Povertà, in Sicilia uno su quattro tira a campare. Reddito di cittadinanza, solo un pannicello caldo - QdS

Povertà, in Sicilia uno su quattro tira a campare. Reddito di cittadinanza, solo un pannicello caldo

redazione

Povertà, in Sicilia uno su quattro tira a campare. Reddito di cittadinanza, solo un pannicello caldo

mercoledì 17 Giugno 2020 - 00:00
Povertà, in Sicilia uno su quattro tira a campare. Reddito di cittadinanza, solo un pannicello caldo

Istat, dati in miglioramento nel 2019 ma il merito è solo delle misure assistenziali. Il vicepresidente della Regione, Armao: “Con i sussidi si affronta l’emergenza. Dopo di che servono gli investimenti o non ci si risolleva più”. Il presidente di Eurispes, Fara: “Emergenza sociale al Sud, tra le cause l’enorme quantità di investimenti sottratti dal Nord”

Il prof. Gian Maria Fara, presidente di Eurispes, presentando il 30 gennaio scorso il rapporto 2020 dell’Istituto, ha parlato diffusamente della “rapina” da 840 miliardi di euro perpetrata in diciassette anni dal Nord nei confronti del Sud.

Proprio a lui, alla luce del Report 2019 dell’Istat sulla povertà in Italia, abbiamo chiesto quanto abbia inciso la “rapina” sul fatto che il numero di poveri sia doppio nel Mezzogiorno rispetto al Settentrione.
“Ovviamente – ha risposto – ha contato moltissimo. Possiamo considerarlo uno dei principali fattori scatenanti della povertà del Meridione. L’enorme quantità di risorse sottratte è stato assolutamente determinante non soltanto nell’impedire lo sviluppo del Sud, la cui economia, grazie a quelle somme, sarebbe potuta decollare, ma anche nel rendere sempre più povero il Mezzogiorno”.

Estrapolando i dati per la Sicilia risulta che il 25% della popolazione è in stato di povertà relativa…
“La Sicilia non sta messa bene, ma ci sono zone altrettanto povere nel Paese, anche al Nord. Quel che mi preoccupa, però, a proposito di povertà, è la progressiva debolezza economica dei ceti medi. Noi lo segnaliamo da qualche decennio e veniamo spesso additati come pessimisti o disfattisti. Ma la verità è che il ceto medio, assottigliandosi fin quasi a sparire, mette a rischio la democrazia. Napoleone diceva che i sottufficiali sono la spina dorsale di un esercito. Lo stesso vale per il ceto medio, che è la spina dorsale della democrazia. Il progressivo impoverimento del ceto medio ha prodotto fenomeni come il populismo. Forse non ci rendiamo conto dei pericoli che corriamo”.

Il rapporto attribuisce al reddito di cittadinanza la riduzione della povertà in particolare nel Meridione…
“Non sono mai stato favorevole al reddito di cittadinanza: avrei destinato le stesse risorse a finanziare i consumi pubblici piuttosto che quelli privati. Circa dieci miliardi di euro. La realizzazione di opere pubbliche avrebbe attivato posti di lavoro e fatto crescere il Pil. Ma in questo Paese, dal dopoguerra, si è sempre privilegiata la distribuzione a pioggia, piuttosto che destinare le risorse ad attività e progetti mirati. Così il reddito di cittadinanza ha lenito qualche ferita, ma il Paese è rimasto indietro. Capisco che le famiglie del Sud ne abbiano tratto un qualche beneficio. Il ritardo infrastrutturale del Mezzogiorno è sempre stato attribuito alla presenza e all’ipoteca delle varie mafie. Ma uno Stato serio non può farsi condizionare dalla presenza di organizzazioni criminali, che vanno combattute. Ormai da decenni, poi, la mafia ha trasferito gran parte dei propri interessi e della propria attività verso il Nord più ricco e per certi aspetti anche più accogliente. Infine, lo Stato deve decidere quale dev’essere il suo rapporto con l’Economia. Io sono convinto che la Politica e le Istituzioni, in Italia come altrove, devono affermare un proprio ruolo di regolazione tra le attese e i bisogni della società e le pretese, spesso voraci, della cosiddetta razionalità capitalistica. Lo Stato, cioè, dev’essere il garante della correttezza dei processi economici, il tutore di una equa redistribuzione e indirizzare i processi economici a vantaggio della società e combattere quella Finanza che ha finalità esclusivamente speculative”.

