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Rigenerare i centri urbani che cadono a pezzi anziché continuare a consumare suolo siciliano

redazione

Rigenerare i centri urbani che cadono a pezzi anziché continuare a consumare suolo siciliano

venerdì 11 Dicembre 2020 - 00:00
Rigenerare i centri urbani che cadono a pezzi anziché continuare a consumare suolo siciliano

Lo scorso anno il cemento ha “sbranato” altri 600 ettari. Si continua a costruire nonostante l’Isola detenga lo stesso numero di edifici della Lombardia (1,4 mln) e metà della popolazione. E infatti si trova in Sicilia il 17% delle case vuote censite in in Italia. Amaro (Ordine Architetti Catania): “Ridistribuire in altezza le volumetrie, facilitando demolizioni e ricostruzioni”

La Sicilia ha un territorio fragile ed esposto al rischio idrogeologico e sismico, ma sembra non saperlo. Nel 2019, rispetto all’anno precedente, il consumo di suolo è cresciuto di altri 600 ettari, raggiungendone complessivamente 167.123.
È un dato in “positivo” che risulta essere superiore alla media nazionale in termini di crescita del consumo pro capite (1,22 contro 0,9) e che colloca la Sicilia tra le Regioni più a rischio, come Veneto (+785), Lombardia (+642) e Puglia (+625).
Nel mirino del cemento risultano, in particolare, le coste siciliane. Lo dicono gli ultimi numeri dell’Ispra riportati nel rapporto dedicato al consumo di suolo e alle dinamiche territoriali e ai servizi ecosistemici.

I DATI SICILIANI
I numeri isolani registrano, tra il 2018 e il 2019, una crescita tra le più elevate, considerando le regioni italiane, in termini di consumo di suolo in valore assoluto e risultano maggiori rispetto alla media nazionale anche i dati sul consumo pro capite e sulla densità di consumo di suolo (2,38 contro 1,72) anche se si mantengono genericamente più bassi i livelli di suolo consumato (6,50% contro 7,10%) e del suolo consumato pro capite (334,25 mq/ab contro 354,4). Tra le province, il dato in valore assoluto “premia” Palermo con 28.228 ettari di suolo consumato al 2019, seguita da Catania (27.745) e quindi da Siracusa, Messina e Trapani quasi appaiate intorno ai 19 mila ettari.

COMUNI CAPOLUOGO: DOMINANO PALERMO E CATANIA
I due centri più importanti dell’Isola, Catania e Palermo, si trovano in cima alla graduatoria dei consumi, rispettivamente con 5,121 e 6,314. Dal punto di vista della differenza del suolo consumato pro capite, invece, Ragusa, Enna, Caltanissetta e Agrigento si collocano tra 512 e 404 mq/ab consumati nel corso del 2019, abbondantemente oltre la media nazionale (354) e quella regionale (334). Numeri decisamente impressionanti anche sul fronte del suolo consumato in termini percentuali, con Palermo (39,43%), Catania (28,19%) e Siracusa (17,03) che registrano i valori i più elevati a livello regionale. Catania ha anche il primato di aver fatto registrare la più elevata crescita tra i comuni siciliani: 48 ettari in un anno.

GLI ALTRI: MARSALA PRIMA DEI NON CAPOLUOGO
In valore assoluto, dopo Palermo, Catania, Ragusa, Messina e Siracusa, la prima delle isolane per suolo consumato è Marsala (3.448 ettari), seguita da Noto (3.240), Modica (3.136) e Vittoria (2.625). Il primo comune isolano in assoluto per percentuale di suolo consumato sul totale è Isola delle Femmine (53,83%), seguita da Gravina di Catania (49,90%), Villabate (48,05%), Sant’Agata Li Battiati (44,85%) e Aci Bonaccorsi (40,89%).

COSTRUIRE? MEGLIO RIGENERARE L’ESISTENTE
Il consumo di suolo continua a crescere, ma la Sicilia detiene lo stesso numero di edifici abitativi della Lombardia, circa 1,4 milioni, e la metà della sua popolazione (5 milioni contro 10). Non ci vuole molto a capire che lo spreco abitativo isolano – circa il 17% del totale delle abitazioni vuote o inutilizzate d’Italia si concentra nell’Isola (qualcosa come 130 mila unità) – non giustificherebbe nemmeno un ettaro di suolo consumato all’anno, dal momento che ci sarebbe un patrimonio da mettere in sicurezza e rendere sostenibile grazie anche agli incentivi del governo come il sisma e l’ecobonus.

