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“Fino a tarda notte a cercare i corpi”, la strage di via D’Amelio e la morte di Paolo Borsellino negli occhi di chi l’ha vissuta

“Fino a tarda notte a cercare i corpi”, la strage di via D’Amelio e la morte di Paolo Borsellino negli occhi di chi l’ha vissuta
Strage di Via D’Amelio Imagoeconomica

Il fotoreporter palermitano Franco Lannino ricorda gli attimi concitati di quanto accaduto il 19 luglio del 1992 a 57 giorni dall’eccidio di Falcone: “Fu un colpo al cuore, nessuno se lo aspettava così presto”

Il boato, la colonna di fumo, la corsa folle per arrivare sul posto. La confusione e l’orrore. Sono passati 34 anni dalla strage di via D’Amelio a Palermo nella quale morirono il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Franco Lannino – fotoreporter palermitano di lungo corso che, assieme al collega e socio Michele Naccari – ha vissuto dagli anni ’80 fino ai nostri giorni tutti i principali fatti di cronaca nera (e non solo) in città e in provincia dando a giornali e riviste nazionali e internazionali fotografie che sono testimonianze indelebili, ricorda quei momenti del 19 luglio del 1992.

Lannino ripercorre al QdS gli attimi cruciali di quella pagina nera (e storica) che visse in prima persona per informare il mondo di quanto era accaduto in un periodo storico denso di avvenimenti e già carico di tensioni: meno di due mesi prima, il 23 maggio in autostrada a Capaci, era caduto Giovanni Falcone assieme alla moglie Francesca Morvillo, e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.

Erano le 16.58 di una comune domenica d’estate: 34 fa come oggi. Lannino racconta: “Eravamo in auto, faceva caldo, e per trovare refrigerio stavamo salendo a San Martino delle Scale (zona in altura a Monreale, alle porte di Palermo, ndr) ci saremmo presi un gelato. A un certo punto mio figlio mi fece notare una colonna di fumo che si levava dalla zona che, in linea d’aria, sembrava quella dei cantieri navali. Pensai a un grave incidente e naturalmente il gelato fu un ricordo. Andai lanciatissimo. A quei tempi, ricordo, a malapena c’erano i telefonini e non esistevano gli smartphone ma noi fotografi giravamo sempre con le macchine analogiche e con qualche rullino per ogni evenienza”.

La corsa e l’arrivo in zona, poi mi dissero: “Hanno fatto saltare Borsellino”

“Fino a tarda notte a cercare i corpi”, la strage di via D’Amelio e la morte di Paolo Borsellino negli occhi di chi l’ha vissuta
Franco Lannino, fotoreporter che ha documentato i fatti di cronaca più importanti di Palermo negli ultimi 40 anni. Il suo ricordo di Via D’Amelio

Quando avete capito che si trattava di qualche cosa di veramente grave e che si trattasse proprio di Borsellino?

“Vista la colonna di fumo mi precipitai a tutta velocità – prosegue Lannino – ma cominciai a capire che era successo qualcosa di grosso, più di quanto pensassi all’inizio, quando raggiunsi l’altezza dell’Enel in via Marchese di Villabianca che si trova a pochi passi di via Autonomia Siciliana (oggi divisa in due tra via Alessi e, appunto via Autonomia Siciliana, ndr). C’erano già le forze dell’ordine che non facevano passare e deviavano il traffico per far si che i soccorsi affluissero. Un vigile urbano che conoscevo mi disse subito: Hanno fatto saltare Borsellino”.

E a quel punto?

“A quel punto non ho capito più nulla – aggiunge – Lasciai la macchina con mia moglie e miei figli lì dicendo loro di arrangiarsi e entrai nel perimetro. E mi feci l’ultimo chilometro di corsa a perdifiato. Lì si cominciai a sentire, puzza di cherosene, di bruciato, di fumo. Era una specie di inferno. Entrai in via D’Amelio fotografando all’impazzata e vidi una scena raccapricciante: sembrava l’attuale scena di guerra in Libano o altrove. Naturalmente il ricordo più vivo fu quello di cinquantasette giorni prima con Falcone”.

“Avevamo vissuto con Falcone scene simili ma in via D’Amelio fu ancora peggio”

Lannino si focalizza su via D’Amelio e puntualizza: “Le avevamo vissute poche settimane prima a Capaci. Ma Borsellino, se possibile fu ancora più scioccante. Se Falcone fu in autostrada, nella zona di via D’Amelio vi erano sei grossi palazzoni e nessuno di loro rimase con una finestra, o una porta, integra. I palazzoni erano completamente sventrati. Avvicinandomi sempre di più al punto dell’esplosione mi sono accorto di camminare sopra delle macerie ma anche su pezzi di corpi umani. Nell’esplosione erano morte sei persone in modo violento”.

Si respirava quindi odore di morte e distruzione.

