Serve uno sprint sui progetti per il Recovery fund, i piccoli Comuni rischiano d’essere tagliati fuori - QdS

Serve uno sprint sui progetti per il Recovery fund, i piccoli Comuni rischiano d’essere tagliati fuori

Paola Giordano

Serve uno sprint sui progetti per il Recovery fund, i piccoli Comuni rischiano d’essere tagliati fuori

venerdì 13 Novembre 2020 - 00:00
Serve uno sprint sui progetti per il Recovery fund, i piccoli Comuni rischiano d’essere tagliati fuori

Professionalità insufficienti per intercettare le risorse europee fondamentali per la ripartenza dopo il Covid-19. Abbiamo sentito il segretario generale di Anci Sicilia, Alvano, per comprendere meglio le difficoltà con cui devono fare i conti le Amministrazioni isolane

Le prime risorse del Recovery fund potrebbero arrivare già tra qualche mese: entro il 30 aprile 2021 i Paesi dovranno presentare il Piano nazionale in via ufficiale, ma il mandato del Consiglio europeo prevede che un prefinanziamento del 10% del sostegno totale previsto nei piani per la ripresa e la resilienza approvati dallo stesso organismo possa essere versato su richiesta degli Stati membri prima di quella scadenza.

Una procedura che si muove su più livelli, coinvolgendo i Governi nazionali scendendo fino ai Comuni, che devono presentare progetti utili allo sviluppo del territorio e dotati di tutti i requisiti necessari per l’approvazione e il seguente (eventuale) finanziamento,

Abbiamo intervistato il segretario generale dell’AnciSicilia, Mario Emanuele Alvano, per avere un quadro generale su come i Comuni dell’Isola si stiano organizzando per affrontare quella che, di fatto, si configura come un’opportunità imperdibile.

Segretario Alvano, come si stanno muovendo i Comuni siciliani sul fronte del Recovery Fund?
“Le scelte sui progetti sono state tenute dal Governo nazionale, che ha attivato le interlocuzioni che ha meglio ritenuto. C’è stata una prima fase gestita dai Ministeri e poi ci sono stati alcuni parziali coinvolgimenti delle Regioni e delle Città metropolitane. Non c’è stato un coinvolgimento diretto degli Enti locali”.

Come, a suo avviso, si dovrebbero supportare i Comuni, specie i più piccoli, per gestire a 360 gradi queste risorse?
“Sul tema del rafforzamento amministrativo dei Comuni si è fatto un percorso importante anche nel confronto con il ministero del Sud. Abbiamo per la prima volta fatto, nei mesi scorsi, un incontro con il ministro del Sud insieme alle Anci regionali e alle Città metropolitane del Meridione. Sembra una banalità ma non lo è, perché di Sud si parla tanto, poi però raramente vengono fuori posizioni e confronti tra le istituzioni. Il fatto di aver messo assieme le Anci regionali in un incontro e poi in confronti successivi che sono sfociati in un documento è un fatto significativo nel metodo, a prescindere dal merito”.

Cosa è venuto fuori da questo confronto?
“Sono state tre le questioni sulle quali ci siamo concentrati: oltre a quello del Recovery fund, i due temi che ci interessava affrontare sono l’accordo di partenariato 2021-2027 e alcune possibili modifiche normative. È inutile che ci affanniamo a essere destinatari di risorse che poi non riusciamo a spendere. Il Mezzogiorno è un sistema economico e sociale più debole rispetto al Centro-Nord. Questo è un dato oggettivo, che pesa su come si sta gestendo la pandemia, nel senso che un sistema strutturato come può essere quello di alcune regioni del Centro-Nord è un sistema anche più capace di reagire e quindi di recuperare, perché ha una capacità di programmazione e progettazione e un apparato produttivo di impresa non paragonabile a quello che c’è dalle nostre parti. L’attuale situazione che stiamo vivendo rischia di farci fare un ulteriore passo indietro: quello che chiude non riapre né come era prima né in maniera modificata. È un rischio molto concreto, perché il nostro sistema produttivo è debole, l’apparato di piccole e medie imprese, di artigiani, di commercianti in Sicilia ha difficoltà sul piano del credito e sulla capacità di investire. Questa sarebbe senz’altro una delle ragioni che possono spingerci a chiedere che una parte significativa delle risorse venga destinata al sistema debole. C’è però un problema”.

Quale?
“Quello che se le risorse ce le danno veramente non le sappiamo spendere. Quindi ci dobbiamo domandare perché non sappiamo impiegare le risorse”.

