Guerra in Iran, LIVE sul QdS: tutte le ultime news e gli aggiornamenti in diretta sulle azioni di Usa e Israele, Iran e Paesi del Golfo di venerdì 15 maggio 2026.
Guerra in Iran, le ultime news in diretta del 15 maggio 2026
Arriva la proroga di 45 giorni per il cessate il fuoco in Libano. Lo annuncia il portavoce del Dipartimento di Stato americano Tommy Pigott su X, al termine di due giorni di ”colloqui molto proficui” tra Libano e Israele negli Stati Uniti. Un nuovo round di negoziati politici è stato fissato per il 2 e 3 giugno.
Inoltre il 29 maggio verrà avviato al Pentagono un dialogo sulla sicurezza con delegazioni militari di entrambi i Paesi. “Ci auguriamo che questi colloqui promuovano una pace duratura tra i due Paesi, il pieno riconoscimento reciproco della sovranità e dell’integrità territoriale e la creazione di una reale sicurezza lungo il confine condiviso”, scrive Pigott.
La portaerei francese Charles de Gaulle e le navi di scorta sono arrivate al largo della penisola arabica. Lo ha annunciato Alice Roupaud, portavoce del ministero della Difesa francese, spiegando che la portaerei è stata dispiegata in quella zona con l’obiettivo di “prepararsi in anticipo nel caso in cui venga lanciata una missione neutrale per ripristinare la navigazione nello Stretto di Hormuz”.
Israele si starebbe preparando a una possibile e imminente ripresa del conflitto con l’Iran, che potrebbe protrarsi per settimane. Lo ha riferito Canale 12, citando un alto funzionario israeliano rimasto anonimo.
Secondo la fonte, il governo israeliano ritiene che i negoziati con Teheran non stiano portando a risultati concreti e anche “gli americani capiscono che non stanno portando da nessuna parte”.
Il funzionario ha precisato che Israele si sta preparando a “giorni o settimane di combattimenti”, aggiungendo che la decisione finale sarebbe attesa da parte del presidente Donald Trump. “Sapremo di più entro 24 ore”, ha concluso.
L’Oman si ritrova al centro di una delicata partita geopolitica tra Iran e Stati Uniti dopo che Teheran ha dichiarato di essere in coordinamento con Muscat sulla futura gestione dello Stretto di Hormuz, incluso il controverso piano iraniano – osteggiato da Washington – di imporre tariffe alle navi commerciali in transito.
Lo stretto, attraverso il quale in condizioni normali transita circa il 20% del petrolio trasportato via mare, resta di fatto bloccato da oltre 10 settimane a causa dell’escalation tra Iran, Stati Uniti e Israele. A complicare ulteriormente il quadro – fa notare il Guardian – sono state le dichiarazioni rilasciate oggi in India dal ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, secondo cui Hormuz sarebbe una via d’acqua “esclusivamente iraniano-omanita”.
“Lo stretto si trova nelle acque territoriali di Iran e Oman, non esistono acque internazionali nel mezzo”, ha affermato Araghchi, aggiungendo che Teheran starebbe già coordinando con Muscat il futuro assetto della gestione della rotta marittima.
Hezbollah colpisce con droni le forze israeliane, dando inizio a una serie di attacchi coordinati nel Sud del Libano. In una nota, il gruppo commenta: “La Resistenza Islamica ha colpito le forze nemiche di Israele nel villaggio di Houla con una serie di attacchi con droni”. Colpiti anche altri obiettivi israeliani.
Gli attacchi segreti e il lavoro sotto banco contro l’Iran? Secondo le ricostruzioni delle ultime ore, il presidente emiratino Mohammed bin Zayed avrebbe avviato una serie di colloqui con diversi leader regionali, tra cui l’erede al trono saudita Mohammed bin Salman, subito dopo l’inizio della guerra il 28 febbraio scorso. Nei giorni successivi la Repubblica islamica rispose con il lancio di centinaia di droni e missili contro i Paesi del Golfo, colpendo infrastrutture portuali, aeroporti e obiettivi petroliferi.