L’IMPEGNO DELLA REGIONE
In occasione della Giornata mondiale del suolo, avvenuta lo scorso 5 dicembre, anche la Regione ha voluto sottolineare la volontà di procedere “per la difesa e la valorizzazione del territorio siciliano e delle sue specificità”, ha spiegato il presidente Nello Musumeci, sottolineando l’impegno che si è “anche concretizzato con la costituzione nell’Isola della ‘Banca della terra’ e l’assegnazione di alcune aree incolte a giovani imprenditori desiderosi di scommettere sul proprio futuro attraverso la valorizzazione dell’agricoltura biologica e le produzioni di qualità”. Anche la nuova legge urbanistica siciliana, approvata lo scorso agosto dall’Ars, propone soluzioni innovative come il consumo di suolo ridotto o pari a zero con principi di sostenibilità e nel nome della rigenerazione urbana, anche se lo scorso mese il Governo nazionale ha impugnato ben dieci articoli della legge regionale.

SERVE UNA LEGGE NAZIONALE CONTRO IL CONSUMO DI SUOLO
Le posizioni generiche e le buone intenzioni, tuttavia, non bastano. Lo hanno ricordato i geologi in una nota stampa che riprende il tema della legge nazionale sul consumo di suolo, spiegando come “in Italia dopo il boom economico, il consumo del suolo da un valore iniziale pari al 2,7% ha subìto una tendenza al generale incremento arrivando al 6,9% nel 2008” e il rallentamento, arrivato successivamente e fino al 2013, ha lasciato posto a un nuovo consumo che, seppur con ritmi meno accentuati rispetto al passato, è comunque ripreso. Filippo Cappotto, vicepresidente del Consiglio dei Geologi, riprendendo dati Ispra, ha spiegato che, in Italia, “ogni giorno il suolo artificiale impermeabilizzato aumenta di 2 mq al secondo”.

Eppure il calcolo è molto semplice: “i costi degli interventi di difesa del suolo prima degli eventi catastrofici sono stati stimati con un rapporto di 1 a 10 rispetto a quelli del post emergenza, è ormai chiaro come sia necessario attuare misure preventive in periodi brevi”.

In occasione di questa ricorrenza, è opportuno evidenziare come in Italia non sia stata ancora approvata una legge organica di difesa del suolo mentre “alcune regioni lo hanno già fatto in attesa della legge nazionale ferma in Parlamento”. Tra queste si segnala anche la Sicilia.

R.B.

Parla Alessandro Amaro, presidente dell’Ordine Architetti di Catania e fondatore della Fas

“Ridistribuire in altezza le volumetrie, facilitando demolizioni e ricostruzioni”

Sull’enorme problema del consumo di suolo che sottrae servizi ecosistemici indispensabili per l’ambiente, provocando tra l’altro dissesto idrogeologico e aumento delle temperature, abbiamo intervistato Alessandro Amaro, presidente dell’Ordine degli architetti di Catania nonché tra i fondatori della Fas (la Federazione degli Ordini degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori della Sicilia).

La Fas come giudica l’ultima riforma urbanistica della Regione?
“Il fatto che l’Assemblea Regionale e il Governo abbiano pensato ad una nuova legge urbanistica che sostituisce l’ormai datata L.R. 71/78 è certamente un fatto positivo, però sull’esito finale della nuova riforma si evidenziano diverse perplessità, oltre alla problematica che ha visto l’intervento del Governo nazionale e la successiva impugnazione da parte del Consiglio dei Ministri di alcuni articoli relativi agli aspetti legati paesaggio. Come Fas (Federazione architetti P.P.C. della Sicilia) siamo intervenuti proponendo una serie di emendamenti alla legge, ed alcuni sono stati accolti, ma certamente questa legge non ci soddisfa a pieno: una delle problematiche maggiori è la totale assenza di norme transitorie che rendono difficile l’inevitabile periodo di transizione per le procedure che erano già in atto prima dell’entrata in vigore della nuova norma. Altro vulnus è il rimando di ben 11 articoli ad altrettanti decreti attuativi che di fatto, ad oggi, avrebbero già dovuto essere stati emanati.
Tutte queste problematiche avrebbero potuto essere notevolmente ridotte se le modalità di stesura di queste norme avessero previsto il coinvolgimento, a monte e non a valle con emendamenti, delle competenze dei professionisti di settore che sono gli effettivi conoscitori delle esigenze del territorio e hanno piena consapevolezza delle tematiche da affrontare per raggiungere un risultato normativo organico, snello ed efficace”.