Lei che risposta si è dato?
“Ci sono tante spiegazioni però tra esse, secondo me, c’è una ragione prevalente: l’inadeguatezza dell’apparato della Pubblica amministrazione locale, un’assenza di professionalità e di capacità nella gestione che si porta dietro l’incapacità di programmare e progettare e la difficoltà sul fronte del monitoraggio, della spesa e della rendicontazione. Il tema, peraltro presente nel Piano del Sud che il Ministro ha presentato, del rafforzamento della capacità amministrativa però non può essere fatto come nel passato perché non ha funzionato”.

Perché non ha funzionato?
“Se non ha funzionato ci dobbiamo iniziare a interrogare se gli strumenti sono adeguati. Qui c’è un’innovazione nel nostro approccio perché riscontriamo una serie di limiti e di inadempienze della Pubblica amministrazione su tutti i fronti. Abbiamo un difetto strutturale su alcuni elementi essenziali che potremmo definire precondizione dello sviluppo. Pensiamo al sistema dei rifiuti e al sistema idrico integrato: su tali questioni, che dovrebbero essere precondizione essenziale, siamo messi malissimo, non ci sono gli impianti. Se poi guardiamo alcuni ambiti specifici che riguardano le attività degli Enti locali, in merito al piano finanziario i problemi sono tristemente noti: dissesto, predissesto, difficoltà di approvare i bilanci in tempo. Le questioni di bilancio non le sistemo senza ragioniere: è paradossale che un ente possa uscire da una condizione di difficoltà utilizzando una normativa più restrittiva. Capisco che va premiato chi lavora bene, ma si deve anche mettere in condizioni di fare un passo avanti chi è in difficoltà. Se lo punisco di fatto reitero nel tempo un circolo vizioso. Questo è quello a cui assistiamo da una decina d’anni. La novità è che ci siamo stancati, per cui la nostra proposta è molto semplice: secondo noi non è più serio andare avanti raccontando che una normativa uniforme su tutto il territorio nazionale possa essere la soluzione. Riteniamo che occorra, almeno per una fase transitoria, prevedere norme specifiche, straordinarie che consentano al sistema delle Autonomie locali delle Regioni meridionali di rimettersi in linea con gli standard richiesti a livello nazionale, anziché flagellarci dicendo che non riusciamo ormai in maniera cronica a rispettare una serie di norme. Forse il caso di fare altri ragionamenti: uno di questi è quello di pensare a norme specifiche”.

Queste norme cosa dovrebbero riguardare?
“La possibilità di chiudere realmente i bilanci, di dotarsi del personale che serve, di non subire penalizzazioni rispetto a una serie di adempimenti che non si riescono a portare avanti. Se dobbiamo rimetterci al passo occorre un rafforzamento dell’ordinaria capacità: se un Comune non ha il ragioniere la prima cosa da fare è dotarsi di questa figura, a prescindere che la norma lo consenta o no. Le norme si cambiano. Lo stesso dicasi per gli uffici tecnici, dove se appare eccessivo pensare che ogni Comune debba avere determinate figure professionali si può valutare di prenderli nelle Unioni o a beneficio di un gruppo di Comuni un po’ più ampio, purchè si prendano. Tutto questo non basta perché sarebbe l’ordinario, l’essenziale: se dobbiamo puntare sui fondi comunitari occorre mettere sù una squadra che supporti i Comuni in tutte le fasi. Non possiamo stupirci che ogni volta non abbiamo i progetti: consentiamo che è una parte delle risorse previste vengano destinate a rafforzare questa capacità. Non serve chiamare un numero di telefono e chiedere informazioni: serve qualcuno che per un certo periodo supporti da dentro la macchina”.

I Paesi membri devono presentare i piani in via ufficiale entro il 30 aprile del 2021

In ballo 750 miliardi in sette programmi per rivitalizzare l’Europa post pandemia

Approvato dal Consiglio europeo straordinario del 21 luglio, il Recovery fund è un fondo di recupero che fornirà all’Unione europea i mezzi necessari per affrontare l’impatto economico e sociale della pandemia di Covid-19.

In ballo per i 27 Paesi Ue ci sono 750 miliardi di euro ripartiti in sette programmi: dispositivo per la ripresa e la resilienza; React-Eu (assistenza alla ripresa per la coesione e i territori d’Europa); Orizzonte Europa (per i settori di ricerca e innovazione); InvestEu (segue e sostituisce l’attuale Fondo europeo per gli investimenti strategici); Sviluppo rurale; Fondo per una transizione giusta; e rescEu (nuovo strumento del Meccanismo unionale di protezione civile per fronteggiare le catastrofi naturali).