Mohammed bin Salman, secondo le fonti, avrebbe sostenuto la necessità di una risposta congiunta ma altri interlocutori avrebbero poi escluso l’ipotesi di un coinvolgimento militare coordinato. Gli Emirati, nonostante la decisione saudita di puntare solo alla difesa, avrebbero comunque agito anche in modo autonomo. Le divergenze nate dalla crisi avrebbero contribuito, secondo le ricostruzioni, anche alla successiva decisione degli Emirati di abbandonare l’Opec a fine aprile.
Gli Emirati Arabi Uniti starebbero realizzando un progetto per l’ampliamento dell’oleodotto Ovest-Est, con l’obiettivo di raddoppiare la capacità di esportazione del petrolio. Entrerà in funzione nel 2027 e sarà probabilmente uno degli strumenti messi in campo per aggirare il blocco di Hormuz come risultato delle tensioni con l’Iran. Lo scrive The National, il quotidiano di proprietà del governo degli Emirati Arabi Uniti.La nazione è uscita dall’Opec all’inizio del mese e si prevede che l’infrastruttura “fornirà al Paese maggiore flessibilità sui futuri livelli di produzione petrolifera, consentendogli di perseguire piani di espansione della capacità a lungo termine”, si legge. Inoltre “ridurrà significativamente la dipendenza dal transito marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz”.
“Gli Emirati Arabi Uniti prevedono di completare l’ampliamento dell’oleodotto Ovest-Est entro il 2027, un progetto che dovrebbe raddoppiare la capacità di esportazione attraverso Fujairah”, scrive The National. La costruzione dell’oleodotto è iniziata nel 2008, con l’avvio delle operazioni commerciali nel 2012. Estendendosi per oltre 360 chilometri attraverso gli Emirati Arabi Uniti, ha una capacità di trasporto fino a 1,5 milioni di barili di petrolio greggio al giorno.
Il progetto, scrive The National, “è stato avviato nell’ambito della più ampia strategia degli Emirati Arabi Uniti volta a rafforzare la sicurezza energetica e garantire esportazioni ininterrotte verso i mercati internazionali, in un contesto di crescenti tensioni regionali”. L’oleodotto riveste “un’importanza strategica crescente perché consente agli Emirati Arabi Uniti di continuare le esportazioni di petrolio greggio senza dipendere interamente dallo stretto di Hormuz, attraverso il quale transita normalmente circa un quinto delle forniture globali di petrolio”.
L’obiettivo degli Emirati è di aumentare la capacità di produzione petrolifera a cinque milioni di barili al giorno entro il 2027.
La Cina sostiene che, “sulla base del mantenimento del cessate il fuoco, lo Stretto di Hormuz debba essere riaperto il prima possibile”, e ritiene inoltre che “la soluzione fondamentale delle questioni legate allo Stretto risieda nella realizzazione di un cessate il fuoco permanente e completo“. Lo dichiara il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, riferendo alla stampa gli esiti dell’incontro a Pechino tra il presidente Xi Jinping e il presidente statunitense Donald Trump.
Wang aggiunge che la Cina “incoraggia gli Stati Uniti e l’Iran a continuare a risolvere le loro divergenze e controversie, incluse quelle legate alla questione nucleare, attraverso i negoziati”.
Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, accusa gli Emirati Arabi Uniti di aver “bloccato” la dichiarazione finale della riunione ministeriale dei Paesi Brics che si è svolta a Nuova Delhi. “La dichiarazione finale della riunione ministeriale dei Brics è stata bloccata – o alcune parti di essa sono state bloccate – da uno Stato membro che ha rapporti speciali con Israele, e questo è molto spiacevole”, spiega Araghchi ai giornalisti, evitando di citare esplicitamente gli Emirati Arabi Uniti.
