Un pezzetto del Friuli lungo la via dei Maya - QdS

Un pezzetto del Friuli lungo la via dei Maya

Salvatore Santagati

Un pezzetto del Friuli lungo la via dei Maya

mercoledì 02 Settembre 2020 - 00:00
Un pezzetto del Friuli lungo la via dei Maya

L’ultima puntata sul Messico narra la scoperta di una comunità italiana

Una mattina prestissimo, mentre dormivo sul bus, fui scosso e svegliato da una fermata improvvisa davanti a un ponte. Ero seduto di fronte. C’erano le prime tenue luci dell’alba. Fuori notai camion militari e uomini armati vestiti di nero con i visi coperti da passamontagna, come avevo visto ad Acapulco. Mi impaurii, temendo che volessero fare il controllo dei passeggeri. Ma compresi che non era così quando, sotto il ponte vidi una dozzina d’uomini impiccati. Una scena agghiacciante che non dimenticherò mai: molti mostravano segni di torture atroci e avevano alcuni erano con le budella penzolanti, altri erano stati decapitati e lasciati sull’asfalto. Appresi poi che ci trovavamo nella zona di Veracruz. Rimanemmo fermi per diverse ore mentre arrivavano ambulanze e polizia scientifica, ma mentre io ero sconvolto, i passeggeri messicani, forse abituati, ripresero a dormire.

Qualche giorno dopo invece, sempre all’alba, mi ritrovai per caso in un paesino sperduto nel bel mezzo di una pianura lussureggiante. Dalla corriera vidi prima un panificio con un’insegna in italiano, poi una pasticceria, un bar, un centro sociale, una trattoria e infine una chiesa italiana. Incuriosito chiamai l’autista chiedendogli di fermarsi e farmi scendere. Acconsentì e si fermò un po’ fuori del paese, in mezzo a un frutteto pieno d’alberi d’albicocco fioriti. Era un paesino agricolo circondato da meravigliosi alberi di avocado, con foglie verde e lucide, papaya e albicocche. Il clima era dolcissimo e c’era un vastissimo cielo sereno e azzurrino. All’orizzonte c’erano ancoro i colori dell’alba.

Papantla, mi pare si chiamasse, e il nome della località nella lingua indigena significa luna nuova. Con il mio leggero zainetto sulle spalle m’incamminai verso il centro del paese. Entrai nella pasticceria che avevo visto dalla corriera, stanco dopo aver viaggiato tutto la notte. Mi sedetti e ordinai, in italiano, a una bella ragazza bionda, un cappuccino e un cornetto. L’anziano proprietario mi vide e venne a sedersi vicino a me. Era un uomo sull’ottantina, alto, con dei bei occhi azzurri e buoni.

“Ma anche lei è italiano?”, mi chiese sorridente, “Allora benvenuto in Messico e nella nostra comunità”. Mi raccontò che all’inizio del Novecento un intero paesino di montagna del bellunese si era svuotato. I suoi abitanti, poverissimi, avevano deciso di emigrare in Argentina. Parecchie centinaia di essi s’imbarcarono a Genova: allora, come oggi, l’Italia esportava la propria gente. Ma, per un’avaria ai motori, la nave invece di portarli in Argentina, li scaricò in Messico. Desolati, stanchi e impauriti camminarono per parecchi giorni fin quando trovarono una terra disabitata e decisero di restarci. Il governo messicano donò loro dei terreni da coltivare e quella piccola comunità italiana, con lavoro e sudore, prosperò dedicandosi all’agricoltura. Ancor oggi parlano il vecchio dialetto friulano.

Chiesi al pasticcere se ci fosse una pensione per poter rimanere con loro un po’ di giorni. Mandò a chiamare il fratello più giovane, scapolo, sulla settantina, anche lui un bell’uomo forte con gli occhi azzurri e dei capelli folti e color argento. Volle ospitarmi lui nella sua casa immersa nel verde degli alberi di avocado con un trattore parcheggiato vicino e dei cavalli legati sotto una tettoia. Rimasi per più di una settimana in quella bella comunità italiana. La mattina il mio ospite mi portava con lui sul trattore. Io cercavo di dargli una mano. Nel fine settimana andammo per ore a cavallo fino a raggiungere un laghetto che, circondato da canne e coltivazioni, rispecchiava tutto l’azzurro del cielo e pareva fosse incantato. L’aria era viva col il suono degli uccellini e dei grilli e noi facevamo il bagno nudi. La domenica mattina, poi, tutti si riunivano in chiesa e tutti, o quasi tutti, giovani e anziani, avevano gli occhi azzurri, lo stesso colore del cielo.

Loro si trovavano lì per sorte e io, un viaggiatore irrequieto, mi ritrovai per puro caso fra questa gente meravigliosa, che mi accolse come se fossi un loro parente ritrovato, venuto a cercarli in questa terra lontana.

Il giorno della mia partenza tutto il paese mi accompagnò alla fermata della corriera.

L’autore

Salvatore Santagati, nato in Sicilia, si è laureato in Filosofia a Londra conseguendo poi il Dottorato. Ha pubblicato “A First Spring in Sicily” e si dedica alla letteratura e viaggi. I suoi racconti sono stati trasmessi dalla Bbc.Ed eccoci giunti all’ultima puntata del mio viaggio in Messico. Come ricorderete mi trovavo a Oaxaca, dove trascorsi due settimane prima che l’irrequietezza tipica del viaggiare prendesse il sopravvento. Volevo andare verso lo Yucatan a vedere i siti archeologici affascinanti dei Maya: Chichen Itza, Tulum e Palenche dove sacrificavano per gli dei anche gli esseri umani. Così partii in corriera, godendomi il panorama punteggiato da cactus, rocce e piante esotiche.

Il luogo

Papantla de Olarte, nello Stato di Veracruz, nel Messico centrale, nacque su un sito precolombiano. Il distretto, esteso per quasi millecinquecento chilometri quadrati, è abitato da centosessantamila abitanti.

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