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Calo demografico, corsa impari verso il baratro. Nel 2050 residenti al Sud -16%, al Nord -1,3%

Calo demografico, corsa impari verso il baratro. Nel 2050 residenti al Sud -16%, al Nord -1,3%

Nel Settentrione fattori di “compensazione” assenti al Mezzogiorno: mentre la popolazione meridionale crolla, in alcune regioni della parte alta della Penisola, come l’Emilia Romagna, è prevista una crescita degli abitanti

ROMA – In Italia si fanno meno figli, le città invecchiano sempre più (così come le platee di lavoratori) e la tendenza a cercare un futuro altrove è quantomai diffusa. Senza invertire la rotta, la popolazione italiana, secondo Istat, potrebbe ridursi in media del 7,3% entro il 2050. Eppure, calando l’analisi dentro le singole regioni, pare che il fenomeno non colpisca in modo omogeneo tutta la Penisola. A svuotarsi è soprattutto il Sud, mentre buona parte del Nord continua a fronteggiare con discreto successo, e in certi casi a evitare, questo stillicidio demografico. Da un punto di vista macroterritoriale, Istat prevede che nei prossimi ventiquattro anni la popolazione del Mezzogiorno diminuirà del 16,4%, mentre quella del Nord solo dell’1,3%. E ci sono regioni settentrionali in cui, nello stesso arco temporale, è invece previsto un aumento dei residenti.

Il report del Centro studi Tagliacarne sulle disuguaglianze demografiche

Anche tra le pieghe del calo demografico, insomma, parrebbero annidarsi ulteriori disuguaglianze. Il quadro di queste disparità emerge da un recente report del Centro studi delle Camere di commercio Guglielmo Tagliacarne. Il rapporto, analizzando i principali indicatori demografici (tasso di fecondità, indice di vecchiaia e migrazione), finisce per tracciare uno spopolamento molto più marcato nelle regioni del Mezzogiorno, sia nel passato (evidenziando la variazione della popolazione tra il 2002 e il 2026), sia in termini di stima per il futuro (indicando appunto una previsione fino al 2050).

Sicilia, Campania e Calabria tra natalità e spopolamento

Le cifre elaborate dal Centro studi suggeriscono anche che, in alcuni casi isolati, lo svuotamento dei territori meridionali incede in modo più rapido nonostante le condizioni demografiche di partenza siano leggermente migliori rispetto al Nord. Questo non accade ovunque: Basilicata, Puglia, Sardegna e Molise, infatti, riportano indicatori del tutto drammatici. La Sardegna, per esempio, è l’ultima regione d’Italia sia per tasso di fecondità che per indice di vecchiaia. Ma in altri territori, e di preciso Sicilia, Campania e Calabria (due dei quali sono anche i più densamente popolati del Mezzogiorno), pare evidente il fenomeno per cui neppure indici di fecondità e di vecchiaia meno gravi che altrove bastino a evitare uno spopolamento più rapido di quello del Nord. Ed è chiaro che, su questo fronte, il fattore migratorio gioca un ruolo cruciale.

La Sicilia perderà il 16,7% dei residenti entro il 2050

Secondo il report, la Sicilia nel 2025 aveva un tasso di fecondità (numero medio di figli per donna) pari a 1,23, il secondo miglior dato tra le regioni, e un indice di vecchiaia di 192, terzo miglior dato. Quanto però allo spopolamento, lo studio traccia un calo della popolazione siciliana del -3,9% tra il 2002 e il 2026, e una previsione del -16,7% entro il 2050. Dinamiche simili interessano la Campania, che con il terzo miglior tasso di fecondità d’Italia e un indice di vecchiaia di 168,8, potrebbe comunque perdere il 15,3% della popolazione nel prossimo quarto di secolo.