“Non abbiamo alcun problema con quel determinato Paese. Non è stato nostro obiettivo nell’attuale guerra. Abbiamo colpito solo basi e installazioni militari americane, che purtroppo si trovano sul loro territorio”, aggiunge il capo della diplomazia di Teheran, secondo cui “l’unico motivo per cui hanno bloccato la dichiarazione finale è stato il loro sostegno a Israele e agli Stati Uniti nella loro aggressione contro l’Iran”. Il gruppo dei Brics comprende Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, Etiopia, Egitto, Iran, Emirati Arabi Uniti e Indonesia.
Il recente annuncio sul mancato dispiegamento di 4.000 militari statunitensi in Ue è una “punizione simbolica” del presidente Donald Trump per non aver aiutato gli USA nel corso del conflitto in Iran. Lo dichiara Alessandro Marrone, responsabile difesa dell’Istituto Affari Internazionali, nel corso della diretta dell’Adnkronos dalla Lennart Meri Conference a Tallinn.
“Trump vuole punire mediaticamente e simbolicamente gli europei che non lo aiutano in Iran, gli europei che fanno bene a non aiutarlo in Iran”, spiega l’esperto, sottolineando che probabilmente il sistema istituzionale Usa “lo contiene nel non andare oltre una certa soglia, perché metterebbe a rischio la deterrenza. Ma sappiamo che Trump forza le regole istituzionali statunitensi su mille fronti, quindi, purtroppo questo è un interrogativo che ci porteremo appresso per i prossimi due anni e mezzo”.
Donald Trump, parlando ai giornalisti dopo la visita in Cina, sostiene che gli Stati Uniti potrebbero a un certo punto entrare in Iran per rimuovere la “polvere nucleare“. “Penso che probabilmente la otterremo – spiega- ma se così non fosse, entreremo. L’Iran è completamente sconfitto. Non corriamo alcun rischio. Abbiamo tutte le attrezzature per tirarla fuori, nessun altro le ha. Forse la Cina le possiede”.
Gli Emirati Arabi Uniti avrebbero cercato di persuadere i Paesi vicini, tra cui Arabia Saudita e Qatar, a unirsi agli attacchi di rappresaglia contro l’Iran, ma questi avrebbero rifiutato. L’indiscrezione parte da Haaretz, che riporta una notizia diffusa da Bloomberg.
All’inizio di questa settimana, il Wall Street Journal ha parlato di presunti attacchi segreti che gli Emirati Arabi Uniti avrebbero condotto in Iran durante la guerra, mentre Reuters – scrive ancora Haaretz – avrebbe lanciato altre indiscrezioni sull’Arabia Saudita.
“I prezzi dell’energia si confermano altamente volatili a seguito delle interruzioni del trasporto marittimo che attraversa lo Stretto di Hormuz”, con il petrolio che “supera del 67% i livelli precedenti al conflitto”, mentre il prezzo del gas “rimane superiore del 47% rispetto al periodo precedente il conflitto”. Lo scrive la Bce nel bollettino economico. “Il protrarsi del blocco – evidenzia la Banca centrale – ha ampliato l’entità dello shock dal lato dell’offerta petrolifera”. I prezzi si confermano “altamente volatili, in quanto il clima di fiducia del mercato ha oscillato tra l’ottimismo circa la potenziale riapertura dello Stretto di Hormuz, dopo l’annuncio del cessate il fuoco tra gli Stati Uniti e l’Iran all’inizio di aprile, e il pessimismo seguito all’intensificarsi delle tensioni, anche a causa di attacchi alle petroliere”.
Nel caso dell’Europa, spiega la Banca centrale, “gran parte dell’aumento è determinato dalla domanda a fini precauzionali, legata ai timori di future interruzioni dell’offerta, piuttosto che da un’effettiva riduzione dei volumi delle importazioni”. Ciò è dimostrato da “un marcato rallentamento della riduzione delle scorte, a indicare che finora non si sono verificate carenze”. Questa “relativa capacità di tenuta” riflette innanzitutto “l’impatto ritardato delle interruzioni delle forniture di gas naturale liquefatto” dal Qatar e, in secondo luogo, “l’esposizione complessivamente limitata dell’Europa alle esportazioni di gnl provenienti dal Medio Oriente”.
