Chi denuncia o querela un giornalista per un articolo di cronaca sa bene, nella maggior parte dei casi, che la querela non porterà a nulla. Sa che il giornalista probabilmente verrà prosciolto. Sa che i fatti riportati erano veri. Eppure sporge denuncia lo stesso. Perché? La risposta è quasi sempre la stessa: per intimidire, per far sì che il cronista ci pensi due volte prima di scrivere ancora di quell’argomento, per costringerlo a spendere soldi in avvocati, a perdere tempo, a convivere per anni con l’ansia di un processo. È quello che in gergo internazionale si chiama SLAPP (Strategic Lawsuit Against Public Participation): una lite temeraria con finalità non di giustizia, ma di silenziamento.
Le SLAPP contro i giornalisti: intimidazioni legali che minacciano la libertà di stampa
Il fenomeno in Italia è tutt’altro che marginale. Secondo i dati di Ossigeno per l’informazione, ogni anno in Italia vengono intentate migliaia di cause civili e penali contro giornalisti, quasi sempre da parte di soggetti potenti (politici, imprenditori, criminali, amministratori pubblici) nei confronti di cronisti che li avevano citati in pezzi di inchiesta o semplice cronaca giudiziaria. Il risultato non è quasi mai una condanna del giornalista: è la paralisi del giornalismo.
Un cronista che riceve venti querele nel corso della sua carriera, anche se non viene mai condannato, smette di fare certe notizie. Non per paura della prigione, ma per la stanchezza, i costi, la pressione psicologica. E questo è esattamente il risultato cercato da chi querela. In questo senso, la querela temeraria non è uno strumento di giustizia: è uno strumento di potere.
L’Unione europea ha preso atto del problema con la direttiva 2024/1069, che obbliga gli Stati membri ad adottare misure procedurali per consentire la rapida archiviazione delle cause manifestamente infondate aventi un impatto sulla partecipazione pubblica. L’Italia avrebbe dovuto recepirla entro maggio 2026. Al momento, il recepimento è ancora incompleto.
Quando il diritto di cronaca diventa strumento di delegittimazione
Ma il discorso ha anche un’altra faccia, che è giusto esaminare con altrettanta onestà. Esiste, ed è documentato, il problema speculare: quello delle accuse infondate, delle notizie costruite su elementi parziali, delle ricostruzioni che attribuiscono responsabilità penali o morali a soggetti che poi vengono prosciolti o assolti. Non tutti i politici indagati sono corrotti. Non tutti gli imprenditori citati in un’inchiesta sono colpevoli. Non tutti i funzionari pubblici raggiunti da un avviso di garanzia hanno commesso reati.
In un sistema mediatico che vive di click e di notizie forti, la tentazione di trasformare un’indagine in una condanna pubblica è forte. E il danno che ne deriva per la persona coinvolta può essere irreparabile: carriere distrutte, famiglie travolte, reputazioni azzerata da titoli che occupano la prima pagina il giorno dell’iscrizione nel registro degli indagati, e che poi non trovano quasi mai lo stesso spazio quando arriva il proscioglimento.
Il confine sottile tra cronaca e ingiustizia
Il nodo da sciogliere è quindi doppio: da un lato bisogna proteggere i giornalisti dalle querele intimidatorie, strumento di silenziamento nelle mani di chi ha risorse economiche sufficienti per usarle come arma. Dall’altro bisogna garantire che il giornalismo non diventi esso stesso uno strumento di potere, capace di condannare senza processo e di demolire reputazioni sulla base di indizi non verificati.
I due problemi non si annullano a vicenda: si sommano. E la soluzione non è scegliere da che parte stare, ma costruire un sistema in cui la cronaca vera sia protetta e quella infondata sia sanzionata. Un sistema in cui il giornalista che riporta fatti verificati non debba temere l’intimidazione giudiziaria, e in cui il cittadino accusato ingiustamente possa ottenere una riparazione rapida ed efficace.
Riforma della diffamazione e direttiva SLAPP
Strumenti concreti in questa direzione esistono. Sul versante della protezione dei giornalisti, il recepimento della direttiva SLAPP e una riforma della legge sulla diffamazione che distingua più nettamente tra cronaca, commento e diffamazione vera e propria. Sul versante della tutela della reputazione, meccanismi più rapidi per ottenere rettifiche, diritto all’oblio nei casi di proscioglimento, e una cultura redazionale che tratti le notizie giudiziarie con la necessaria prudenza.
Nessuna di queste misure è rivoluzionaria. Molte esistono già in altri ordinamenti europei. Eppure in Italia continuiamo a navigare in un limbo in cui i potenti usano le querele come scudo e i media usano le inchieste come clava. Due distorsioni simmetriche, entrambe dannose per la democrazia, entrambe radicate in un sistema che non ha ancora trovato il punto di equilibrio tra libertà di stampa e diritto alla reputazione.