Emilia-Romagna, Lombardia e Trentino in controtendenza

Puntando invece i riflettori sulla parte alta del Paese, spiccano i dati dell’Emilia Romagna, la cui popolazione dal 2002 a oggi non è diminuita, anzi è cresciuta dell’11,8%, e potrebbe continuare ad ampliarsi di un ulteriore 2,1%. Il tutto con un tasso di fecondità dell’1,14 e un indice di vecchiaia di 218,6 (entrambi indicatori più marcati sia di quelli siciliani che di quelli campani). Un trend demografico positivo si riscontra anche in Lombardia (+11,4% di popolazione dal 2002, e una stima del +1,6% al 2050). Altra regione “virtuosa” il Trentino Alto Adige (+16,1% dal 2002 e popolazione ancora in crescita). Lo spopolamento, certo, colpisce le altre regioni del Nord, ma con variazioni più contenute rispetto a quelle rilevate al Sud: in Veneto la popolazione è cresciuta del 7,3% dal 2002, ma si prevede una riduzione del -3,5% al 2050. Anche il Piemonte è cresciuto negli ultimi anni (+1%) ma potrebbe perdere il 6,9% dei residenti in futuro.

Le previsioni Istat sullo spopolamento delle regioni italiane

In generale, considerando una media di spopolamento in Italia pari al -7,3% entro il 2050, per tutte le regioni del Mezzogiorno la stima è ancora peggiore (tra il -11,7% e il -20,2%). Al Nord, invece, soltanto una regione (Valle d’Aosta con il -9,7%) va sotto la media nazionale, mentre tutte le altre non sforano il -7,3% e, anzi, tre regioni (Emilia Romagna, Lombardia e Trentino Alto Adige) segnano addirittura un dato positivo.

Calo demografico, corsa impari verso il baratro. Nel 2050 residenti al Sud -16%, al Nord -1,3%
GAETANO FAUSTO ESPOSITO, DG CENTRO STUDI CAMERE DI COMMERCIO GUGLIELMO TAGLIACARNE

Esposito: “La maggior parte dei meridionali in fuga va al Nord, bisogna rendere conveniente il restare”

Il quadro demografico complessivo che emerge dall’osservazione dei dati di Istat e del Centro studi Tagliacarne, con un Mezzogiorno in caduta libera e un Nord che resiste, porta a domandarsi fino a che punto la crisi dello spopolamento sia un’emergenza nazionale prima di essere un problema specificamente meridionale. Accendendo i riflettori sulle grosse perdite di residenti al Sud, a fronte del modo in cui il Nord reagisce al fenomeno, sembra di intravedere una capacità tutta settentrionale, e assente nel Mezzogiorno, di “bilanciare” gli effetti del crollo demografico. Per fare maggiore chiarezza sulla lettura di queste dinamiche, abbiamo sentito Gaetano Fausto Esposito, economista e direttore generale del Centro studi Tagliacarne.

Direttore, il calo demografico è presente in tutta Italia ma è molto più evidente al Sud. Pare che al Nord, invece, si riesca in qualche modo a compensare. Come si leggono questi dati?
“Il Nord riesce a compensare per tutta una serie di fattori. Il primo consiste nell’immigrazione dal Sud. Bisogna pensare che ogni anno circa 60 mila giovani, persone under 35, lasciano il Mezzogiorno, ma buona parte di questi, circa 43 mila, non escono dal Paese ma si spostano proprio verso il Centro-Nord. Il secondo elemento di compensazione deriva invece dall’attività di immigrazione nel Settentrione italiano dall’estero: vero è che questo fenomeno è presente anche nel Mezzogiorno, ma qui esercita una funzione più limitata, poiché solo una quota molto ridotta di chi arriva poi effettivamente si ferma. E questo per via del fatto che ancora oggi trovare occupazione è più facile al Nord. Inoltre a questi due fenomeni si aggiunge una terza dinamica, evidenziata anche da altri osservatori, tra cui Svimez: spesso, insieme ai giovani, si spostano dal Sud pure i genitori, e quindi le famiglie più anziane. E questo per via di un livello di qualità dei servizi pubblici che, comunque, rimane superiore nel resto del Paese”.