La tenuta, secondo la Bce, “è riconducibile anche all’indebolimento della domanda di gnl dalla Cina”, dovuto a condizioni cllimatiche più miti. I prezzi dei beni alimentari, secondo la Bce, “sono rimasti finora piuttosto stabili”, come i prezzi dei fertilizzanti che, grazie alle sovvenzioni previste in diversi paesi, sono meno sensibile alle variazioni di costo. Nel contempo, i prezzi dei metalli sono aumentati del 7% e quello dell’alluminio è stato spinto al rialzo, a causa dalle interruzioni dell’offerta in Medio Oriente.
La crisi che sta interessando lo stretto di Hormuz rappresenta oggi uno dei nodi più intricati della geopolitica mondiale, configurandosi come un teatro di tensioni dove il conflitto bellico ha trasformato un passaggio marittimo vitale in un terreno di scontro economico. Un’area storicamente strategica per l’approvvigionamento energetico su scala internazionale e che, “per via dei danni che sta subendo, potrebbe totalmente cambiare il proprio ruolo nel breve futuro, ridefinendo per sempre le rotte energetiche mondiali a favore di altri territori ed altri esportatori”. Lo dice all’Adnkronos Petras Katinas, ricercatore ed esperto in clima, energia e difesa presso l’Open Climate Programme del Royal United Services Institute (Rusi), organizzazione no profit con sede a Bruxelles specializzata in analisi riguardanti l’impatto dei conflitti sugli approvvigionamenti energetici su scala mondiale, offrendo una fotografia dettagliata della situazione sottolineando che, sebbene i flussi energetici abbiano subito contrazioni, esistono ancora dei meccanismi di compensazione.
Ma, quello che deve far preoccupare maggiormente, non è solo quanto attualmente sta accadendo nello stretto di Hormuz, ma quali le conseguenze che si genereranno una volta che il conflitto sarà cessato definitivamente. Katinas osserva infatti che “i flussi di petrolio attraverso lo stretto sono scesi a circa 20 milioni di barili al giorno, tuttavia i dati di tracciamento marittimo mostrano che l’Arabia Saudita esporta circa 5 milioni di barili al giorno attraverso il Mar Rosso, il che fornisce effettivamente un certo cuscinetto per il greggio”. Questa parziale diversificazione ha permesso ai mercati di non soccombere immediatamente a un rincaro incontrollato dei prezzi, ma l’esperto avverte che si tratta di una stabilità precaria.
Secondo l’esperto, gli attori globali hanno agito per contenere l’impatto immediato, ma le risorse non sono infinite e la situazione rimane critica. “In pratica, gli Stati Uniti e la Cina hanno acquistato tempo per il mercato, ma questo non è sostenibile indefinitamente perché le scorte continuano a diminuire a livello globale. Il rischio concreto è che il prolungarsi del blocco porti a una carenza strutturale, poiché più a lungo lo stretto rimane chiuso, più è probabile che la crisi passi dalla gestione della volatilità verso una vera e propria carenza fisica sia nel mercato del petrolio che in quello del Gnl, il gas metano allo stato liquido”.
I lanciamissili iraniani sono stati “in gran parte eliminati”. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha bollato come “false” le notizie secondo cui l’Iran avrebbe conservato una parte consistente dei suoi lanciatori missilistici. “Li colpivamo come fossero una ‘pentolaccia’”, ha detto Trump ai giornalisti a bordo dell’Air Force One, aggiungendo che gli Stati Uniti avrebbero rapidamente neutralizzato i rimanenti qualora fossero tornati in Iran.
“Ho avuto un buon colloquio telefonico con il presidente degli Stati Uniti, di rientro dalla sua visita in Cina. Abbiamo concordato sul fatto che l’Iran deve venire a sedere al tavolo negoziale ora, deve aprire lo Stretto di Hormuz. A Teheran non deve essere concesso di possedere armi nucleari”. A scriverlo, su X, è stato il cancelliere tedesco Friedrich Merz. “Abbiamo anche discusso di una soluzione pacifica per l’Ucraina e coordinato le nostre posizioni in vista del vertice Nato di Ankara. Stati Uniti e Germania sono partner forti in una Nato forte”.