Giuseppe Lazzaro Danzuso

Focus sulla Sicilia, l’intervista del Quotidiano di Sicilia all’assessore regionale all’Economia, Gaetano Armao: “L’errore del Governo Conte? Adottare misure uguali per aree del Paese totalmente diverse”

Assessore Armao, dal rapporto Istat sul 2019 emerge che i dati sulla povertà sono in calo ma il “merito” sarebbe del Reddito di cittadinanza. Quanto potremo ancora andare avanti con l’assistenzialismo?
“Il reddito di cittadinanza vale in Sicilia un miliardo di euro grazie al quale si è mantenuta la pace sociale durante l’emergenza Covid, durata tre mesi. Il problema è quello che abbiamo sempre detto tutti: il reddito di cittadinanza è una misura assistenziale senza alcuna proiezione lavorativa. Ha svolto e continua a svolgere esclusivamente la sua funzione assistenziale. Tutti hanno sempre criticato la falsa affermazione che grazie al reddito di cittadinanza si sarebbero impiegate chissà quante persone. Invece gli unici che verranno impiegati saranno a quanto pare i cosiddetti Tutor. Non si può andare avanti così, come dice bene la Banca d’Italia: i sussidi servono ad affrontare momenti drammatici e a soddisfare temporaneamente il bisogno delle persone. Dopodiché bisogna pensare a degli investimenti, anche perché questa distribuzione di risorse assistenziali in Sicilia, genera pochissimo gettito fiscale. Allo stesso tempo assistiamo come ben spiega l’analisi della Banca d’Italia ad un crollo delle entrate del 30 % circa e se non si riparte in pieno con l’economia nel giro di uno due anni si rischia di non risollevarci più”.

Un siciliano su quattro vive in condizioni di povertà relativa. Intanto, però, agli Stati generali di Sud non si parla. Siamo condannati a ricevere da Roma sempre gli spiccioli?
“Purtroppo è quello che abbiamo già sottolineato al governo nazionale. Il Sud non viene menzionato se non in note a margine. Quest’anno tra l’altro non è stato redatto il documento sulle aree sottosviluppate che accompagna annualmente il documento di Economia e finanza, per poi non dire quella che è la vera critica agli impianti dei decreti Crescita e Rilancio, dove vi sono misure uguali per aree del Paese totalmente diverse. è come se un medico, quando visita due gemelli, sol perché sono gemelli, prescrive la stessa medicina, senza considerare che uno è cardiopatico e l’altro magari ha il diabete. Dandogli la stessa cura sol perché sono gemelli uno dei due non viene curato e così sta avvenendo con il Sud. Nel momento in cui la soluzione prescelta è quella di accompagnare le imprese e le famiglie in banca, non si tiene conto del fatto che in Sicilia, come nell’intero Mezzogiorno, vi è il 25% di imprese sommerse che non ha conto corrente e partita Iva e non può accedere alle provvidenze. Poi vi è il 30% delle imprese emerse che ha, purtroppo, enormi problemi con le banche, per una rata di mutuo non pagata o un protesto bancario. Anche quest’altra importante fetta di imprese non può accedere alle provvidenze previste dalla legge, come i famosi 25 mila euro. E quindi le percentuali dei finanziamenti fatti al Nord sono più elevate rispetto a quelle del Sud. Come Regione invece abbiamo cercato di trovare strumenti alternativi e stiamo puntando su uno strumento finanziario che consenta alle imprese di accedere alle provvidenze senza valutazione del merito bancario. Così come è avvenuto praticamente in altre nazioni come Stati Uniti, Germania e Spagna, dove le risorse sono state trasferite alle imprese indipendentemente dal merito bancario. è un governo , questo nostro nazionale, che non vuole rendersi conto che il nostro è un paese economicamente diverso. Su 17 milioni di europei noi siamo 7 milioni circa di insulari (12% degli italiani). E dopo la Brexit la Sicilia è la più grande isola europea, e non c’è una misura destinata alla continuità territoriale o alla fiscalità di sviluppo per le Isole. Peraltro ho avuto più riscontri dalla presidente della Commissione Europea, Van der Leyen, sulle misure di compensazione da prevedere per l’insularità, che da Roma, da cui non c’è modo di ottenere risposte”.

