In Sicilia, circa 300.000 persone soffrono oggi di diabete di tipo 2, il più comune e allo stesso tempo il più complesso da “identificare” per molti. Ed è proprio per questo motivo che è facilmente ipotizzabile che i casi di malattia nell’Isola siano in realtà molti di più di quelli accertati dal Ministero della Salute ma, proprio per le difficoltà di riscontro e a causa di una mancanza di abitudine ai controlli per il diabete, spesso – nell’Isola come ovunque in Italia e nel mondo – chi soffre di questa problematica potrebbe non sapere di averlo (è il caso del 2-3% della popolazione italiana, circa un milione e mezzo di persone).
In un contesto nazionale in cui i casi di diabete sono cresciuti del 23% negli ultimi vent’anni (lo studio è di Italian Barometer Diabetes Report 2026), la Sicilia è oggi la regione italiana con la più alta prevalenza di diabete di tipo 2, il più comune tra gli adulti (e non solo). Dopo l’Isola, in cima alla lista delle regioni più coinvolte c’è la Calabria, quindi la Puglia, a testimonianza di una tendenza sproporzionata a carico del Mezzogiorno, dove si registrano i valori più alti di casi di diabete del tipo 2.
Per chiarire al meglio ogni aspetto di questa crescita e fare luce sui motivi per cui la Sicilia, e in generale il Mezzogiorno, sia tra le zone più fragili in termini di diabete di tipo 2, il QdS.it ha contattato Luigi Laviola, esperto della Società Italiana di Diabetologia e Professore Ordinario in Endocrinologia (MED/13) presso l’Università degli studi di Bari.
Il diabete e i suoi “fattori di rischio”: è tutta una questione di geni
Con Laviola, andiamo subito a scoprire quelli che il professionista definisce “i fattori di rischio” per quel che riguarda il diabete di tipo 2, il più diffuso. “Noi siamo abituati a considerare il diabete la malattia dello zucchero, ma questa è soltanto una mezza verità” – afferma subito Laviola, sfatando il pensiero popolare dell’associazione automatica tra zucchero e malattia. “Il diabete è strettamente legato alle abitudini del giorno, assolutamente, ma parliamo di una complicazione del metabolismo ed è connessa ai nostri geni, si nasce con la predisposizione al diabete”.
La premessa dunque, è quella che l’eredità e quindi una predisposizione al diabete sia un fattore fondamentale per caprine al meglio le cause. “Tutto è scritto nei nostri geni. Questa predisposizione – prosegue il medico – potrebbe poi diventare effettivamente diabete più o meno rapidamente in base a qualcosa che va a verificarsi”, ed è qui che entrano in gioco fattori cruciali come alimentazione e stile di vita. “Se so di avere il papà col diabete, devo essere a conoscenza di essere predisposto. Se sono consapevole di questo e adatto le mie abitudini a questa predisposizione mantenendo uno stile di vita sano, potrei anche non averlo mai il diabete. Al contrario, essendo predisposto, se ingerisco troppe calorie, grassi e zuccheri, o faccio una vita sedentaria, posso riscontrare delle forti problematiche in maniera più precoce”.
Il diabete “urbano” e la predisposizione nelle minoranze
Oltre alla predisposizione e alle abitudini alimentari e fisiche, altre ragioni sono alla base del diabete di tipo 2, il più diffuso tra gli adulti. Come ci spiega Laviola infatti, esiste anche un fattore “urbano” e uno legato allo “stress delle fasce che oggi vengono considerate delle minoranze“. Ma andiamo con ordine.
Lo specialista Luigi Laviola, ci parla di “diabete urbano” come di un fattore “non medico, ma sociale”. Ma cosa si intende esattamente con diabete urbano? “Tra le condizioni di rischio è emerso proprio questo, una discrepanza tra chi vive in città e chi vive in campagna. Nel caso di chi abita in città, una predisposizione al diabete mescolata con l’impatto maggiore all’inquinamento e aria salubre, più tendenze alla comodità e un utilizzo minore dei muscoli, portano all’impatto maggiore. Per chi vive in campagna vale dunque il ragionamento opposto, con aria pulita e più attività fisica ad allontanare il diabete. “Anche nella stessa città – spiega ancora Laviola – esistono discrepanze tra un quartiere o l’altro, ci sono zone più predisposte”.
Al “diabete urbano”, si aggiunge anche quello legato alle minoranze. In questo caso parliamo chiaramente di fattori legati allo stress che, al netto di una predisposizione di natura ovviamente genetica sempre presente, può portare al diabete in maniera più precoce “i migranti, le persone obese, le persone LGBTQ+, in quanto vengono considerate purtroppo come ai margini della società, aumentando in loro lo stress”.