Il colloquio telefonico sembra segnare un punto di svolta dopo settimane di forti tensioni, minacce di ritiro delle truppe americane di stanza in Europa, e in particolare in Germania e commenti critici. Nella prima conversazione telefonica da settimane, Berlino e Washington si ritrovano improvvisamente a collaborare: il fronte contro Teheran è solido, lo Stretto di Hormuz deve essere aperto, le armi nucleari per il regime dei mullah sono una linea rossa.
Trump e Merz si consultano direttamente anche sulla via per arrivare ad una soluzione pacifica per l’Ucraina. Un chiaro segnale a Vladimir Putin. Infine il vertice di Ankara: in vista dell’attesissimo incontro Nato in Turchia, le due potenze più importanti dell’alleanza si coordinano strettamente.
I partecipanti alla riunione dei ministri degli Esteri dei Brics in India chiedono a Israele di ritirare le sue truppe dal Libano e rispettare il cessate il fuoco. I Paesi “hanno condannato le continue violazioni del cessate il fuoco e della sovranità e integrità territoriale del Libano. Hanno chiesto a Israele di rispettare i termini concordati con il governo libanese e di ritirare le sue forze di occupazione da tutto il territorio libanese, compresi i cinque siti nel Libano meridionale in cui sono ancora presenti”, si legge nel documento.
“Hanno condannato tutti gli attacchi contro le installazioni e il personale dell’Unifil e hanno sottolineato che tali attacchi costituiscono una violazione del diritto internazionale e della risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite”, si legge ancora nella dichiarazione.
La premier “Giorgia Meloni è stata la prima importante leader europea a correre” negli Emirati Arabi Uniti “nel momento in cui ha subito attacchi ingiustificati” da parte dell’Iran. Così il presidente del Senato, Ignazio La Russa, intervenendo dal palco di Investopia a Milano. “La prima a dare concreta vicinanza e solidarietà è stata l’Italia con il primo ministro Giorgia Meloni” perché tra Emirati Arabi Uniti e Italia “credo che il rapporto sia diventato naturale”, aggiunge.
“Il processo di mediazione condotto dal Pakistan non è ancora fallito, ma è in una fase molto difficile”. Lo sostiene il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, secondo il quale la situazione è “per lo più dovuta al comportamento degli USA e alla sfiducia che esiste tra noi”. Poco prima ai giornalisti nella capitale indiana Nuova Delhi, che ospita una riunione dei Brics, Araghchi ha detto anche che l’Iran “apprezza qualsiasi Paese abbia la capacità di aiutare, in particolare la Cina”, per porre fine al conflitto in Medio Oriente.
“Abbiamo fatto il cessate il fuoco su richiesta degli altri Paesi, io non l’avrei fatto altrimenti”. Lo sostiene il presidente statunitense Donald Trump, rispondendo a domande sull’Iran a bordo dell’Air Force One. “Abbiamo fatto un favore ai pakistani, che sono persone splendide”, aggiunge
Il presidente statunitense Donald Trump apre alla possibilità di accettare un accordo con l’Iran che preveda uno stop di 20 anni all’attività nucleare. “Vent’anni sono sufficienti – spiega ai giornalisti a bordo dell’Air Force One – ma serve un certo livello di garanzie. Devono essere 20 anni veri”.
In occasione della giornata di Ferdowsi – l’autore dell’opera persiana “Shahnameh” – la Guida Suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei, rimasto ferito negli attacchi USA-Israele dello scorso 28 febbraio, torna a rilasciare dichiarazioni pubbliche. “Il caro popolo iraniano, anche nella Terza Sacra Difesa, proprio come nelle due precedenti guerre imposte, ha dimostrato che le storie mitologiche di Ferdowsi sono la realtà delle loro vite e del loro carattere eroico”, si legge in un passaggio.
