La Sicilia continua a produrre eccellenze riconosciute in tutto il mondo, ma dietro il successo di vino, olio, grano, agrumi e ortofrutta si nasconde una fragilità sempre più evidente: l’agricoltore rischia di rimanere l’anello più debole della filiera. A pesare sono l’aumento dei costi di energia, acqua, trasporti, mezzi tecnici e manodopera, ma anche gli effetti di un clima che ha ormai modificato tempi e modalità delle produzioni. A questo si aggiunge una questione decisiva: la capacità di trasformare le risorse pubbliche in investimenti concreti e soprattutto in tempi compatibili con le esigenze delle imprese. È questa la fotografia tracciata da Francesco Ferreri, presidente di Coldiretti Sicilia, che in un’intervista rilasciata in esclusiva al QdS guarda alle prospettive dell’agricoltura siciliana con una convinzione precisa: il futuro non è necessariamente segnato, ma per difendere la competitività delle campagne occorre intervenire subito.
Agricoltura siciliana, il problema del prezzo e dei costi di produzione
Acqua, innovazione, infrastrutture, giovani e soprattutto un prezzo capace di riconoscere il valore del lavoro agricolo sono, secondo Ferreri, le priorità sulle quali costruire il prossimo decennio. “Il problema vero oggi è molto semplice: il valore dei nostri prodotti cresce lungo la filiera, ma troppo poco di quel valore torna a chi li produce”, spiega Ferreri. Non esiste una percentuale identica per tutte le produzioni, perché le dinamiche cambiano tra vino, grano, agrumi e ortofrutta, ma il problema resta comune: “In troppe filiere all’agricoltore rimane la parte più piccola del prezzo che poi paga il consumatore”. Una situazione che diventa ancora più difficile se si considera l’aumento generalizzato dei costi. “E intanto aumentano tutto: energia, acqua, mezzi tecnici, trasporti, manodopera”, sottolinea il presidente di Coldiretti Sicilia.
Per le aziende agricole, dunque, non basta riuscire a vendere il prodotto: occorre che il prezzo finale sia in grado di garantire una remunerazione adeguata a chi sostiene il rischio e il lavoro della produzione. “Possiamo continuare a produrre solo se torniamo a riconoscere un prezzo giusto al lavoro agricolo”, afferma Ferreri. Un concetto che, nella sua analisi, diventa una vera e propria condizione per la sopravvivenza del settore: “Perché un’agricoltura che non produce reddito prima o poi smette semplicemente di produrre”.
Cambiamento climatico e agricoltura siciliana, una sfida già presente
A rendere ancora più complesso lo scenario c’è il cambiamento climatico. Le temperature estreme stanno già modificando i cicli agricoli, con vendemmie anticipate, scarsità d’acqua, cali quantitativi e problemi legati alla qualità delle produzioni. Per Ferreri, però, il primo passo è cambiare il modo in cui si guarda a questi fenomeni. “Secondo me dobbiamo smettere di considerarlo un fatto eccezionale. Il clima è già cambiato e l’agricoltura siciliana lo sta vivendo prima di altri territori”, dice. Non si tratta più, quindi, di affrontare episodi isolati ai quali reagire di volta in volta. “Vendemmie anticipate, temperature estreme, scarsità d’acqua, produzioni che cambiano nei tempi e nelle quantità: sono ormai fenomeni con cui dobbiamo imparare a convivere”.
La parola chiave, però, non è rassegnazione. La Sicilia, secondo Ferreri, deve trasformare la difficoltà in un’occasione per anticipare i cambiamenti e costruire un modello agricolo più adatto alle condizioni del Mediterraneo: “Questo però non significa arrendersi. Significa cambiare passo, ricerca, nuove tecniche agronomiche, varietà più resistenti, gestione dell’acqua e innovazione”. Una sfida che potrebbe trasformare l’Isola in un punto di riferimento: “La Sicilia può diventare anche un laboratorio dell’agricoltura mediterranea del futuro”.
