L’informazione è fondamentale per la Popolazione in quanto le permette di conoscere fatti e circostanze di ogni giorno, sia di carattere locale che internazionale. D’altra parte, occorre che cittadine e cittadini leggano, ogni giorno, i quotidiani per essere tenuti al corrente di tutti gli sviluppi.
Dunque, la responsabilità della circolazione dell’informazione risiede, da un canto, su chi la produce (fra cui quella primaria dei giornalisti) e, dall’altro, sui fruitori della stessa, cioè le persone che dovrebbero, per scelta precisa, leggere ogni giorno i quotidiani (di carta o digitali), accedere ai media sociali e ascoltare radio e televisioni.
Informazione attiva e valutazione critica: il dovere del cittadino che riceve le notizie
Ovviamente, dalla parte di chi riceve le informazioni non ci dev’essere una posizione passiva, bensì attiva, cioè la valutazione delle informazioni che si ricevono per capire se sono vere, bilanciate, controllate e soppesate, in modo da non essere indotti in false valutazioni.
Vi è però un fatto di questi ultimi decenni: per fare carriera molti operatori e operatrici dell’informazione non si limitano a trasmetterla talis qualis, bensì a “pomparla”, cioè a esaltarla, a gonfiarla, perché l’obiettivo non è quello d’informare, ma di stupire. Per cui, l’informazione in quanto tale, secondo questi cattivi divulgatori, dev’essere sempre urlata, in modo da perforare i timpani di chi la riceve e restarne colpito, indipendentemente dal fatto che essa venga compresa o meno. Anzi, tanto più è urlata, tanto più stupisce, tanto meno si capisce.
Il desiderio di stupire per fare carriera
Perché molti professionisti vogliono stupire? Perché così si accreditano di una maggiore notorietà e quindi fanno carriera, accedono a posti di responsabilità, guadagnano più soldi e via enumerando. Ciò accade perché, lo ripetiamo, chi riceve queste informazioni esasperate non ha sempre una sufficiente cultura per capirne la portata e per stroncarla, anche protestando con l’invio di testi di vario genere (mail, messaggi, whatsapp) alle fonti.
Come sempre il pesce puzza dalla testa e la testa dell’informazione – scusate il gioco di parole – è la coda, vale a dire l’ultimo tratto che essa percorre.
Chi riceve cattiva informazione non deve restare passivo
Chi riceve l’informazione, dunque, deve valutarla e di conseguenza valutare chi l’ha trasmessa. Per cui, ma solo in teoria, quando l’informazione non ha le qualità etiche di equilibrio che dovrebbe avere, andrebbe combattuta. Ciò non accade perché molti di coloro che ricevono informazioni di vario tipo non hanno i requisiti per valutarla e se ne disinteressano.
Scusate se ripetiamo come un mantra questi concetti, ma non vi è dubbio che se circola una cattiva informazione la responsabilità è di chi la invia, ma anche di chi la riceve e non fa nulla, non esercitando il suo diritto-dovere di protestare con tutti i mezzi e in tutte le sedi.
Ritorniamo così al tema che ci è caro e cioè che cittadine e cittadini devono pensare con la propria testa e non con la testa degli altri, per evitare di essere abbindolati, imbrogliati o indotti a pensare cose sbagliate.
Lobby, potentati e sondaggi: i centri di pressione che controllano l’informazione
La questione che vi proponiamo è semplice nella sua enunciazione, più difficile nella sua attuazione.
È noto che l’informazione di qualunque tipo è aggregata ai potentati, ai centri di pressione, alle lobby, che cercano di trarre vantaggio dalla stessa. Intendiamoci, non ci riferiamo alla pubblicità, che essendo palese, ha la funzione di parte. Ci riferiamo a quella che dovrebbe essere un’informazione obiettiva, ma dietro la quale vi sono, appunto, quei gruppi di potere che la spingono in una direzione o in un’altra per cercare di acquisire consensi e anche “mercato”.
Il discorso che precede vale anche per il settore politico-istituzionale, che è bersagliato dai sondaggi, aventi un mero valore indicativo e non reale: più volte sbagliano rispetto a quelle in cui “azzeccano”.
Il Codice etico dei giornalisti italiani del 2025
Gli ordini professionali dovrebbero (e spesso lo fanno) inviare comunicazioni ai propri iscritti raccomandando l’utilizzo in pieno del Codice etico dei giornalisti italiani (pubblicato il primo giugno del 2025); regole semplici che andrebbero osservate costantemente e che dovrebbero essere tenute presenti prima della formulazione di un qualunque comunicato, scritto o parlato.

