Tutto comincia con una vibrazione. Quasi sempre nella nostra esistenza ci siamo trovati a voler percorrere delle strade inusitate, mossi da una vibrazione che, nel momento in cui l’abbiamo sentita non avevamo gli strumenti per poterne decodificare le conseguenze. Conseguenze spesso inevitabili che hanno poi generato i profili semantici del nostro agire quotidiano in maniera consistente, determinandone la generazione di tutta una serie di parametri d’esercizio che hanno poi finito per costituire la nostra talvolta ingombrante matrice identitaria.
Ma qui, invece, si è trattato proprio di una vibrazione semplice, la vibrazione generata dal telefono, affondato all’interno della tasca dei pantaloni, quella tasca cui nei momenti di maggiore coraggio siamo soliti accartocciare il diavolo, ovvero i nostri demoni, quelli belli e quelli brutti. Ed era un comunicato che mi perveniva da una persona a me cara, il designer Sebastiano Raneri. Tale comunicato così recitava: “Il percorso ha origine nella seconda metà degli anni ’40 del secolo scorso, grazie al lavoro di uno scenografo, Elio Martinelli, che disegna e produce lampade per allestire le scenografie teatrali in cui le lampade hanno forma scenica ed interagiscono con l’azione teatrale divenendo parte della narrazione”.
Martinelli Luce e la cultura del progetto
Vale la pena allora di poter decidere di andare a fondo sull’argomento. Decido allora di aderire all’invito mosso da Raneri, compagno di numerose avventure lungo le pratiche di solvimento e di generazione di nuove traiettorie di significazione e di senso in numerosi ambiti applicativi della disciplina del Design. Ambiti quali quelli del Public Design ed in quelle del Product design e dell’Interior Design. Raneri è stato e, continua ad essere un protagonista assoluto dell’ambito applicativo, che lo ha visto impegnato negli ultimi decenni in un’opera, talvolta estenuante e, posta in opera persino a diverse latitudini del nostro pianeta, nella diffusione della Cultura del Progetto e nella tutela della categoria professionale. è stato infatti per diversi anni presidente nazionale dell’Aipi, presidente mondiale di Ifi (International federation of interior architects/designers), vicepresidente di Poli.design e componente del gruppo di lavoro che ha contribuito alla Legge 13/2013 sul riconoscimento delle nuove professioni. Da qualche tempo a capo della struttura denominata Nuccio Raneri Workshop Design, con sede ad Acireale, incastonata dentro una meraviglia del nostro barocco siciliano, ovvero in una costola della rutilante chiesa di S. Sebastiano e nella città di Milano, nella arcinota via Montenapoleone, ed al contempo a capo della Fondazione Sebastiano Raneri, anch’essa ubicata nelle due sedi attive prima menzionate, impegnata nella formazione e crescita dei giovani nel campo dell’architettura e del design.
Ma continuiamo a leggere il comunicato: “Le lampade progettate da Elio Martinelli sono tecnico-decorative: devono rapportarsi con la scenografia, fondersi con il progetto scenico, ma devono anche rispondere ad esigenze illuminotecniche. Nel 1953 costituisce Martinelli Luce, in uno scantinato che chiamava ‘laboratorio’. Pochi strumenti e tante ambizioni che traggono ispirazione sia dalla natura che dalla geometria proponendo al pubblico un’offerta produttiva caratterizzata da alte performance funzionali, forme suggestive sobrie in cui risalta un più che appropriato uso dei materiali. Oggi, ad oltre settanta anni di attività dalla sua fondazione, Martinelli Luce è guidata da Emiliana Martinelli e dal figlio Marco”. Ed è a questo punto che, finito di leggere il comunicato, sono cominciate a suonare dentro me una serie di musiche soavi ed ammalianti, irresistibili tanto quanto suoni provenienti da sirene di rara bellezza, per l’appunto, le mie Sirene del Design. E, arrendevole e spietatamente curioso quale sono, proprio come un Ulisse contemporaneo, decido di aderire al prezioso invito mossomi dal mio amico designer. L’invito di cui vi facevo cenno prima, era per l’appunto, relativo alla possibilità di poter incontrare, di persona, quella che io da sempre nei miei scritti definisco, affatto in maniera impropria, la “Signora della Luce Italiana”: Emiliana Martinelli.
