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Venezia fa sorridere Meloni. E’ già sfida 2027 (con fari su l.elettorale)

Venezia fa sorridere Meloni. E’ già sfida 2027 (con fari su l.elettorale)

Premier soddisfatta: invertita narrazione sinistra. Domani riunione tecnici su regole voto

Roma, 25 mag. (askanews) – Roma, 25 mag. (askanews) – Il dato era inatteso e, a volerla riassumere in poche parole, la reazione di Fratelli d’Italia alla tornata di amministrative, soprattutto grazie alla insperata vittoria al primo turno a Venezia, suona più o meno così: “L’abbiamo sfangata”. La premessa, quasi d’obbligo persino a taccuini chiusi, è che non si può dare a un voto per le comunali un significato nazionale. E, tuttavia, il sospiro di sollievo, anche per Giorgia Meloni, sta soprattutto nel poter provare a invertire il vento della narrazione, cambiando quell’immagine di esecutivo ammaccato e in confusione dopo la batosta al referendum sulla giustizia. E’ quello che la stessa presidente del Consiglio fa con un messaggio di prassi sui social di auguri ai neo eletti, che si conclude con un post scriptum dal tono molto meno istituzionale: “E anche oggi, il tanto annunciato crollo del centrodestra, lo rimandiamo a domani”. D’altra parte, già mentre gli exit poll sconfessavano qualsiasi sondaggio sul voto nella città lagunare, Meloni aveva scritto al senatore veneto Raffaele Speranzon, che una affermazione senza nemmeno finire al ballotaggio sarebbe stata “mondiale”.

Il ragionamento che nella sostanza viene fatto filtrare è che quando ci sono da votare le facce e i simboli, gli elettori scrivono una storia diversa da quella raccontata dall’opposizione dopo il referendum. “Settimane e settimane che si parlano addosso e gioiscono a sinistra su come è cambiato il vento. Poi arrivano gli italiani, si esprimono, e si svegliano e i loro sogni si infrangono con la realtà dei fatti”, dice il responsabile Organizzativo di Fdi, Giovanni Donzelli. A palazzo Chigi considerano questa come una boccata di ossigeno, anche per un dato fattuale non secondario: questa è l’ultima elezione che precede il grande test a cui sempre la premier ha rinviato ogni giudizio sul suo operato, quello delle Politiche. Una sfida che nella sostanza è cominciata da mesi ma che a questo punto entra nel vivo anche perché, tra la priorità della premier, c’è quella di una riforma delle regole del voto che, attraverso una riforma proporzionale con premio di maggioranza, allontani il suo grande incubo: il pareggione.

La maggioranza ha deciso di procedere in commissione con delle modifiche concordate rispetto alla proposta iniziale, tra cui quella che prevede l’innalzamento della soglia minima per accedere al ‘bonus’ da 40 al 42%. E tuttavia non lo farà attraverso emendamenti ma presentando direttamente una versione bis al termine della discussione generale, dunque tra mercoledì e giovedì. Domani mattina è prevista una nuova riunione tecnica degli sherpa per mettere a punto le ultime limature. Il timing per via della Scrofa resta quello di un via libera in prima lettura entro l’estate. Per una questione di tempi, ma soprattutto di equilibri interni alla stessa maggioranza, si è preferito per ora tralasciare il grande nodo, quello delle preferenze fortemente volute da Meloni ma non da Lega e Fi. Se ne riparlerà direttamente in aula, dove non si potrà sfuggire al voto segreto, ma dove, grazie anche a un meccanismo previsto dal regolamento della Camera, una volta incardinato il testo a giugno, sarà possibile contingentare i tempi della discussione nel mese successivo.

Un varo o meno della legge elettorale, d’altra parte, è anche una delle variabili che ai piani alti dell’esecutivo si stanno prendendo in considerazione quando si ragiona sulla data del voto per le Politiche. Un sistema come quello attuale, con il rischio di pareggio e dunque di tempi lunghi per la formazione di un eventuale governo, renderebbe più complessa – viene spiegato – l’opzione di una scadenza naturale della legislatura, e dunque di elezioni a settembre. Con la nuova legge in vigore – prosegue il ragionamento – non sarebbe invece più necessario anticipare il voto alla primavera. Questo, peraltro, risolverebbe a monte il problema dell’eventuale accorpamento con elezioni in grandi città come Milano e Roma che, è il timore del centrodestra, potrebbero fare da traino negativo.