Valentina Rodini, l'oro di Tokyo2020 e la simbiosi con la barca - QdS

Valentina Rodini, l’oro di Tokyo2020 e la simbiosi con la barca

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Valentina Rodini, l’oro di Tokyo2020 e la simbiosi con la barca

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venerdì 10 Settembre 2021 - 10:26

L'atleta cremonese delle Fiamme Gialle si racconta in questa intervista in esclusiva per Qds.it, dopo essere diventata con la collega Federica Cesarini le prime a vincere un oro nei doppi pesi leggeri

Valentina
Rodini
è entrata nella storia del canottaggio italiano per
aver vinto la medaglia d’oro nei doppi pesi leggeri con la collega Federica
Cesarini
nelle Olimpiadi di Tokyo 2020. Una gara che ha lasciato
sospesi con una rimonta incredibile nell’ultima parte che ha garantito alle due
atlete di salire sul gradino più alto del podio.

Insieme
avevano già conquistato nel 2020 la medaglia d’argento agli Europei
di Poznan
e nel 2016 quella di bronzo ai Mondiali Under 23 a
Rotterdam. L’oro alle Olimpiadi è il primo nella storia del canottaggio
femminile italiano.

Cremonese,
ventiseienne e atleta delle Fiamme Gialle, Valentina Rodini è determinata e
molto ambiziosa, caratteristiche che emergono subito appena l’atleta si
racconta e che confermano quanto lavoro e rigore vi siano dietro un obiettivo centrato
come la medaglia d’oro ai Giochi olimpici.

Prima
medaglia d’oro da sempre nei doppi pesi leggeri. È entrata nella storia. Come
la vive?

“È un motivo di orgoglio perchè è la punta di un iceberg di un movimento femminile che abbiamo creato in questo ultimo quadriennio. Sebbene esistesse anche prima il canottaggio femminile, non c’era tutta questa attenzione e apertura anche dai corpi militari. L’attenzione di donne è stato un ottimo stimolo, ma anche il fatto che un nuovo capo settore femminile puntasse tanto e ci difendesse davanti all’allenatore tecnico e credesse fortemente nella creazione di un forte settore femminile ha dato un ottimo motore di spinta. Vincere….ne sono orgogliosa, anche perchè c’è stata una squadra che ci ha portato lì”.

Non
era la sua prima volta alle Olimpiadi. In questi cinque anni c’è stato un
cambio di approccio sia mentale sia fisico ai Giochi?

“Certamente. Delle Olimpiadi di Rio, l’ho saputo dieci giorni prima della gara. Anche l’avessi saputo qualche mese prima, col senno di poi, sarei stata inesperta. È stata una bellissima avventura, dove l’obiettivo era prendere il massimo e mettere in campo quello che avevo. Un’Olimpiade non si prepara in dieci giorni, quello è stato.

Da quando sono tornata, ho cercato di incentrare Federica anche sul fatto che il nostro obiettivo sarebbe stato più a lungo termine che il mondiale o la gara dell’anno. Bisognava guardare nel lungo periodo”.

Al
suo fianco, Federica Cesarini. Mi racconta il vostro rapporto e quanto è
determinante avere il “compagno di squadra” più idoneo?

“La cosa fondamentale per gli atleti di ogni livello è la volontà di continuare ad apprendere, di non fermarsi e dire “io so già questo” ma essere aperti al confronto. Io e Federica siamo diverse e non concordi su certi aspetti. Siamo così diverse che ci dicono che siamo complementari, quindi è molto difficile proprio il rapporto umano. Però tutte e due apprendiamo l’una dall’altra nonostante le litigate, cerchiamo di capire quello che l’altra vuole dire perchè abbiamo un obiettivo comune che è la velocità della barca. Quello che serve più dell’amicizia, che è un di più ossia, se c’è bene, ma non si va in barca per cercare gli amici. Si va alle Olimpiadi perchè la barca vada veloce”.

Olimpiadi
con una pandemia in corso: ha risentito di questo periodo che stiamo vivendo
nella preparazione e/o nella gara olimpica?