Emiliana Martinelli a Catania tra design e storia
Ci produciamo dunque in una escursione all’interno della cintura del meraviglioso centro storico della città di Catania, dove io e Sebastiano siamo a fare da ciceroni, elargendo informazioni a cascata sulle preziose testimonianze afferenti a quel nostro tardo-barocco proprio della Sicilia Orientale dalle caratteristiche così particolari da aver generato la possibilità di poter scivolare all’interno della prestigiosa lista dei beni storico-monumentali facenti parte del Patrimonio dell’Unesco. Poi vi è la pausa, la mia pausa da Emiliana Martinelli e dalla sua magnifica collaboratrice, l’architetto Donatella Ferrieri. Pausa, beninteso, dalle mie grinfie da designer e da storico e critico del Design e dal mio fare avido e vampirizzante su tutte le questioni afferenti l’opera mossa dall’azienda Martinelli Luce in quel tempo che è il tempo della Storia del Design e dei suoi protagonisti. Quelli che noi designer adoriamo come fossero dei Santi. Quegli individui portentosi che oggi rappresentano il genio creativo del Made in Italy nei libri di Storia del design e nei musei del Design ubicati ad ogni angolo del pianeta, e che per la maggior parte dei casi sono dei designer italiani.
Capite, cosa possa significare per un designer, poter sentire dalla viva voce di una donna come Emiliana Martinelli, episodi salienti e significativi quali quelli che hanno condotto poi alla generazione di tutta una serie di elementi d’arredo e di servizio che oggi sono considerati vere e proprie icone dolenti, oggetti capaci di poter condizionare, da soli, un intero scenario esistenziale. E, come dicevo, la pausa era dettata da un inderogabile appuntamento della nostra protagonista all’interno dell’ultima esperienza formativa messa in esercizio dal team del Nuccio Raneri Workshop Design e dalla Fondazione, ovvero un workshop all’interno di SOU Acireale.
SOU Acireale, il laboratorio sulla luce per i bambini
SOU è la Scuola di architettura per bambine e bambini in Italia e, bisogna dirlo, è una delle poche al mondo ad avere tali caratteristiche di così grande efficacia e diffusione. Il nome della Scuola rende omaggio ad uno dei più grandi progettisti di architettura contemporanea, al mondo, l’architetto giapponese Sōsuke“Sou” Fujimoto (藤本 壮介 Fujimoto Sōsuke), ed essa ha avuto i suoi natali in due grandi siciliani, i miei cari amici Andrea Bartoli e Florinda Saieva, all’interno dell’organismo culturale produttivo di Farm Cultural Park. E qui, devo dirlo, si gioca in casa, perché proprio nella storica prima sede di Favara, in provincia di Agrigento, da quest’anno la direzione artistica è passata all’architetto Alessandra Bruccoleri che ne ha condotto con enorme impegno e risultati di grande profilo la sua opera cogente. Emiliana e Donatella hanno intrattenuto i bambini di SOU Acireale producendo un entusiasmante laboratorio sulla luce. Dopo una precisa presentazione sui confini identitari ed operativi della professione posta in opera dal designer, i bambini si sono messi all’opera per progettare la loro lampada. Emiliana ha fatto presente durante tutta la lezione come possa essere imprescindibile ed importante dover “disegnare disegnare e disegnare” quando ci si approccia ad un progetto, e i bimbi ne hanno compreso l’importanza in maniera subitanea, grazie alla grande enfasi mossa dalla nostra protagonista.
I piccoli designer progettano le loro lampade
Estasiati dalla lampada denominata “elmetto rosso”, data in visione da Emiliana e Donatella, e che i bambini hanno inteso poter utilizzare quale fonte d’ispirazione per il loro personalissimo progetto. Ne sono venute fuori di proposte inedite ed inattese, elementi recanti spesso declinazioni cromatiche inusuali e con configurazioni formali articolate, ripercorrendo talvolta confini geometrici dalla natura antropomorfa o zoomorfa, o in ossequio alla bionica al mondo floreale o a quello astronomico, come lampade a forma di squali, funghi, e soli. Dieci lampade colorate e bizzarre che ora sono lì nella sede operativa di SOU Acireale, quali preziosi reperti di un’esaltante opera di progetto, a dar voce ai pensieri dei nostri piccoli designer.