Ritenete che essa potrà mettere un freno al consumo di suolo (che in Sicilia continua ad avanzare nonostante ci sia un enorme patrimonio immobiliare, vecchio e fatiscente, da riqualificare)?
“Fino a quando non ci sarà una vera e concreta politica per una seria rigenerazione del patrimonio immobiliare esistente, sarà difficile frenare il consumo di suolo, questo dipenderà anche dal livello di conoscenza dello stato di fatto e dal modello di pianificazione che si sceglierà in coerenza con l’idea futura di Città. Il corretto tema da affrontare non è il consumo di suolo zero, che potrebbe essere inteso come implicita inerzia e immobilismo totale, ma il consumo di suolo a saldo zero: questo concetto permette di rigenerare la città anche attraverso la demolizione di edifici, con la possibilità di spostare la cubatura in altri ambiti, liberando porzioni di suolo occupato, ma si potrebbe arrivare anche ad avere un saldo negativo se le volumetrie esistenti sostituite venissero ridistribuite in altezza in fase di ricostruzione, liberando ulteriormente suolo. Le possibilità ci sono, ma la politica deve accettare il modello per renderlo possibile facilitando le operazioni edilizie di demolizione e ricostruzione con la previsione di premialità e incentivi mirati che rendano economicamente sostenibile l’operazione”.

A.A.Z.

Massimo Centemero, direttore del Consorzio compostatori

Suolo non rinnovabile, servono duemila anni per “rigenerarlo”

PALERMO – Anche il Consorzio italiano compostatori, in occasione della quarta edizione del convegno “#DallaTerraAllaTerra”, ha voluto ribadire la necessità della lotta al urbanizzazione, deforestazione e sovrasfruttamento delle risorse che stanno pesantemente modificando i territori. La tutela del suolo, secondo gli esperti, è e deve tornare a essere una priorità per l’Europa, così da proteggere un patrimonio fondamentale per rigenerare i territori, conservare la biodiversità, dare un maggiore sostegno all’agricoltura, lottare contro desertificazione e cambiamenti climatici.

Al centro dell’incontro è stato il Green New Deal e l’importanza della bioeconomia circolare e quindi il ruolo della raccolta differenziata dei rifiuti organici e del compost per la conservazione e il miglioramento della qualità dei suoli e sui progetti di sostenibilità. “Il suolo è una risorsa non rinnovabile, 10 centimetri necessitano di 2000 anni per essere rigenerati”, ha spiegato Massimo Centemero, direttore del Cic, e “per questo è urgente mettere in atto pratiche rigenerative atte ad arrestarne degrado e perdita di fertilità, riportando la materia organica nel suolo, per rendere il suolo più resiliente e fertile e per contribuire alla decarbonizzazione dell’atmosfera attraverso l’assorbimento di carbonio”.

Fondamentale, in questo senso, ripartire dalla valorizzazione del settore del biowaste, simbolo dell’economia circolare, in quanto il rifiuto organico può trasformarsi infatti in compost, fertilizzante naturale che può tornare alla terra e rivitalizzare il suolo, e in energia sotto forma di biogas. Un vero e proprio patrimonio pulito che potrebbe riguardare da vicino anche la Sicilia e che per l’Italia sembra garantire già numeri fondamentali: “Secondo le stime del Cic, nel 2018 sono state prodotti oltre 2 milioni di tonnellate compost che hanno contribuito a stoccare nel terreno 600.000 t di sostanza organica e risparmiare 3,8 milioni di tonnellate di CO2 equivalente/anno rispetto all’avvio in discarica ed hanno inoltre permesso di ottenere 312 milioni di Nm3 di biogas, corrispondenti a una produzione energetica di 624.000 MWh e 100 milioni di Nm3 di biometano”. (rb)

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