La Sicilia è la regione più colpita dal diabete di tipo 2
Fatto il punto sui fattori di rischio e condizioni che possono impattare sul riscontro o meno del diabete, a Laviola chiediamo del Mezzogiorno, in particolare della nostra Isola. Perchè in Sicilia e in generale in tutto il sud Italia il diabete di tipo 2 è più presente rispetto che al nord?
“Se tracciamo una ipotetica mappa dell’Italia con le persone con obesità, sono esattamente le stesse le regioni maggiormente colpite” – evidenza subito lo specialista. “Quindi è un fattore strettamente collegato. La maggiore sedentarietà è al sud, la maggiore obesità generale infantile a livello nazionale è proprio al Mezzogiorno e molte tra queste persone che ne soffrono non svolgono attività fisica, spesso perchè non gli viene consigliato di farla. C’è anche un quarto elemento, suggestivo ma difficile da dimostrare dal punto di vista scientifico: l’alimentazione non più proprio mediterranea. Quelle regioni che erano già sane da un punto di vista nutrizionale, dove la dieta mediterranea dovrebbe essere perfetta in quanto di sua proprietà – spiega Laviola – sono state prese particolarmente d’assalto dall’innovazione alimentare che, più rapidamente rispetto ad altre zone d’Italia, ha allentato la cucina della nonna in favore dei cibi più moderni e grassi, aumentando i rischi a essi collegati”.
L’aumento diffuso su tutta Italia: più 23% negli ultimi vent’anni
Un aumento del diabete che è spiccato nel Mezzogiorno e nell’Isola, ma che negli ultimi vent’anni è schizzato del 23% in tutta la nazione. Anche in questo caso le ragioni sono di tipo alimentare, ma non solo. “Viviamo mediamente abbastanza di più rispetto al passato, sviluppando anche in età avanzata (dai 60-70 anni in poi) fattori che prima non potevano presentarsi. Prima non c’era il tempo di scoprire di essere diabetici, oggi sì. Poi – spiega ancora il medico – la parte peggiore è legata allo stile di vita odierno, molto più sedentario e ricco di alimenti grassi, zuccheri e ultraprocessati. Tutto ciò crea l’ambiente favorevole per il diabete, oggi la punta dell’iceberg di una malattia complessa come l’obesità, e spiega anche il perchè di questi tempi (oltre alle persone di 60-70 anni, generalmente i più colpiti in età adulta) si vedono molti più ragazzi di 15, 20 o 30 anni con questa malattia: è cambiato il modo e le abitudini della popolazione mondiale”.
La prevenzione e il trattamento del diabete: la convivenza senza rischi è possibile
Infine, fondamentale il tema della prevenzione e del trattamento del diabete. Come spiegato in precedenza, oggi in Italia circa un milione di persone non sa di essere diabetico e, nella maggioranza dei casi, non farà mai un controllo. Come evidenziato da Luigi Laviola però, nel caso di diabete, scoprire o meno se si ha anche solo la predisposizione può fare tutta la differenza del mondo.
“Se riesco a prevenirlo o a identificarlo precocemente, posso sensibilmente diminuire i danni. Parliamo di complessità importanti legate al diabete ma che, se prese in tempo, possono essere attenuate. Oggi siamo in un sistema fantastico dal punto di vista delle strategie di contrasto al diabete, è un momento della diabetoligia che non c’è mai stato. Anche dal punto di vista dei costi – sottolinea Laviola – un corretto screening e una conoscenza del proprio diabete dimezzerebbe quello che oggi rappresenta una fetta enorme dei fondi dell’intero sistema sanitario nazionale, con il 60% di essi che viene utilizzato per i ricoveri causati dagli aspetti negativi legati al diabete (infarti, problemi alla retina, complicazioni agli arti)”.
“Se riusciamo a prevenire e trattare i casi con attenzione e abitudini sane, dimezziamo i costi del sistema e andiamo a ridurre quasi a rischio zero le conseguenze del diabete, ma spesso non si è a conoscenza che oggi esistono delle intere categorie di farmaci adatti per convivere con esso e che solo uno specialista può utilizzare nella maniera più corretta. Un parere esperto è fondamentale – conclude Luigi Laviola – ma oggi purtroppo il 40% dei diabetici in Italia non ha mai visto nella sua vita un esperto di diabetologia”. Una svolta in questo senso, potrebbe dunque certamente impattare positivamente su tutto il sistema sanitario nazionale.
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