Risorse pubbliche e agricoltura, la sfida dei tempi della burocrazia
Ma il tempo a disposizione non è infinito. “Dobbiamo muoverci adesso, non quando l’emergenza sarà diventata irreversibile”, avverte il presidente di Coldiretti Sicilia. Un altro nodo riguarda le ingenti risorse europee e regionali destinate al comparto agricolo. Investimenti, sostegno ai giovani, agroindustria e infrastrutture rappresentano una quantità significativa di risorse, ma per Ferreri la domanda non dovrebbe essere soltanto quanto denaro sia disponibile: “Io credo che oggi il problema non sia soltanto quanti soldi abbiamo a disposizione. Il problema è quanto tempo passa tra quando una risorsa viene annunciata e quando arriva realmente dentro un’azienda agricola”. È qui che emerge uno dei principali ostacoli per le imprese: la distanza tra i tempi della pubblica amministrazione e quelli dell’agricoltura: “L’agricoltura ha tempi molto più veloci della burocrazia. Un agricoltore non può aspettare anni”. Un ritardo nell’accesso alle risorse può infatti significare perdere una stagione produttiva, rinunciare a un investimento o non riuscire ad adeguarsi in tempo a condizioni di mercato e climatiche che cambiano rapidamente. Se dovesse indicare una priorità assoluta nella destinazione delle risorse, Ferreri non avrebbe dubbi: l’acqua. “Se dovessi indicare una priorità, partirei dall’acqua – dice senza esitazione -. Senza acqua possiamo parlare di innovazione, giovani e competitività quanto vogliamo, ma non produciamo”.
Acqua e giovani, le priorità per il futuro dell’agricoltura siciliana
La disponibilità della risorsa idrica diventa quindi la premessa sulla quale costruire il resto della strategia. Subito dopo vengono innovazione e infrastrutture, ma al centro della prospettiva c’è anche il ricambio generazionale. «E soprattutto i giovani – sottolinea Ferreri -. Perché dobbiamo dare a un ragazzo siciliano una ragione economica concreta per scegliere di restare e fare l’agricoltore”. Guardando al futuro, il presidente di Coldiretti Sicilia individua con chiarezza sia il principale punto di forza sia la maggiore debolezza dell’agricoltura dell’Isola: “La nostra più grande forza è facile da individuare. La Sicilia produce cose che nessun altro territorio al mondo può produrre nello stesso modo”.
Un patrimonio costruito attraverso “biodiversità, storia, clima, paesaggio e una reputazione straordinaria”. Elementi che fanno delle produzioni siciliane un patrimonio non soltanto agricolo, ma anche economico, culturale e territoriale. Il problema, però, è riuscire a trasformare questo patrimonio in ricchezza effettiva per chi vive e lavora nelle campagne siciliane. “La debolezza è che troppo spesso siamo bravissimi a produrre valore e meno bravi a trattenerlo sul territorio”, sostiene Ferreri. È proprio questo uno dei passaggi decisivi per il futuro. La Sicilia può continuare a essere competitiva sui mercati internazionali, ma non può dare per scontato che ciò accada automaticamente. “Tra dieci anni la Sicilia potrà assolutamente competere sui mercati internazionali. Ma non è automatico”. La prospettiva è dunque aperta, ma dipenderà dalle scelte che verranno compiute nei prossimi anni. A cominciare dalla capacità di rendere economicamente sostenibile la produzione. Dietro il tema della competitività internazionale c’è infatti una questione ancora più profonda: il futuro dei territori rurali siciliani. Se produrre non sarà più conveniente, il rischio è che aziende e terreni vengano progressivamente abbandonati.
Agricoltura siciliana e competitività, il rischio dell’abbandono
Ferreri non nasconde questa possibilità: “Il rischio dell’abbandono esiste davvero se produrre significa lavorare in perdita”. Il problema, quindi, non può essere affrontato soltanto dal punto di vista delle quantità vendute o delle quote di mercato conquistate. Il futuro dell’agricoltura siciliana dipenderà dalla capacità di costruire un sistema nel quale dietro ogni prodotto ci sia ancora un’impresa agricola in grado di stare sul mercato. “Per questo la sfida non è soltanto vendere più vino, olio, grano o agrumi”, sottolinea Ferreri. “È fare in modo che dietro ogni prodotto siciliano ci sia un’impresa agricola che abbia ancora convenienza e orgoglio nel continuare a produrlo”.
È probabilmente questo il punto centrale della sua analisi: la Sicilia non parte da zero e non deve inventarsi un patrimonio agricolo. Ha già prodotti, territori, competenze, biodiversità e una reputazione riconosciuta. La vera sfida è fare in modo che quel patrimonio continui a generare reddito per chi lo custodisce e lo produce.

