ROMA – Istruzione diseguale, competenze in crisi e partecipazione politica ai minimi storici. Sono tutte facce della stessa medaglia che definiscono al contempo l’andazzo della vita pubblica: dalla percezione delle istituzioni fino al proprio ruolo attivo nella società. In poche parole, determinano lo stato di salute di una democrazia.
Astensionismo in Italia, la partecipazione politica ai minimi storici
A testimoniarlo è il primo partito d’Italia: l’astensionismo. Alle ultime politiche l’affluenza è scesa dal 73% circa del 2018 al 63,8% del 2022 (astensione al 36,1%), il record negativo della storia repubblicana. Alle elezioni europee del 2024 la partecipazione è ulteriormente calata al 49,7%. Basti pensare che prima degli Settanta si recava alle urne circa il 90% di cittadini. Ma la politica è cambiata, i partiti di massa sono pressoché scomparsi e la tendenza dei singoli a partecipare alla vita pubblica ha avuto un calo a picco.
Secondo il rapporto annuale Istat 2026, nel capitolo dedicato al capitale sociale, si osserva che nel 2025 circa la metà della popolazione di 25 anni e più (56,5%) ha preso parte alla vita politica del Paese contro il 68,8 per cento del 2015. Si tratta di un calo di 12,3 punti percentuali. Anche la partecipazione associativa ha registrato un declino, sebbene nel 2025 si sia osservata una lieve ripresa (+0,9%) rispetto all’anno precedente, che ha portato il valore al 19,5%. Ma non solo la partecipazione attiva è calata, persino quella definita “invisibile”, ovvero informarsi e discutere di politica. Se infatti prendiamo in considerazione l’arco temporale che va dal 2003 al 2024, secondo il rapporto Istat 2025 sulla partecipazione politica, si è osservato un calo generalizzato della partecipazione invisibile.
Istruzione e partecipazione politica, il legame con la cultura
Ma anche in questo caso, il livello di istruzione pesa sulle percentuali finali. La disaffezione totale per l’informazione e la discussione politica è più diffusa, infatti, in presenza di titoli di studio più bassi. Non si informa mai di politica l’11,3% dei laureati, una percentuale più che doppia di diplomati (24,4%), e quasi quadrupla per quanti hanno al più la licenza media (41,2%).
Però la partecipazione politica è molto differenziata anche in base al territorio. A dimostrarlo, prima di tutto, è il trend – che è storico – di astensionismo al Sud e nelle Isole (dove, in alcuni casi, si arriva a circa 20% di astensionismo in più rispetto a Nord e Centro – dati Openpolis). Si informa di politica almeno una volta a settimana la maggioranza della popolazione del Centro-nord (con valori compresi tra il 52 e il 54%), contro il 40% circa del Mezzogiorno. Sempre nelle regioni del Mezzogiorno una quota analoga (37,3%) non si informa mai a fronte del 25,0% circa delle regioni del Nord. In particolare Calabria, Sicilia e Campania presentano i livelli più bassi di partecipazione collocandosi ai primi posti per numero di uomini e donne che non si informano e non parlano mai di politica.
Mezzogiorno, il divario culturale pesa sulla partecipazione
Il divario culturale, che si poggia quindi anche su differenze geografiche, si intreccia a doppio filo con il rapporto che ogni singolo ha con la partecipazione alla vita pubblica. Sia essa intesa come partecipazione diretta, che come consapevolezza del contesto che ci circonda. Ma, analogamente, vale lo stesso discorso per la cultura intesa in senso generale.
Sono tempi duri per la cultura: secondo il 59esimo rapporto Censis, negli ultimi vent’anni, tra il 2004 e il 2024, la spesa per la cultura delle famiglie italiane si è considerevolmente ridotta (-34,6%), attestandosi nell’ultimo anno appena sopra i 12 miliardi di euro: una cifra che corrisponde solo a poco più di un terzo di quanto spendiamo nell’insieme per smartphone e computer (quasi 14,5 miliardi nel 2024: +723,3% negli ultimi 20 anni) . Tra l’altro, la caduta dei consumi culturali privati complessivi, trova gambe soprattutto nella forte contrazione della spesa per giornali: il calo registrato e del -48,3% di spesa. Anche in fatto di libri, non ci sono buone avvisaglie (-24,6%). Se è vero che “sapere è potere”, allora – in questo quadro – possiamo poco.
Cultura e democrazia, il ruolo della partecipazione sociale
Ma un messaggio di speranza arriva dal presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara: “Come ha scritto Antonio Gramsci, parafrasando Romain Rolland, ‘il pessimismo dell’intelligenza’” non deve impedire ‘l’ottimismo della volontà’. E l’ottimismo della volontà significa credere che valga la pena di impegnarsi, anche quando i risultati non sono certi o quando il percorso è difficoltoso”.
Ma un altro messaggio di speranza viene dal mondo del volontariato, che è ancora un pilastro di coesione sociale in questo Paese. Nel 2023 ha coinvolto oltre 3,2 milioni di persone (Istat), con un impegno medio settimanale pari a circa quattro ore e mezza. Inoltre, secondo la Fondazione Con i Bambini, il 6,8% di adolescenti tra i 14 e i 17 anni nel 2023 si è speso per la collettività (doppiando il 3,9% del 2021). Anche in questo ambito, tuttavia, la Sicilia si ferma al 4,6%: la sfida è grande. C’è ancora tanto da lavorare.