Con una dotazione finanziaria di 672,5 miliardi di euro, il dispositivo per la ripresa e la resilienza è il programma dotato delle risorse più cospicue. Sosterrà investimenti pubblici e riforme a condizione che le economie dei Paesi membri intraprendano le transizioni verde e digitale: almeno il 37% della dotazione del piano dovrà infatti sostenere la transizione verde e non meno del 20% la trasformazione digitale. Tale programma metterà a disposizione degli Stati membri, fino alla fine del 2023, 360 miliardi di euro in prestiti e offrirà loro 312,5 miliardi di euro in sovvenzioni, il 70% dei quali da impegnare nel 2021 e nel 2022 e il restante 30% entro la fine del 2023.

Il criterio di ripartizione per gli anni 2021-2022 terrà conto, per ciascuno Stato membro, della popolazione, dell’inverso del Pil pro capite e del relativo tasso di disoccupazione negli ultimi cinque anni. Nel criterio di ripartizione per il 2023, il criterio della disoccupazione sarà sostituito, in pari proporzioni, dalla diminuzione percentuale del Pil reale nel 2020 e dalla variazione percentuale aggregata del Pil reale nel periodo 2020. Saranno inoltre

Per ricevere tale sostegno, gli Stati membri devono preparare piani nazionali per la ripresa e la resilienza che definiscano il programma di riforme e investimenti fino al 2026 e che contribuiscano a rafforzare il potenziale di crescita, la creazione di posti di lavoro e la resilienza economica e sociale degli Stati membri.

Gli Stati membri devono presentare i piani in via ufficiale entro il 30 aprile 2021. La Commissione li valuterà entro due mesi ma sarà il Consiglio ad approvarli con una decisione di esecuzione entro quattro settimane dalla proposta della Commissione. Prima però, oltre alla regolare consultazione del pertinente comitato di esperti, la stessa Commissione chiederà al Comitato economico e finanziario di esprimere un parere sul conseguimento soddisfacente dei target intermedi e finali. Tale parere dovrebbe essere formulato entro quattro settimane dal ricevimento della valutazione preliminare della Commissione.

Le mosse di Palermo, Catania e Messina tra mobilità, trasporto e digitalizzazione

Quella del Recovery fund è un’opportunità imperdibile per i Comuni dell’Isola. A patto che si cambi rotta, come ha detto – senza troppi giri di parole – il sindaco di Palermo e presidente di Anci Sicilia, Leoluca Orlando, nel suo intervento alla IX Conferenza nazionale Ifel: “Se le risorse comunitarie non porteranno un cambio culturale nel modo di amministrare tanto vale non prenderle le risorse del Recovery fund. Dobbiamo recuperare una nuova dimensione amministrativa, magari attrezzandoci con task force locali che mettano in Comuni nelle condizioni di progettate e quindi spendere al meglio le risorse. Se falliamo in questo ci troveremo di fronte all’ennesimo ampliamento del divario tra Nord e Sud”.

Nella città guidata da Orlando sono quattro gli assi principali in cui si collocano i progetti: sostenibilità ambientale e mobilità, innovazione, sostegno allo sviluppo del tessuto economico, politiche sociali e inclusive. In totale, si parte da 64 proposte progettuali per possibili investimenti pari a 4,6 miliardi.

Anche l’Amministrazione comunale di Catania ha presentato il suo parco progetti a valere sul Recovery fund per circa 1,2 miliardi. Nel pacchetto etneo interventi di inclusione sociale (attraverso lavori di rigenerazione di infrastrutture per il trasporto, immobili pubblici per l’istruzione, di decoro urbano con particolare riferimento alle periferie), innovazione digitale (mediante strategie di pianificazione digitale tese all’ottimizzazione e all’innovazione dei servizi pubblici e privati), efficientamento energetico (con azioni innovative ed ecologicamente sostenibili sulla Pubblica Illuminazione, sul trasporto e gli edifici pubblici).

Dal Comune di Messina sono state presentate nove schede progetto per un ammontare di 632 milioni di euro con un duplice obiettivo: transizione verde per migliorare la qualità di vita dei cittadini elevando gli indicatori di benessere e sostenibilità ambientale e transizione digitale per invertire il fenomeno della fuga di cervelli.

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