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Un romanzo sciasciano che racconta il Secolo dei Lumi visto dalla Sicilia

Un romanzo sciasciano che racconta il Secolo dei Lumi visto dalla Sicilia

“La rosa inversa” di Maria Attanasio è finalista del Premio Strega

CATANIA – Complessa, dettagliata e lenta, come dev’essere ciò che descrive il caos – nella circostanza il Secolo dei Lumi culminato nella Rivoluzione francese – la narrazione del romanzo “La Rosa Inversa”, di Maria Attanasio, finalista al Premio Strega. Ma anche unica perché mostra certi fatti nella visione che se ne ebbe non nelle grandi capitali, bensì nell’estrema periferia dell’Europa: Calacte, ricco castello dei vasi, selvaggio ombelico di Sicilia. L’autrice, per puntare l’indice contro quel Potere che da sempre “recupera, cancella, riscrive, reinterpreta passato e presente, menzogna e verità”, riprende l’indimenticabile metodo sciasciano del racconto sì di fantasia ma ancorato ad accadimenti documentati e rivisti in maniera critica.

Trama La Rosa Inversa: tra storia, massoneria e potere

Così tutto comincia dalla “Relazione dell’enorme delitto e della seguita giustizia”, opuscolo anonimo pubblicato nel 1790 a Bologna e Napoli, che narrava della sanguinosa uccisione di un predicatore, sul pulpito di una chiesa calatina, da parte di un gentiluomo che l’amata, convinta dal prelato, aveva denunciato come frammassone. Particolare curioso, l’opuscolo non conteneva i nomi dei protagonisti. Proprio con la consegna della “Relazione” – che esiste realmente anche se giunse a Caltagirone nel 1900 – al colto Giacomo Flerez, convinto conservatore, incaricato di “decifrarla” si apre il romanzo. Flerez viveva nel palazzo nobiliare ereditato dal barone Ruggero Henares. E, dopo aver letto la “Relazione”, da libri e diari celati nella stanza segreta dell’avo avrebbe appreso ciò che non avrebbe mai voluto: tutti i particolari della vicenda umana del nobile, conquistato dalle idee illuministe come l’amico Giuseppe Balsamo. Cagliostro, che aveva studiato nel collegio dei Fatebenefratelli di Caltagirone, è infatti un altro dei protagonisti del romanzo.

Romanzo sciasciano: metodo narrativo e ricostruzione storica

Ma quel che più avrebbe sconvolto Perez sarebbe stato lo scoprire che Henares non solo aveva fondato una loggia massonica chiamata “La Rosa Inversa” – ai tempi del diritto divino dei sovrani, solo la massoneria consentiva di discutere, ragionare, metter l’Uomo al centro di tutto – ma poteva esser annoverato tra quegli “eruditi alla moda ed ignoranti politici i quali con vane ciance e menzogne senza autorità e ragione, fanno ogni sforzo per iscreditare il tribunale della Fede”, di cui aveva scritto nel 1789 Vincenzo Tommaso Pani, commissario generale del Sant’Uffizio, apprezzatissimo da Perez. Così, nel racconto, mentre si dipanano le vicende di vita del barone massone, innumerevoli altri personaggi e storie non solo siciliane, si intrecciano, fino a comporre un maestoso mosaico che fa riscoprire fenomeni e volti del Secolo dei Lumi. Un libro antico è, “La Rosa Inversa”. È Letteratura.

Potere, fake news e manipolazione nella storia

Così coinvolgente da farci tornare ad assaporare il gusto del leggere e rileggere. Dell’approfondire. Magari dopo aver riflettuto quanto siano antichi i meccanismi con cui il Potere ha sempre utilizzato le “tenebrose sette”, non necessariamente massoniche: la prima epurazione narrata è infatti quella degli appartenenti all’ “internazionale sovversiva” dei Gesuiti.

La chiave per conservarlo, il Potere, era poi, allora come oggi, la manipolazione mediatica: certo, non c’erano social, radio e tv e chi sapeva leggere apparteneva a un’elite, ma le fake news erano già utilizzate: si ricorda nel libro come la “Vita di Cagliostro” fu scritta da monsignor Giovanni Barberi, uno dei suoi inquisitori. La manipolazione, comunque, rappresentava l’ultima carta da giocare: in caso di fallimento, non sarebbe rimasta che la guerra. O la distruzione fin della memoria d’ogni esistenza non omologata.

Finale e significato del romanzo La Rosa Inversa

Così, nel finale, Flerez dà fuoco non solo ai libri della stanza segreta, ma ai venticinquemila volumi – “patrimonio sacro di studiosi, noti e ignoti” avrebbe scritto il cronista Di Bernardo, dando conto sulla Gazzetta di Caltagirone dell’incendio divampato nel febbraio del 1901 – donati dai nobili alla biblioteca cittadina dopo la cacciata dei Gesuiti. “La Rosa Inversa”, idealmente, si chiude con l’urlo di Flerez: “Brucia, passato traditore!”. Ma, finito di leggere, subito si torna a ragionare sulla narrazione complessa, dettagliata e lenta di questo libro d’altri tempi.

Maria Attanasio e la narrativa storica tra cultura e attualità

Per riflettere – che parola desueta! – sull’enorme lavoro necessario a creare una simile opera in anni dominati dalla velocità del web, e, come chiosa l’autrice nei ringraziamenti, dal “disprezzo della Cultura, se non diventa spettacolo e business”. Conveniamo con Maria Attanasio, dunque, sull’opportunità di plaudire alla casa editrice Sellerio che, “in tempi di semplificazione scrittoria e di pensiero” pubblica un volume come questo. Arricchendo chi lo legge.