Raffaella Pessina

Catalfo: “Rdc necessario”. Ma i pannicelli caldi non risolvono l’emergenza al Sud. Capole (Ugl) su Cig: “Altra misura tampone che non risolve i problemi”

Il ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo, non ha dubbi: i dati sulla povertà diffusi dall’Istat certificano che “il reddito di cittadinanza è necessario per diminuire le distanze economiche e assicurare la tenuta sociale del Paese. Ancora di più nel delicato momento che il Paese sta affrontando”.
Ed in effetti dopo quattro anni di aumento, nel 2019 si riducono per la prima volta il numero e la quota di famiglie in povertà assoluta pur rimanendo su livelli molto superiori a quelli precedenti la crisi del 2008-2009.
Sono quasi 1,7 milioni le famiglie in condizione di povertà assoluta con una incidenza pari al 6,4% (7,0% nel 2018), per un numero complessivo di quasi 4,6 milioni di individui (7,7% del totale, 8,4% nel 2018).
In Sicilia, secondo quanto riporta l’Istat, un cittadino su 4 vive in condizioni di povertà relativa. A questo punto la domanda è: quanto potremo ancora andare avanti con l’assistenzialismo?
Dal reddito di cittadinanza alla cassa integrazione, il passo è breve e la suonata sostanzialmente non cambia: pannicelli caldi che non sciolgono il drammatico nodo dell’emergenza sociale al Sud.

“La proroga della cassa integrazione – ha tuonato ieri il leader dell’Ugl Paolo Capone – è l’ulteriore misura tampone con cui il Governo interviene per rimediare ai propri errori”. “Come avevamo più volte denunciato – ha proseguito – le 9 settimane calcolate dal ministro Catalfo erano evidentemente insufficienti. I lavoratori non chiedono ulteriori annunci a favore di telecamere ma certezze e garanzie sul proprio futuro”.

Capone ha affermato che è in corso una vera e propria emergenza sociale: “La situazione è drammatica in particolare nel Mezzogiorno, dove l’incidenza delle famiglie in povertà assoluta si conferma più alta (8,5% nel Sud e 8,7% nelle Isole)”.

Secondo l’Ugl “si tratta di numeri allarmanti in quanto i livelli di povertà assoluta delle famiglie italiane sono ancora molto superiori rispetto a quelli precedenti la crisi del 2008-2009. Il Governo si preoccupi di attuare politiche attive in grado di rilanciare l’occupazione e intervenga per ridurre il carico fiscale eliminando quei vincoli burocratici che frenano l’incontro fra domanda e offerta di lavoro”.

Patrizia Penna

Povertà relativa e “assoluta”: cosa dice l’Istat

Se la povertà assoluta classifica le famiglie povere/non povere in base all’incapacità di acquisire determinati beni e servizi, la misura di povertà relativa, definita rispetto allo standard medio della popolazione, fornisce una valutazione della disuguaglianza nella distribuzione della spesa per consumi e individua le famiglie povere tra quelle che presentano una condizione di svantaggio rispetto alle altre. Viene infatti definita povera una famiglia di due componenti con una spesa per consumi inferiore o pari alla spesa media per consumi pro-capite.
Per entrambe le misure di povertà (assoluta e relativa), si assume che le risorse familiari vengano equamente condivise tra tutti i componenti; di conseguenza, gli individui appartenenti ad una famiglia povera sono tutti ugualmente poveri.

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