Zoo e acquari in ginocchio, la protesta del settore “Gli animali non vanno in cassa integrazione” - QdS

Zoo e acquari in ginocchio, la protesta del settore “Gli animali non vanno in cassa integrazione”

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Zoo e acquari in ginocchio, la protesta del settore “Gli animali non vanno in cassa integrazione”

mercoledì 22 Aprile 2020 - 00:00
Zoo e acquari in ginocchio, la protesta del settore “Gli animali non vanno in cassa integrazione”

Tra gli altri settori dell’economia messi in ginocchio dal Covid-19 ci sono gli acquari e gli zoo d’Italia

ROMA – Fra gli altri settori dell’economia messi in ginocchio dal Covid-19 ci sono gli acquari e gli zoo d’Italia; dall’acquario di Genova al Bioparco di Roma allo Zoom di Torino, ora tutti a porte chiuse proprio mentre parte la stagione; tutti sottoposti a una legge rigida, ricorda il biologo Cesare Avesani, da trent’anni direttore scientifico del Parco Natura Viva di Verona: “Svolgiamo un’attività di pubblico interesse riconosciuta dalle autorità e prevista dalla legge. Rispondiamo a una licenza che ci viene concessa solo se i requisiti di attività di conservazione, ricerca scientifica, educazione e formazione vengono messi in atto”.

Requisiti verificati ogni anno da ispezioni ministeriali. Ma soprattutto, zoo e acquari d’Italia oltre alla didattica e alla formazione di biologi, zoologi e veterinari specializzati, accolgono animali sequestrati e lavorano per la conservazione di specie a rischio, sottolinea Gloria Svampa, la presidente onoraria dell’Uiza, unione italiana zoo e acquari che raccoglie quasi una ventina di realtà: “Nel caso italiano, gli zoo sono al 99% imprese private che danno un grandissimo contributo pubblico, perché contribuiscono all’educazione ambientale collaborando con le famiglie e la società, ma perché finanziano ricerche e conservazione sul campo di specie minacciate di estinzione”.

Per esempio – ma è solo un esempio – a Verona si segue fra mille cure, anche per evitare l’imprintig, la cova e l’allevamento dei gipeti, avvoltoi che depongono solo un uovo l’anno e che, una volta cresciuti, ripopolano i parchi d’Europa. Insomma non è un’industria turistica qualsiasi, ma per ora il ministero dell’Ambiente suggerisce di rivolgersi al Cura Italia, cioè ai prestiti bancari. Il problema però è che le spese di gestione dei parchi sono elevatissime anche a porte chiuse.

“Cerchiamo di fare fronte – ribadisce Avesani – il problema è che non si può fare fronte a tempo indeterminato. Un parco come quello che dirigo ha anche la manutenzione dei boschi, che sono il contenitore verde degli animali, e poi tutti i servizi che diamo ai visitatori. Gli animali non vanno in cassa integrazione, hanno esigenze che si mantengono intatte al di là dell’apertura o chiusura al pubblico”.

La richiesta quindi del settore è di un aiuto specifico, e di una riapertura il prima possibile, per recuperare almeno una parte dell’estate, naturalmente mantenendo le distanze di sicurezza per i visitatori.

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