“No, non ha influito oltre il primo lockdown durante il quale siamo rimasti chiusi in casa ma la Nazionale ha provveduto a farci avere gli attrezzi per allenarci, a mandarci i programmi di allenamenti quotidiani, settimanali e addirittura mensili, a confrontarci il report dove ognuno mandava i propri tempi per vedere il livello della squadra.

Dopodichè noi siamo riusciti ad avere una bolla in Sabaudia dove tutta la Nazionale si è radunata senza contatti con il mondo esterno”.

Facendo
un passo indietro, com’è cominciato tutto?

“Io facevo karate (che è uno sport maschile) con mio fratello. Ho conosciuto due ragazze che facevano canottaggio e volevo fare questo sport perchè era femminile e volevo avere delle amiche. Io, infatti, ho conosciuto il canottaggio come uno sport prettamente femminile. Solo dopo ho scoperto che non era così. Nella mia società d’origine, però, c’erano più donne che maschi”.

Quando
ha capito che il canottaggio per lei non era solo uno sport, ma il senso della
sua vita?

“Nel 2015, quando sono entrata nelle Fiamme Gialle, è diventato tutta la mia vita. Ho dedicato ogni giorno a trecentosessanta gradi la mia vita al canottaggio”.

Senta
da fuori il canottaggio sembra uno sport davvero molto faticoso, cos’è che le
piace per insistere ogni giorno?

“Due cose sono il succo del mio amare il canottaggio. La prima è il flow ossia uno stato d’animo e fisico che un atleta raggiunge quando si immerge completamente nel movimento che sta facendo fino a estraniarsi quasi a se stesso e si entra in simbiosi con cosa si sta facendo. Si entra nella barca, tu sei la barca, scorri. Questo stato mi piace molto perchè libero la mente ed è una bella sensazione.

La seconda cosa altrettanto importante è che quando si fa equipaggio multiplo o singolo, ma in una buona squadra, il legame che c’è con la squadra è qualcosa di magico perchè è ciò che ti fa andare avanti, che ti fa sentire protetto e al sicuro. Anche con gli allenatori. Potersi affidare completamente ad altre persone è una delle esperienze più belle che possa dare lo sport in generale. E io l’ho trovato nel canottaggio”.

C’è
qualche rinuncia che le pesa?

“La ringrazio per non aver usato la parola sacrificio perchè è una di quelle a cui sono allergica. Quello che dico io è che, per quanto facciamo fatica e per quanto quattro giorni prima dell’Olimpiade avessi scritto “io me ne vado da qua”, noi scegliamo di scendere dal letto e di andare ad allenarci. Non ci sacrifichiamo. Rinunciamo certo a qualcosa. Per me la rinuncia è la libertà di dire: mi posso stancare anche altrove.

Ho vissuto questi anni concentrata solo su un obiettivo. Dormivo, mangiavo in relazione a questo obiettivo. Non ero completamente libera di dire: faccio altro, mi stanco altrove. Devo dire che ne è valsa la pena, perchè ne è valsa la pena. Ci sono stati tanti pianti dietro, tante difficoltà perchè anche solo collaborare con un’altra persona quando si è stanchi o anche solo quando la pensa diversamente da te, non è facile. Questa è stata la parte più difficile, ma bisogna ritrovare la felicità nelle piccole cose ossia ricordarsi perchè lo si sta facendo”.

Oltre
il canottaggio, quali sono le sue passioni?

“A me piace scrivere. Da un anno a questa parte sto scrivendo un libro sulle esperienze che ho vissuto nella preparazione olimpica e penso che lo concluderò.

Un’altra cosa che mi piace tantissimo è l’equitazione. Ho un debole per gli animali”.

Cosa
la aspetta nei prossimi mesi?

“Avendo deciso di continuare, ci si allena come prima. Fino a fine settembre con delle libertà che per cinque anni non ho preso. A ottobre, quando dovrò riprendere al cento per cento, si ricomincerà come cinque anni fa”.

L’obiettivo
è Parigi 2024?

“L’obiettivo è prendere la barca più veloce possibile, poi…”

Sandy
Sciuto

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