“I concetti formativi, guerrieri e coranici dello Shahnameh uniscono, accompagnano e armonizzano tutti i gruppi etnici e le classi sociali dell’Iran nella salvaguardia della loro identità, autenticità e indipendenza, nonché nella lotta contro i nemici invasori ‘simili a Zahhak’ (il malvagio re serpente della mitologia persiana, ndr)”, ha proseguito la Guida Suprema, sottolineando che “la resistenza coraggiosa e la vittoria onorevole contro l’assalto di aggressori demoniaci e dei diavoli del mondo hanno reso la Nazione più preparata a salvaguardare la propria indipendenza civile e a confrontarsi con l’invasione linguistica, culturale e dello stile di vita statunitense”.
Gli Stati Uniti avrebbero inviato una nota che “respinge completamente” la proposta presentata dalla Repubblica islamica nell’ambito dei negoziati. Lo riferisce al Jazeera, citando fonti iraniane, secondo cui Teheran aveva incluso cinque condizioni da soddisfare prima dell’avvio dei negoziati sul nucleare: la fine della guerra (totale), la revoca di tutte le sanzioni, lo sblocco dei beni congelati, il risarcimento per i danni e le perdite di guerra e il riconoscimento della sovranità iraniana sullo Stretto di Hormuz.
“Qualsiasi omicidio è un crimine. In nessun caso posso accettare il fatto che un altro essere umano debba perdere la vita, che si tratti di una guerra, di esecuzioni, di massacri di manifestanti. È estremamente crudele e tragico sapere che nel mondo di oggi, nonostante tutti i progressi che dovremmo aver fatto, ogni mattina ci svegliamo con la notizia che nuovi innocenti vengono uccisi”. Così il regista iraniano Asghar Farhadi parla del conflitto nel suo Paese natale durante la conferenza di Histoires Parallèles, in concorso al 79esimo Festival di Cannes.
Farhadi vive fuori dall’Iran dal 2023, ma racconta di essere stato a Teheran pochi giorni fa, e di portare ancora il peso di ciò che ha visto. “Negli ultimi mesi, mentre lavoravo alla post-produzione del film, in Iran sono accaduti due eventi tragici – racconta – Uno di questi è stata la morte di numerose persone innocenti, bambini e membri della popolazione civile uccisi nella guerra. Prima ancora del conflitto, abbiamo assistito alla morte di manifestanti scesi in strada per protestare, persone altrettanto innocenti che sono state massacrate. Questi due eventi sono estremamente dolorosi e non saranno dimenticati”.
Il regista ha parlato anche delle vittime israeliane degli attacchi missilistici e droni lanciati dall’Iran: “Provare indignazione davanti alla morte di civili innocenti causata dai bombardamenti non significa essere favorevoli all’esecuzione dei manifestanti”, ma allo stesso modo “provare empatia per chi è stato ucciso durante le proteste non significa non poter provare dolore anche per le vittime dei bombardamenti”, conclude.
Mentre si svolgono i negoziati Israele-Libano a Washington, l’esercito israeliano annuncia ancora attacchi contro Hezbollah nella regione di Tiro, nel sud del Libano. In precedenza, i militari israeliani avevano dichiarato in un altro comunicato che “droni esplosivi” lanciati da Hezbollah erano caduti nel nord di Israele senza causare vittime e aveva denunciato una “nuova violazione” dei termini del cessate il fuoco.
Gli Stati Uniti dovrebbero rilasciare oggi una dichiarazione relativa ai negoziati tra Israele e Libano, annunciando una proroga del cessate il fuoco assieme a una “dichiarazione di intenti” sul proseguimento dei colloqui. Ci saranno riferimenti sia alla presenza israeliana in Libano sia all’impegno del Libano per disarmare Hezbollah, presentando delle “linee guida generali di un piano concreto” da attuare per raggiungere gli obiettivi. A riferirne è il quotidiano libanese Al-Akhbar, citato dal Times of Israel.
Mattinata di rialzi per i prezzi del petrolio. Il Brent, benchmark europeo, è a 107,58 dollari al barile (+1,86%). Il Wti, il petrolio statunitense, invece, è salito del 2,27% arrivando a 103,44 dollari.
