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Fisco in Sicilia, artigiani e Pmi locali soffocati dalle tasse. La denuncia: “Colossi mondiali pagano la metà”

Fisco in Sicilia, artigiani e Pmi locali soffocati dalle tasse. La denuncia: “Colossi mondiali pagano la metà”
Impresa costruzione, Imagoeconomica

È il quadro che emerge dall’ultimo studio dell’ufficio studi della Cgia di Mestre, che riaccende il dibattito sulla disparità di trattamento tra piccole e medie imprese e giganti della tecnologia

In Sicilia (e anche nel resto d’Italia) chi fa impresa continua a sostenere un peso fiscale ben più elevato rispetto ai colossi mondiali del digitale. Mentre le aziende dell’Isola, come tutte quelle italiane, versano allo Stato una quota consistente dei propri utili, le grandi multinazionali del web riescono ancora oggi a pagare imposte nettamente inferiori grazie a sofisticati meccanismi di pianificazione fiscale internazionale. È il quadro che emerge dall’ultimo studio dell’ufficio studi della Cgia di Mestre, che riaccende il dibattito sulla disparità di trattamento tra piccole e medie imprese e giganti della tecnologia.

Il peso delle aziende siciliane

Per la Sicilia i numeri raccontano una realtà significativa. Le imprese siciliane registrano una base imponibile di 9,816 miliardi di euro e versano imposte dirette per quasi 3 miliardi, pari a un tax rate del 30,3%. Le prime 25 multinazionali mondiali del web, invece, si fermano a un’aliquota media del 14,8%. Tradotto in termini semplici, le aziende dell’Isola sopportano un’incidenza fiscale superiore di 15,5 punti percentuali rispetto ai colossi digitali, pagando di fatto oltre il doppio delle imposte in rapporto agli utili prodotti. Un dato che assume un peso ancora maggiore in un territorio dove il tessuto economico è composto quasi esclusivamente da piccole e medie imprese, artigiani, commercianti e professionisti. Realtà che difficilmente possono ricorrere alle strategie fiscali internazionali utilizzate dalle multinazionali e che, al contrario, pagano integralmente le imposte nel territorio in cui operano.

I paradisi fiscali

Secondo la Cgia, il problema nasce proprio dalla possibilità concessa alle grandi aziende globali di trasferire i propri profitti verso Paesi caratterizzati da una fiscalità particolarmente favorevole, come Irlanda, Paesi Bassi o Lussemburgo. Attraverso operazioni perfettamente legali sul piano formale, ma che sfruttano le differenze tra i sistemi tributari nazionali, le multinazionali riescono a ridurre sensibilmente il carico fiscale nei Paesi dove realizzano gran parte del proprio fatturato, Italia compresa.

Lo squilibrio emerge ancora più chiaramente osservando il confronto nazionale. Le prime 25 aziende mondiali del settore web hanno prodotto utili ante imposte pari a 503 miliardi di euro, pagando complessivamente 74,3 miliardi di tasse, con un tax rate del 14,8%. Le imprese italiane, invece, hanno registrato utili per 322 miliardi di euro, versando al fisco oltre 102 miliardi di imposte, raggiungendo un’aliquota media del 31,9%, più che doppia rispetto a quella dei giganti del digitale.

Il divario con le Big Tech

La Sicilia si colloca tra le regioni con un carico fiscale leggermente inferiore rispetto alla media nazionale, ma il divario con le Big Tech resta comunque enorme. Soltanto la Provincia autonoma di Trento presenta un tax rate più basso, pari al 29,9%, mentre Lazio, Friuli Venezia Giulia e Liguria guidano la classifica delle regioni con la pressione fiscale più elevata sulle imprese, rispettivamente con il 33,4% e il 32,9%. Anche Campania, Marche, Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto superano abbondantemente il 31%, confermando come il fenomeno riguardi l’intero sistema produttivo italiano.

Secondo l’associazione degli artigiani di Mestre, la situazione rischia inoltre di complicarsi sul piano internazionale. Dopo il G7 del 2025, gli Stati Uniti hanno ottenuto un’esenzione che mette in discussione il progetto della Global Minimum Tax, la tassazione minima globale pensata per limitare proprio lo spostamento artificiale dei profitti verso i paradisi fiscali. Parallelamente, l’Unione Europea sta valutando l’introduzione di una Digital Service Tax comune, misura che incontra però una forte opposizione da parte dell’amministrazione americana. L’Italia applica già questa imposta sui servizi digitali e incassa circa 455 milioni di euro all’anno.

Anche i gruppi italiani verso l’estero

La Cgia richiama inoltre l’attenzione su un altro fenomeno: non sono soltanto le multinazionali straniere a trasferire le proprie sedi in Paesi fiscalmente più convenienti. Negli ultimi anni anche diversi grandi gruppi italiani hanno scelto di spostare la sede legale o fiscale all’estero, soprattutto nei Paesi Bassi, riducendo ulteriormente la base imponibile nel nostro Paese. Una possibilità che, però, resta irraggiungibile per le piccole imprese, costrette a competere sui mercati sostenendo integralmente il peso della fiscalità nazionale. Per la Sicilia, dove migliaia di aziende rappresentano la spina dorsale dell’economia regionale e dell’occupazione, il tema va ben oltre i numeri.

La distanza tra il carico fiscale sostenuto dalle imprese locali e quello delle grandi piattaforme digitali alimenta un dibattito destinato a restare centrale nei prossimi anni: quello sulla necessità di regole internazionali più efficaci per garantire una concorrenza realmente equa, evitando che a pagare il conto siano sempre le imprese che producono ricchezza, investono sul territorio e non hanno la possibilità di trasferire altrove i propri profitti.

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