“Sì, li cominciai a fotografare in apnea. Non capivo quale fosse il soggetto da focalizzare: quando sei un professionista e devi dimostrare qual è il focus, il soggetto, devi essere pratico. Su Falcone la sua auto era esplicita, ma su Borsellino no, era tutto molto più difficile. Purtroppo il suo corpo fece una brutta fine. Ricordo le fiamme, gli investigatori e poi dopo un po’ arrivare sul posto il gotha di Palermo a livello politico e non solo. Venne il cardinale Pappalardo, inconfondibile con la sua tonaca bianca che strideva con i colori forti di via D’Amelio che benedì le salme. Quella notte non finì mai, i soccorritori e successivamente i necrofori cercavano ancora resti”.

Il giorno dopo trovaste altro…

“Purtroppo sì. Passata la notte, insonne naturalmente, di lavoro a sviluppare foto in studio, poi tornai in via D’Amelio per ulteriori scatti. E notai particolari agghiaccianti. Trovai una mano. Andai a chiamare un pompiere e gli altri necrofori che ancora cercavano i resti delle povere vittime, e uno di loro confermò la natura del reperto mettendo un foglio rosso con un fiore di oleandro sopra”.

A Palermo si respirava un’area pesante, ci fu una sorta di rivoluzione popolare

L’aria era pesante per Falcone, Palermo non si era ancora ripresa. Ma dopo 57 giorni ci fu un nuovo dramma, ancora un colpo sanguinoso al cuore. Che giorni si vivevano? Che clima c’era in città?

“L’atmosfera diventò più pesante per due motivi – spiega – Falcone già fu il primo colpo. Palermo, la Sicilia e l’Italia, non gradiva perché era il segno tangibile di una guerra con la mafia che lo Stato stava perdendo. Si cercava di metabolizzare. Ma il problema era uno: tutti sapevano che il prossimo obiettivo sarebbe stato Borsellino. Lui stesso, 20 giorni prima dell’attentato pronunciò una frase celebre alla Biblioteca Comunale ‘Sono un morto che cammina’ e disse che doveva sbrigarsi, doveva lavorare perché sapeva di avere poco tempo. Tutti sapevamo che sarebbe stato lui il prossimo. Ma oggettivamente 57 giorni dopo è stato un vero pugno nello stomaco. Un colpo al cuore”.

Anche per lei?

“Anche per me. Perché nonostante ne abbia vissute tante ci sono rimasto male. Mi domandai: perché lo Stato non faceva niente per vincere questa guerra che stava perdendo? Nessuno si aspettava che Borsellino avrebbe fatto quella fine a meno di due mesi da Falcone. Mi sarei aspettato uno o due anni. Però mi accorsi fin da subito, e lo vidi anche quando andai a sviluppare le foto per inviarle ai giornali, che per le strade si erano formati dei cortei spontanei di persone che si ribellavano. Ci fu una sollevazione popolare, anche i poliziotti (avevano pagato un tributo di sangue elevatissimo, ndr) erano arrabbiati urlavano ‘Ci stanno massacrando’ e questa fu comunque una voglia di rivalsa, una sollevazione popolare contro uno Stato immobile”.

Un esempio è stato ai funerali in Cattedrale

“Assolutamente, ci fu una vera rivolta che, fortunatamente lo Stato è riuscito a far sua dando uno slancio deciso. Il presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, eletto Capo dello Stato due giorni dopo l’eccidio di Falcone a maggio trovò un clima surriscaldato ai funerali. Molti esponenti delle istituzioni vennero contestati, strattonati. In Cattedrale ci fu una vera rivolta e fu il giudice Giuseppe Ayala che, era alto quasi due metri essendo pure un ex cestista, a beccarsi uno sgabello contro per salvare il capo della polizia dell’epoca Vincenzo Parisi che a sua volta proteggeva il presidente della repubblica. Alcuni mesi dopo arrivò la reazione dello Stato e l’arresto di Totò Riina il 15 gennaio del 1993 segnò l’inizio della fine per la mafia stragista dei Corleonesi”.

Oggi il modo di lavorare è stravolto, è tutto in tempo reale

Ora c’è il digitale, notizie in tempo reale, all’epoca era molto più difficile. Le prime notizie su quelle stragi erano molte più frammentarie.

“Era tutto più difficile – risponde – avevamo la radio attaccata allo scanner della polizia, una rete di informatori che ci dava notizie in tempo reale. Ricordo che quando fu di Falcone, ad esempio, gli unici che potevano fare foto potevano essere soltanto noi fotoreporter o i professionisti della scientifica ma loro dovendo repertare tutto avevano un altro metodo. Eravamo pochi. Adesso è tutto diverso, lo dico senza rancore o rabbia, il fotogiornalismo è morto da come era il nostro mestiere”.

E poi conclude: “La fotografia resiste ma per la cronaca è diverso. Immaginate a una via D’Amelio oggi, avremmo tutto in tempo reale da più fonti. Probabilmente è meglio così. Dove c’è copertura mediatica c’è trasparenza e democrazia. Pensate a uno Stato come la Corea del Nord. Non sappiamo nulla di quello che accade lì. Preferisco così, oggi gli iPhone e gli smartphone fanno quello che una volta era il nostro lavoro”. Non sono nostalgico, è giusto che la tecnologia progredisca”.

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