“La posizione dell’Europa, che è anche quella dell’Italia, è quella di intervenire per garantire la libertà di navigazione a Hormuz una volta raggiunto il cessate il fuoco, anche con una presenza militare”. Lo sostiene il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, a Mattino 5.
“Noi siamo disponibili a utilizzare i nostri dragamine, anche perché c’è un saper fare italiano straordinario, siamo i più bravi, diciamo così, a sminare i mari, però dovrà esserci una missione o sotto la bandiera delle Nazioni Unite o sotto la bandiera dell’Unione Europea o comunque una missione internazionale”, continua.
“Per adesso – prosegue – noi rimaniamo a garantire la libertà di navigazione con la nostra Marina Militare nel Mar Rosso, con la missione europea Aspides e poi anche nell’Oceano Indiano con la missione Atlanta contro la pirateria”. “Vedremo cosa accadrà – conclude – Noi siamo pronti ad andare, ma solo una volta raggiunto un cessate il fuoco stabile”.
“Bisogna continuare a lavorare perché l’Iran non costruisca l’arma nucleare”. Così il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, intervenuto a Mattino 5. Sull’Iran e sullo Stretto di Hormuz – aggiunge – “non ci sono passi avanti” anche “perché la controproposta iraniana non è piaciuta agli Stati Uniti”.
“Ricordiamo che l’Iran è un Paese che ha millenni di storia dietro le spalle, è un Paese che ha anche delle Forze Armate ben organizzate, anche forti, nonostante i danni subiti dagli attacchi americani e israeliani. Quindi io credo che alla fine debba prevalere la trattativa”, aggiunge Tajani.
“L’Iran – ribadisce – non può né avere la bomba atomica né può permettersi di attaccare Paesi come il Kuwait, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, l’Oman, il Qatar”.
“Mi auguro la Cina possa continuare a lavorare seriamente per far aprire Hormuz, convincere l’Iran a essere meno aggressivo”. Lo ha detto il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, a Mattino 5. La Cina, da cui è appena partito Donald Trump dopo colloqui con Xi Jinping, “ha interesse a che Hormuz sia libero”. “Hormuz libero è interesse di tutti – ha detto – e la Cina certamente tutelerà i propri interessi, quindi credo discretamente farà valere sue pressioni”.
“Se Teheran non stringerà l’accordo, verrà annientata”. Parole di Donald Trump che, dopo aver annunciato di aver concluso dei “fantastici accorii commerciali” con il presidente cinese Xi Jinping, ha rialzato la “sfida” contro l’Iran nel corso delle sue dichiarazioni a Fox News. Nel suo discorso all’emittente televisiva degli Stati Uniti d’America, Trump parla del suo governo, e della certezza che non permetterà alla Repubblica islamica di dotarsi della potenza dell’arma nucleare.
Un soldato delle forze israeliane (Idf) è morto nel sud del Libano. Lo confermano i militari, precisando – come riportano i media israeliani – che si tratta di un sergente maggiore di 20 anni della Brigata Golani morto la scorsa notte a causa di un attacco di Hezbollah con colpi di mortaio.
Le forze israeliane (Idf) hanno avvisato gli abitanti di cinque località nel sud del Libano di imminenti nuovi raid contro Hezbollah e li hanno invitati ad allontanarsi da alcune aree. All’indomani dei colloqui a Washington tra delegazioni di Libano e Israele, su X il portavoce delle Idf, Avichay Adraee, ha pubblicato un “avviso urgente” in cui si ripete che “alla luce delle violazioni” da parte di Hezbollah “dell’accordo di cessate il fuoco le Idf sono costrette a intervenire con forza” contro il gruppo.
Donald Trump afferma di aver concluso accordi commerciali “fantastici” con il leader cinese Xi Jinping. In visita in Cina, il presidente degli Stati Uniti ha parlato di “cose molto positive scaturite” dai colloqui.
“Abbiamo concluso accordi commerciali fantastici, ottimi per entrambi i nostri Paesi”, ha detto il tycoon che oggi ha incontrato Xi a Zhongnanhai.
