L’Istat dice che in Italia vi sono cinque milioni di poveri, ma contestualmente sostiene che vi è un’economia sommersa (anno 2024) di 218 miliardi, che genera una evasione fiscale di 108 miliardi. In tale economia sommersa lavorano 3,2 milioni di persone.
Scusate i numeri, ma sono estremamente significativi perché se vi sono 3,2 milioni di persone che lavorano nel sommerso, esse non possono essere contabilizzate nei cinque milioni di poveri, che quindi sono solo 1,8 milioni.
I numeri sono chiari e bisogna stare attenti a valutarli bene, perché dicono la verità. C’è un vecchio modo di dire sempre attuale: “Due più due, magari tardi, fa sempre quattro”.
Da questo preambolo passiamo alla ricchezza ufficiale prodotta nel Paese, perché essa genera un miglioramento dell’economia, quindi delle imposte che vanno allo Stato e agli Enti locali e costituiscono le entrate della Legge di bilancio. Uno strumento che ogni anno il Governo in carica redige, seppure faticosamente.
Deficit pubblico, debito e pressione fiscale
Con quelle entrate bisogna coprire le uscite. Siccome esse non sono sufficienti, le maggiori uscite costituiscono un deficit, che è vietato dall’Unione Europea al di sopra della soglia del tre per cento in rapporto al Pil. Ma il nostro Paese non è in condizione di stare dentro quel limite e pertanto subisce la procedura d’infrazione europea, la quale mette dei vincoli finanziari (e non solo) nel nostro sistema. Come un collare che stringe la gola e impedisce la normale respirazione.
Nonostante gli sforzi che ha fatto in questi anni l’attuale ministro delle Economie e Finanze, Giancarlo Giorgetti, per tornare sotto la fatidica soglia del tre per cento, le continue esigenze di uscite finanziarie non l’hanno consentito. Quindi, anche per il corrente anno, le restrizioni relative alla procedura di infrazione continuano a rimanere.
La pressione fiscale ha raggiunto il record del 43,5 per cento; il debito pubblico ha raggiunto anch’esso la cifra record di 3.201 miliardi (agosto 2026), con un rapporto debito/Pil (2025) del 137,1 per cento.
Questi dati spiegano perché l’economia non cresce e con essa non cresce la ricchezza.
Crescita economica, più ricchezza e maggiori entrate fiscali
Invece l’Italia dovrebbe diventare virtuosa producendo più ricchezza e con essa più imposte e quindi più disponibilità alla spesa. Ma questo processo andrebbe spiegato ai cittadini sia dalle istituzioni, che dai giornalisti competenti, se lo fossero: non si può spendere quello che non si incassa. Però notiamo che tutti i giornali riportano continuamente le notizie di questa o di quella parte sociale, economica o politica, che chiede di spendere di più per questo o quel versante pubblico. I giornalisti, in osservanza del Codice deontologico del primo giugno 2025, dovrebbero aggiungere che questo modo di comportarsi, cioè chiedere spesa senza indicare la fonte (come prevede l’articolo 81 della nostra Costituzione), è un comportamento scorretto e antisociale perché fa disinformazione.
Cittadine e cittadini hanno il diritto di sapere come vanno le cose e quello che serve per farle migliorare; non inutili, menzognere e vuote parole, che chiedono e chiedono senza dire come fornire le risorse finanziarie necessarie per evadere queste richieste.
Informazione corretta e consapevolezza dei cittadini
Come sempre è opportuno osservare che una cosa è guardare uno scenario, altra cosa è vederlo; una cosa è sentire, un’altra è ascoltare. Qual è la differenza dei verbi? L’intenzionalità: vedere e ascoltare si fa con intenzione; guardare e sentire avviene automaticamente.
Perché questa breve sintesi? Perché molti cittadine e cittadini sono ormai totalmente disattenti a tutte le cose che avvengono e sono disorientati dalla massa di informazioni false che viene propalata sui media sociali e in parte da altri mezzi di comunicazione, tra cui i giornali. Mentre essi, ripetiamo, avrebbero il diritto di conoscere la verità, in modo da votare (non astenersi) con coscienza e consapevolezza.
Redistribuire la ricchezza con equità
Una volta prodotta la ricchezza essa andrebbe poi redistribuita con equità alle fasce che hanno bisogno, cioè quelle meno abbienti sotto il profilo socio-economico, per consentire loro una vita più degna e migliore di quella attuale.

