Errare è umano, perseverare non è Giustizia. Responsabilità di chi giudica non sia un tabù - QdS

Errare è umano, perseverare non è Giustizia. Responsabilità di chi giudica non sia un tabù

Paola Giordano

Errare è umano, perseverare non è Giustizia. Responsabilità di chi giudica non sia un tabù

sabato 05 Dicembre 2020 - 00:00
Errare è umano, perseverare non è Giustizia. Responsabilità di chi giudica non sia un tabù

Da Bassolino a Mastella: tantissime le vittime, più o meno illustri, di veri e propri calvari giudiziari. Riforma del Csm, errori giudiziari, intercettazioni, durata irragionevole dei processi, tritacarne mediatico, protagonismo dei pm: la riforma del sistema resta un buon proposito

Se ne discute ormai da anni ma, ad oggi, la riforma della giustizia è e rimane solo un buon proposito.
Eppure i nodi da sciogliere sono tanti e il Quotidiano di Sicilia li denuncia da anni: l’uso politico o comunque “protagonistico” della giustizia da parte di alcuni magistrati, la riforma del Csm, la durata irragionevole dei processi, gli errori giudiziari, le intercettazioni, il tritacarne mediatico che fa passare in secondo piano la verità processuale a favore di quella propinata da web, stampa e social media, solo per citare i più noti.
Un riordino del sistema è dunque divenuto improcrastinabile. Le recenti cronache non fanno che confermarlo.

Antonio Bassolino, 19 assoluzioni e 20 anni di calvario

Risale a poche settimane fa, ad esempio, l’assoluzione incassata dopo dieci anni di calvario dall’ex dem Antonio Bassolino. Con formula piena perché “il fatto non sussiste” recita il dispositivo emesso giudici della seconda sezione della Corte d’Appello partenopea. Coinvolto nell’inchiesta sulle cosiddette “parcelle d’oro” agli avvocati per la gestione commissariale dei rifiuti, Bassolino aveva rinunciato alla prescrizione.
Per l’ex sindaco di Napoli si tratta della diciannovesima assoluzione nel giro di vent’anni.
“Era l’ultima vicenda ancora da definire – ha commentato Bassolino sul suo profilo social – e riguardava gli onorari ad un avvocato. In realtà ero già stato assolto per prescrizione ma avevo fatto ricorso perché volevo una assoluzione nel merito. Oggi la Corte di Appello ha emesso una sentenza di assoluzione perché il fatto non sussiste. È dunque la diciannovesima sentenza di piena assoluzione e sono grato ai miei difensori per come mi hanno assistito in tutti questi anni. Mi fa piacere, naturalmente: per me e la mia storia, per i miei familiari, per Napoli”.

Clemente Mastella, 15 processi e 15 assoluzioni

Non ha raggiunto il record di Bassolino ma ci è andato vicino l’ex democristiano, oggi sindaco di Benevento, Clemente Mastella, che vanta quindici assoluzioni su quindici processi. La più clamorosa è stata quella, con formula piena, dall’accusa di induzione indebita a dare o promettere utilità nell’ambito dell’inchiesta sui presunti illeciti nelle nomine alle Asl e in altri settori pubblici in Campania.
Per questa vicenda fu costretto a dimettersi dall’incarico di ministro della Giustizia nel Governo Prodi II dopo appena un anno e mezzo di incarico, nel gennaio 2008, causando di fatto la caduta di quell’esecutivo.

Roberto Maroni, implicato in sei processi: “Estraneo ai fatti contestati”

En plein anche per il leghista Roberto Maroni: implicato in sei processi è risultato estraneo ai fatti a lui contestati. La sua ultima “vittoria” risale ad appena un mese fa, quando la Cassazione lo ha assolto dall’accusa di aver favorito persone del suo entourage con contratti per incarichi creati ad hoc. Il reato secondo i giudici “non era configurabile”.

Di esempi analoghi se ne annoverano a bizzeffe: dalla clamorosa assoluzione dell’ex sottosegretario all’economia, Nicola Cosentino, accusato di collusione con la camorra – un’accusa per la quale scontò in primo grado tre anni di carcere – a quella stabilita dai giudici della Corte d’Appello di Messina nei confronti del Pm Pasquale Pacifico, a processo per una presunta rivelazione di segreto d’ufficio al giornalista Alfio Cutuli.
Insomma, sono tanti, troppi i mostri sbattuti in prima pagina, condannati nei salotti televisivi e sul web, che però la verità processuale – l’unica che conta – ha scagionato.

Di fronte a tali storture del sistema, la domanda sorge spontanea: chi ne paga le conseguenze?
La risposta è tristemente intuibile: a pagare è certamente il cittadino.

Giustizia lumaca, ci mancava soltanto il virus: quasi 157mila i procedimenti penali pendenti in Sicilia

All’inizio di questo sventurato 2020, il nostro Paese – travolto da un virus di cui agli inizi si sapeva poco o nulla – si è fermato a seguito delle misure restrittive varate dal governo Conte allo scopo di contrastarne la diffusione e contenere il numero dei contagi.

Risultato? Anche il settore giustizia si è bloccato, per la serie “al peggio non c’è mai fine”. Dal 9 marzo e via via, a suon di decreti, fino al 1° luglio, l’attività giudiziaria è stata infatti ridotta all’osso: sono state rinviate tutte le udienze civili e penali ad eccezione di procedimenti urgenti, udienze su misure cautelari, convalida di arresti o fermi nei procedimenti che riguardano detenuti e imputati minorenni, convalide di espulsioni dei migranti.

In un Paese, come il nostro, in cui “normalmente” un processo dura tempi biblici – 7,3 anni quello civile, 3,7 quello penale secondo l’ultimo report redatto dalla European Commission for the efficiency of justice (Cepej) presentato lo scorso ottobre e contenente dati relativi al 2018) – le conseguenze dello stop ai processi sono facilmente intuibili.

Limitatamente al processo penale nei Tribunali e nelle Corti d’appello dell’Isola sono già quasi 157 mila i procedimenti pendenti. Il dato, pubblicato lo scorso luglio sul sito del ministero della Giustizia, è relativo al solo primo trimestre 2020. A quando, cioè, la pandemia ebbe inizio.

Di fronte alla recrudescenza dei contagi da Coronavirus il governo è intervenuto con una serie di misure, contenute nel Dl Ristori bis (il n. 149/2020), volte ad arginare il diffondersi del contagio anche nei palazzi di giustizia, limitando l’afflusso di operatori e utenti nei tribunali. Si tratta di disposizioni che varranno per il tempo strettamente necessario per il superamento della fase acuta e che vanno dai processi a porte chiuse, al compimento di alcuni atti di indagini da remoto, sino al deposito degli atti da parte dei difensori mediante la posta elettronica certificata.

Nell’incontro con il ministro Alfonso Bonafede del 19 novembre, l’Associazione Nazionale dei Magistrati ha però sollecitato un intervento del Governo sull’attuale normativa processuale e ordinamentale, segnalando “la necessità di ampliare al massimo gli strumenti per la trattazione dei processi in sicurezza, e tra essi i casi di udienza da remoto, nel pieno rispetto delle garanzie costituzionali, senza interventi strutturali finalizzati ad una modifica del processo” e chiedendo l’apertura di un tavolo di confronto permanente presso il ministero della Giustizia con le categorie interessate.

Bonafede ha manifestato la sua disponibilità ad intervenire sui temi segnalati dalla delegazione dell’Anm, nel rispetto delle prerogative del Parlamento, dichiarandosi favorevole alla realizzazione del tavolo di lavoro proposto. Staremo a vedere.

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