Home » Cultura » Teatro » Maurizio Battista, quando la scena è terapia: “La mia comicità nasce dalla vita quotidiana”

Maurizio Battista, quando la scena è terapia: “La mia comicità nasce dalla vita quotidiana”

Maurizio Battista, quando la scena è terapia: “La mia comicità nasce dalla vita quotidiana”
Maurizio Battista

A tu per tu con l’istrionico artista in vista dello spettacolo in programma sabato a Messina

MESSINA – Un umorismo senza filtri, diretto, popolare, che colpisce nel segno perché nasce dalla vita vera. Sul palco non interpreta un personaggio: diventa la voce di milioni di italiani che, nelle sue battute, ritrovano un pezzo della propria storia. È questo il segreto di Maurizio Battista, un artista con la straordinaria capacità di raccontare il presente attraverso gli occhi della gente comune.

Sabato 11 luglio, il comico romano sarà protagonista al teatro Giardino Corallo di Messina, a partire dalle 21, con lo spettacolo “Uno, nessuno e centomila”. Prodotto da Alma, lo show arriva in Sicilia grazie alla Ventidieci e alla Agave Spettacoli, in collaborazione con Associazione Culturale Development.

Che serata troverà il pubblico di Messina?
“Intanto, precisiamo subito che la Sicilia è una terra bella, calda. E con una cucina molto leggera… Questo va detto (scherza, ndr). Più che uno spettacolo, sarà una serata tra amici. Non importa se siamo cento o mille: ci ritroviamo e ci raccontiamo la vita. La mia comicità nasce dalla quotidianità. Un trentenne parla della discoteca; io, alla mia età, posso raccontare il centro anziani. Nel calderone della vita c’è spazio per tutto”.

Due ore, due ore e mezza insieme al pubblico, tra risate e qualche momento più emozionante.
“Non ho mai pensato di insegnare qualcosa a qualcuno. Racconto quello che succede a me e, spesso, proprio le cose più drammatiche diventano le più divertenti”.

“Uno, nessuno e centomila”, il titolo richiama Pirandello. Oggi quante maschere vede nel mondo della comicità?
“Troppe. Su cento che si presentano come autentici, forse un paio lo sono davvero. Gli altri recitano una parte”.

Qual è la più grande illusione per chi sogna lo spettacolo?
“Che sia facile arrivare e che il successo duri. Ho visto sparire tantissimi artisti. Il difficile non è avere un momento di popolarità, ma restare sulla scena per venti o trent’anni. E poi il pubblico deve volerti bene. Se ti guarda soltanto come uno che racconta battute, prima o poi finisce tutto”.

Qual è il segreto per restare vicino alla gente?
“L’ho imparato da Aldo Fabrizi, che ho avuto la fortuna di conoscere. Diceva sempre: ‘Ve ne siete mai accorti?’. È questo il punto: raccontare quello che tutti vivono. Se parlo della strada tra Palermo e Catania e delle disavventure che si incontrano lungo il percorso, i siciliani ridono perché quella realtà la conoscono. La comicità nasce dall’osservazione”.

Per fare questo serve esperienza di vita.
“Altrimenti si finisce per raccontare argomenti vuoti, come spesso capita a chi si improvvisa sui social. Chi compra un biglietto merita rispetto e uno spettacolo all’altezza del tempo e dei soldi che ha speso”.

Che cosa la fa ridere ancora oggi?
“Le contraddizioni delle persone. Basterebbe registrarle e far loro riascoltare quello che hanno detto due giorni prima. Ci sarebbe materiale per ridere senza fine”.

Quale comportamento meriterebbe uno spettacolo tutto suo?
“L’inciviltà. È un classico che non passa mai di moda. Roma, ad esempio, è sporca perché noi romani siamo sporchi. Ci manca il senso civico. Quando trovi un materasso abbandonato sotto casa capisci subito il livello di degrado e di mancanza di rispetto”.

Oggi il pubblico vive soprattutto sulle piattaforme.
“Sui social mi segue un milione di persone. La televisione non ha più il peso di una volta: oggi i contenuti si guardano soprattutto online. Per questo il teatro è ancora più importante. Il contatto diretto con il pubblico non lo sostituisce nessuno. Ormai scelgo anche ritmi diversi: d’estate non faccio più di una data a settimana”.

La gente la considera uno di famiglia. È un privilegio o una responsabilità?
“Lo vivo con naturalezza. Finito lo spettacolo scendo dal palco, faccio le foto, saluto tutti. È un rapporto sincero. Per me andare in scena è quasi una terapia. Raccontare la mia vita significa fare analisi davanti al pubblico. Alla fine dovrei essere io a pagare loro la seduta”.

Qual è stato il prezzo più alto del successo?
“Le rinunce personali. Ho tre figli: con uno di loro non parlo da tredici anni. Fa male. Poi ci sono i rapporti che cambiano. Quando facevo il barista avevo tanti amici, oggi molti sono spariti. Eppure non credo di aver fatto del male a nessuno”.

L’invidia esiste.
“Ma non capisco perché si possa essere invidiosi di me. Vivo ancora nello stesso quartiere, conduco la stessa vita di prima. Non frequento i salotti dello spettacolo e non ho mai bussato alle porte giuste per ottenere qualcosa. Forse avrei potuto fare di più, ma non è nel mio carattere. L’anno prossimo compirò settant’anni. A questa età penso soltanto alla salute e a ricambiare l’affetto del pubblico”.

Se domani dovesse lasciare il palco, chi sarebbe Maurizio Battista?
“Lo stesso di oggi. Non cambierebbe niente”.

Le mancherebbe il microfono?
“Sì, ma continuerei comunque a fare quello che ho sempre fatto. Al bar, in un negozio, per strada: la battuta mi viene naturale. Quello che conta davvero è l’emozione. Le parole possono pure ingannare, le emozioni mai”.