelli nei salari, nei redditi familiari e nella qualità dell’occupazione. Il problema irrisolto è trasformare la crescita economica in crescita sociale”.
Lo stop al Reddito di Cittadinanza voluto dal Governo può essere stata una tagliola per le famiglie in difficoltà?
“Il passaggio dal Reddito di Cittadinanza all’Assegno di Inclusione ha certamente prodotto un restringimento importante della protezione sociale, soprattutto al Sud dove si concentra una quota molto elevata delle famiglie economicamente più fragili. Tra il 2022, ultimo anno di piena operatività del Reddito di Cittadinanza, e il 2025, il numero di famiglie beneficiarie nel Mezzogiorno si è quasi dimezzato da circa un milione a 560mila. Il punto socialmente e politicamente sensibile è che restringere la copertura degli strumenti di sostegno al reddito delle famiglie più povere espone inevitabilmente una parte delle famiglie più fragili a un rischio maggiore ora che l’inflazione torna a mordere”.
Nel 2022 il mantenimento dei bonus sociali aveva contribuito a contenere la crescita della povertà. Oggi, però, questa carta non basta più: con il prolungarsi dei conflitti globali, il Meridione sta probabilmente pagando il “prezzo” più alto del Paese? Servono misure strutturali?
“Lo stesso shock sui prezzi produce conseguenze sociali più forti dove i redditi sono più bassi. È questo che rende il Mezzogiorno particolarmente vulnerabile. Pur spendendo in valore assoluto meno delle famiglie settentrionali per luce, gas e combustibili, le famiglie del Sud destinano all’energia una quota maggiore del proprio bilancio. La povertà energetica interessa quasi il 14% famiglie meridionali, il doppio rispetto al Centro-Nord. I bonus sociali sono necessari nelle fasi di emergenza, perché proteggono immediatamente i redditi più bassi, ma non possono diventare la politica strutturale contro la povertà energetica. Se ogni nuovo shock internazionale richiede un nuovo bonus, significa che non abbiamo ancora affrontato le cause che rendono alcune famiglie strutturalmente più esposte. Occorre agire contemporaneamente su tre fronti: redditi e salari, per ricostruire il potere d’acquisto; politiche di contrasto alla povertà, mantenendo una rete di protezione sufficientemente ampia; e riduzione strutturale dei consumi energetici, intervenendo sull’efficienza delle abitazioni e sulla qualità del patrimonio residenziale”.
Il Mezzogiorno da anni si dimostra decisamente dinamico per investimenti e incentivi, ma i salari continuano a rimanere bloccati e molti giovani continuano a fuggire verso le regioni del Nord. Cosa prevede Svimez per il 2027?
“Il 2027 è un anno di passaggio perché si entra nella fase in cui il vantaggio di crescita che il Mezzogiorno ha registrato negli ultimi anni tende ad attenuarsi. È un cambio di fase importante. Dal 2027 l’impulso del Pnrr comincia progressivamente ad attenuarsi e la tenuta della crescita dipenderà sempre più dalla capacità di trasformare gli investimenti realizzati in maggiore produttività, migliori servizi, occupazione qualificata e salari più alti. E qui entra la questione dei giovani. La questione del 2027 non è semplicemente quanto crescerà il Sud, ma come crescerà. Se gli investimenti non si traducono in domanda di lavoro qualificato, salari adeguati e servizi comparabili a quelli del resto del Paese, il Mezzogiorno continuerà a formare competenze che poi utilizzeranno altre regioni. La vera sfida del dopo-Pnrr è passare da una convergenza trainata dalla spesa a una convergenza fondata su produttività, salari, diritti e capacità di trattenere e attrarre giovani”.