Un “uomo che stimo molto”. Così Donald Trump, in visita in Cina, ha parlato del leader cinese Xi Jinping. “Siamo diventati davvero amici – ha detto il presidente degli Stati Uniti, secondo quanto riportano i giornalisti al seguito – Ci conosciamo da 11 anni, quasi 12, da molto tempo”.
Il tycoon, che ha invitato Xi alla Casa Bianca per il 24 settembre, ha detto di essere rimasto “molto colpito dalla Cina” e ha parlato di una “visita incredibile”. “Abbiamo risolto una serie di problemi che altri non sarebbero stati in grado di risolvere”, ha affermato ancora Trump, parlando di rapporti “molto solidi”.
Sia la Cina e gli Stati Uniti desiderano assistere alla fine della guerra in Iran e non vogliono che Teheran possieda un’arma nucleare. Lo ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, durante la visita a Zhongnanhai, sede della leadership del Partito comunista e del governo adiacente alla Città Proibita, a Pechino.
Come riportato dal quotidiano South China Morning Post, nel corso della visita, Trump ha detto all’omologo Xi Jinping: “La pensiamo in modo molto simile, non è vero? Vogliamo che tutto ciò finisca. Non vogliamo che possiedano un’arma nucleare. Vogliamo che lo stretto rimanga aperto. Lo stiamo chiudendo ora, l’hanno chiuso loro, poi lo chiudiamo noi, ma vogliamo che lo stretto rimanga aperto”.
La Cina non aiuterà l’Iran. Questo il risultato che Donald Trump annuncia nella giornata dell’incontro con il presidente cinese Xi Jinping a Pechino. Il presidente degli Stati Uniti archivia il meeting con una “vittoria a metà” che potrebbe avvicinare la fine del conflitto con Teheran: la Cina non fornirà equipaggiamenti militari alla Repubblica islamica, pur continuando ad acquistare petrolio dal regime degli ayatollah. Xi Jinping, afferma Trump a Fox News, “ha detto che non fornirà equipaggiamento militare. Questa è una grande dichiarazione”, dice il numero 1 della Casa Bianca aggiungendo che il leader cinese avrebbe comunque sottolineato l’interesse a proseguire l’acquisto di petrolio iraniano: “Comprano molto petrolio da lì e vorrebbero continuare a farlo”.
Trump e Xi, secondo una nota della Casa Bianca, “hanno concordato che lo Stretto di Hormuz deve rimanere aperto per sostenere il libero flusso di energia”. Usa e Cina “hanno concordato che l’Iran non potrà mai possedere un’arma nucleare”.
Tra i colloqui in corso a Washington tra Libano e Israele per trovare un accordo e la visita di Donald Trump in Cina, con Hormuz al centro del dibattito con il presidente Xi, i temi di Hormuz e della lotta contro Hezbollah rimangono i temi più caldi della geopolitica mondiale. Nei prossimi giorni potrebbero esserci cambiamenti significativi sul fronte della guerra che stravolge il Golfo da fine febbraio.
Cosa succede tra Iran, Stati Uniti e Israele e in Libano, le ultime notizie
Lo Stretto di Hormuz – dove passa oltre un quinto del commercio del petrolio mondiale e il cui blocco dallo scorso febbraio ha scatenato un vero e proprio shock energetico – rimane il cuore del dibattito geopolitico globale. Si parla da diversi giorni di una potenziale missione internazionale – non militare – per garantire la sicurezza e la libertà di navigazione nello Stretto. L’Italia ha mostrato sostegno all’iniziativa, sostenendo di avere già pronti due cacciamine in Sicilia che partiranno quando ci saranno le condizioni di sicurezza necessarie.
Nel frattempo, a Washington partono i nuovi colloqui Libano-Israele. Non c’è ancora intesa e la fragile tregua avviata lo scorso 16 aprile, in realtà, non ha prodotto i risultati sperati, considerando che gli attacchi di Israele come quelli di Hezbollah non si sono mai fermati. Permane nel Sud del Libano una condizione di disastro umanitario sempre più grave, destinata a far discutere ancora a lungo.
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