Tutto questo finisce col mantenere una certa distribuzione dei pesi economici nella Penisola.
“C’è anche un fenomeno di migrazione delle imprese. Il 20% dei nati nel Mezzogiorno fa impresa al Nord, mentre solo il 5% dei nati nel Centro-Nord fa impresa al Sud. Siamo, dunque, davanti a un saldo abbastanza negativo. Ma poi c’è un ulteriore aspetto. L’attuale narrazione del Mezzogiorno è quella di un’area che sta crescendo, che si sta sviluppando, che sta recuperando delle posizioni. Però attenzione: ci sono alcuni aspetti strutturali da tener presenti, come quello della retribuzione. A parità di altre condizioni, la retribuzione di un giovane nel Mezzogiorno è del 20-25% inferiore rispetto a quella del Centro-Nord. Si potrebbe obiettare che, tutto sommato, al Nord si sostengono costi più elevati, come per l’affitto. Vero. Però si tratta comunque di costi che non coprono quel 20-25% di differenza. I salari del Mezzogiorno, negli ultimi anni, si sono ridotti più dei salari del resto del Paese. Anzi, ci troviamo davanti a questa situazione: i salari al Sud, in termini nominali, sono generalmente più bassi di quelli del Centro-Nord. Poi però, per effetto di un maggior processo inflattivo, sono anche minori in termini reali. Una doppia penalizzazione. E poi c’è il versante che riguarda le progressioni di carriera, più facili in un’area con maggiore densità di grandi imprese, che offre migliori prospettive. Ecco, tutto questo crea, per così dire, un po’ di difficoltà nel rimanere al Sud”.

Ha rievocato l’attuale narrazione di un Mezzogiorno che cresce più del resto del Paese, ma ha posto anche l’accento su alcuni elementi strutturali che comunque mantengono i divari con il Nord. Questi fenomeni rischiano di vanificare gli sforzi che il Sud può compiere sul fronte dello sviluppo?
“La crescita economica di cui si parla c’è, esiste. Però bisogna guardare i dati: rispetto ai primi anni Settanta, il Pil pro capite dell’aggregato Mezzogiorno (ossia il complesso delle regioni meridionali) è rimasto sostanzialmente invariato, anzi è un po’ peggiorato, in termini di divario, rispetto al Pil pro capite del Centro-Nord. Al Sud abbiamo avuto una lunga fase, penso alla dismissione dell’intervento straordinario, in cui gli investimenti hanno perduto quel dinamismo che avevano avuto negli anni Sessanta e Settanta. Questa fase, recentemente, si è invertita anche per effetto del Pnrr, ma ha comunque avuto grossi impatti. Noi parliamo di Pil, ma poi bisogna capire quanta parte di questo Pil si trasforma effettivamente in reddito disponibile. Discorso simile si può fare per il lavoro. Il tasso di occupazione nel Mezzogiorno sta crescendo di più di quello del Centro-Nord. Però dobbiamo guardare alla qualità, non solo alla quantità. La forte crescita dell’occupazione si è avuta soprattutto nel settore turismo, che è uno dei comparti, diciamo, a minor livello di stabilità. Quindi è come se stessimo dicendo: il Sud cresce, crescono gli occupati e quindi anche il Pil, ma questa crescita, per rendersi strutturale, ha bisogno di fattori che rendano conveniente il rimanere. Che non è più il rimanere di una volta, perché oggi le persone hanno qualifiche molto superiori. In vent’anni il numero di laureati che emigrano al Nord è raddoppiato. Quindi deve essere il rimanere di un’occupazione qualificata. E bisogna creare anche motivi per tornare. Una serie di incentivi al ritorno, collegati a progetti precisi, non a un welfare generalizzato del tipo: se torni di do un bonus”.

Visto il quadro attuale, potremmo dire che risolvere la questione demografica al Sud significa risolverla in Italia?
“Il problema al Mezzogiorno va risolto in un quadro che abbraccia l’organizzazione produttiva dell’intero Paese. Perciò, in questo senso, sì. Per risolvere la questione demografica al Sud, oggi più che mai, bisogna affrontare la questione produttiva. Se non creiamo un tessuto di produzione adeguato, non risolviamo nulla”.