Non importa chi sia lui, importa chi lui sia.
Questa frase criptica si riferisce al presidente statunitense, Donald Trump, e ha lo scopo di dirigere lo sguardo non tanto su ciò che egli è, ma su chi lui voglia essere e quindi sia, questo per cercare di decifrarne la personalità.
Quanto precede perché sembra a prima vista che la sua linea decisionale sia ondivaga: pensa una cosa, ne dice un’altra e ne fa una terza. Ma forse questa impressione è destituita di fondamento perché in questa quarantasettesima Presidenza (contrariamente alla precedente quarantacinquesima) ha dimostrato di avere una linea che vuole privilegiare gli interessi egoistici degli Stati Uniti.
Trump e Xi Jinping padroni del mondo
Pian piano lo sviluppo della sua politica estera ha messo ben in evidenza una realtà incontrovertibile e cioè che – come abbiamo scritto in un altro editoriale – il presidente americano e il presidente della Repubblica popolare cinese, Xi Jinping, di fatto sono i padroni del mondo.
L’ultimo incontro a Pechino degli scorsi giorni ha dimostrato ancora una volta questo intendimento fra i due vertici e cioè considerare il resto del globo come un insieme di satelliti.
Taiwan verso la fine di Hong Kong
Il punto controverso del passato fra Stati Uniti e Cina è stato considerare l’isola di Taiwan in modo diametralmente opposto. Il presidente cinese la ritiene un suo territorio e quindi pensa di avere il diritto di annetterla, prima o poi; i presidenti degli Usa precedenti a Trump hanno sempre dichiarato, invece, che quel territorio era intoccabile.
Dalle due valutazioni scaturiva in modo evidente che un attacco della Cina su Taiwan avrebbe provocato la guerra con gli Usa.
Dai recenti colloqui le situazioni si sono modificate: la Cina continua a dire che vuole annettere quel territorio, ma non fa niente al riguardo; gli Stati Uniti continuano a dire che non è mai stata riconosciuta l’indipendenza di Taiwan dalla Cina e che non farebbe mai una guerra a “quindicimila chilometri di distanza”.
Da queste comunicazioni si capisce che prima o poi Taiwan finirà com’è finita Hong Kong, cioè con l’annessione al Paese asiatico.
Gli Usa si disinteressano di Taiwan, la Cina lascia fare sull’Iran
Ogni fatto ha una sua contropartita; si dovrebbe presumere che essa riguardi l’Iran o, per meglio dire, il fatto che possieda, da un canto, l’uranio per costruire la bomba atomica e, dall’altro (peggio), il controllo dello stretto di Hormuz. Possiamo desumere – i fatti diranno se abbiamo ragione o meno – che è avvenuto uno scambio non detto o nascosto secondo il quale gli Stati Uniti si disinteressano a Taiwan e la Cina si disinteressa dell’Iran. Vedremo nei prossimi giorni se ricominceranno i bombardamenti su quel Paese, il che dimostrerebbe che quanto prima scritto ha una sua concreta validità.
Ovviamente questo scambio, se dovesse avvenire, non sarà indolore per i “satelliti” dei due Paesi, i quali continueranno a conquistare altre parti del mondo per annetterle pacificamente con lo strumento più potente che esiste oggi: l’economia.
Il patto cinese con il suo popolo: libertà economica in cambio di obbedienza politica
È noto, infatti, lo scambio che il Partito comunista cinese ha fatto con il suo popolo: noi vi garantiamo la libertà economica, e voi non dovete occuparvi della libertà politica. A seguito di questo patto sono nati grandi imprenditori cinesi che in pochi decenni contendono i massimi livelli ai big mondiali delle economie occidentali.
Non è un caso che nella delegazione statunitense vi fossero i dieci più importanti imprenditori del mondo, con volumi d’affari multimiliardari, i quali hanno stretto accordi con i loro colleghi cinesi. È ovvio che mettendo insieme gli imperi economici di Usa e Cina, il resto dell’economia mondiale diventerà secondario.
L’Ue sempre più irrilevante: ventisette Stati senza leadership, governo e difesa comune
In questo quadro realistico risulta sempre meno influente l’Ue, che una volta dominava il mondo e ora non ha neanche il ruolo di satellite.
I ventisette Stati balbettano senza una leadership, senza un governo, senza un’economia comune, senza una difesa comune. Insomma, non si capisce perché ogni stato debba pagare a Bruxelles dei miliardi per mantenere una struttura che così com’è non serve a nessuno.
Se i vertici politici dei Ventisette non sapranno ribaltare questa situazione, il livello di dipendenza dell’Unione diventerà grave, con sofferenze notevoli per le popolazioni.

