Dopo il virus, ripartire da un’edilizia sostenibile. Stop alla devastazione dell’Isola e delle sue coste - QdS

Dopo il virus, ripartire da un’edilizia sostenibile. Stop alla devastazione dell’Isola e delle sue coste

Rosario Battiato

Dopo il virus, ripartire da un’edilizia sostenibile. Stop alla devastazione dell’Isola e delle sue coste

venerdì 24 Aprile 2020 - 00:00
Dopo il virus, ripartire da un’edilizia sostenibile. Stop alla devastazione dell’Isola e delle sue coste

Istat: la Sicilia tra le regioni dove si continua a spargere cemento nonostante la riduzione della popolazione. E intanto interi centri storici cadono a pezzi. Coste preda di abusi e inquinamento. Con il distanziamento il mare sarà un lusso per pochi

PALERMO – Per ripartire bisognerà essere innanzitutto più consapevoli e razionali. A cominciare dall’incomprensibile aggressione al suolo, per una Regione come la Sicilia che ha lo stesso numero di edifici abitativi della Lombardia ma la metà della sua popolazione e che continua a costruire nonostante la popolazione faccia segnare, anno dopo anno, risultati in contrazione. Un’occupazione, spesso abusiva, che si riflette anche lungo le coste dove quest’anno, nella speranza della ripresa della stagione balneare, sarà molto complicato far rispettare le distanze anche per l’”assenza di spazio”, considerando che i comuni marittimi isolani detengono una delle più alte quote di consumo di suolo sulla costa. E intanto il mare resta sempre più nel mirino di inquinamento, con la depurazione che patisce ben quattro procedure d’infrazione, e le conseguenze dei cambiamenti climatici.


DIMINUISCE POPOLAZIONE CRESCE CONSUMO SUOLO
L’Unione Europea ha un obiettivo ben preciso: azzerare il consumo di suolo entro il 2050. Eppure questa richiesta sembra essere in controtendenza rispetto a quanto sta accadendo in Italia e in Sicilia. La superficie antropizzata netta (SAN) “incide in media per il 9,3% del territorio nazionale – si legge nel rapporto sul territorio dell’Istat – ma supera il 15% in Lombardia e Veneto”. Il dato maggiormente preoccupante è la necessità di continuare a costruire a fronte di una richiesta di abitazioni che, tra le case abbandonate da riqualificare e la diminuzione della popolazione, che dovrebbe essere negativa. L’Istat, invece, rileva come, tra il 2011 e il 2017, la SAN sia cresciuta a un ritmo “più che doppio rispetto alla popolazione (il 4,5% contro circa l’1,8%)”. Le regioni in cui l’incidenza della SAN risulta “più bassa sono quelle meno densamente popolate dell’arco alpino e appenninico” tuttavia risultano “queste ultime, insieme alla Puglia e alla Sicilia, quelle dove il fenomeno mostra la progressione più accentuata (con variazioni fino a tre volte quella nazionale in Calabria, Puglia e Basilicata) a fronte di una sostanziale stabilità demografica, o addirittura di una riduzione della popolazione residente”.

IL CASO SICILIANO
La scorsa estate l’Istat ha certificato un dato negativo pari a circa 27 mila siciliani in meno tra l’inizio e la fine del 2018. Numeri in contrazione che non hanno però arrestato il consumo di suolo. Quest’ultimo continua a crescere in una Sicilia che teoricamente non ne avrebbe proprio bisogno, detenendo lo stesso numero di edifici abitativi della Lombardia, circa 1,4 milioni, ma la metà della sua popolazione (meno di 5 milioni contro 10). Nel corso del 2018, ci sono stati 185.719 ettari di suolo consumati nell’Isola rispetto agli 185.417 dell’anno precedente, realizzando pertanto un consumo di suolo netto che vale 302 ettari, uno scarto che statisticamente raggiunge lo 0,16%. La superficie di suolo consumato nell’Isola vale il 7,22%, un dato poco più basso della media nazionale (7,64%), ma con punte pericolosissime proprio lungo il litorale.

RIPRESA DEL SETTORE BALNEARE
In attesa di decisioni precise, ci sono almeno due elementi particolarmente significativi. Il primo è contenuto nelle disposizioni del governo – l’ultimo è il dpcm del 10 aprile – che prevede la possibilità, fermo restando la sospensione dell’attività e la chiusura al pubblico dello stabilimento balneare, dell’accesso in “loco al personale preposto ad attività di vigilanza, manutenzione o con funzione di controllo dei rischi”. La Regione siciliana, inoltre, si è attivata con un decreto del dipartimento Attività sanitarie ed Osservatorio epidemiologico “Stagione balneare 2020” che di fatto annulla precedente disposizione, che aveva sospeso la stagione, in attesa di un nuovo provvedimento nel quale, a seguito dell’evolversi dell’emergenza sanitaria da Covid-19, verranno emanate nuove direttive di regolamentazione. Inoltre, in un documento pubblicato dalla Regione lo scorso 18 aprile, si stabilisce “l’attività di manutenzione, di montaggio e di allestimento degli stabilimenti balneari, nonché la pulizia della spiaggia di pertinenza” precisando che “l’impresa esecutrice è tenuta a garantire nelle aree di cantiere il rispetto delle normative di settore, il distanziamento sociale ed ogni altra misura finalizzata alla tutela dal contagio, avendo anche cura di interdire l’accesso ai non addetti ai lavori”.

AL MARE MANCA LO SPAZIO
E mentre il mondo degli stabilimenti balneari continua a spingere sulla necessità della “sicurezza sulle concessioni”, che di fatto si esplicita nella richiesta dell’applicazione della legge sul prolungamento al 2033, si porrà di certo, e non solo metaforicamente, il problema degli spazi nella rimodulazione della stagione estiva, perché le spiagge siciliane sono letteralmente invase dal cemento. Lo dice l’Ispra, nell’ultimo report di settore, rilevando che la “quasi totalità dei comuni della fascia costiera delle province di Ragusa e Catania e buona parte di quelli ricadenti, sempre nella fascia costiera, delle province di Palermo, Trapani, Agrigento, Caltanissetta, Siracusa e Messina mostrano valori di percentuale di consumo di suolo sul totale della superficie comunale territoriale classificati negli intervalli più elevati, ossia ricadenti tra i 9-15% e tra il 15-30% con punte anche superiori al 30%”.

MEGLIO RIQUALIFICARE CHE COSTRUIRE: L’IMPEGNO DELLA REGIONE
Le nuove case non servono, soprattutto se si può riqualificare quanto già costruito. In tutta Italia ce ne sono circa 7 milioni, secondo l’ultimo censimento dell’Istat, e di queste 1,4 milioni sono soltanto in Sicilia. Complessivamente quasi un edificio inutilizzato su cinque si trova in Sicilia (17%). Edifici che spesso sono anche strutturalmente deboli e comunque non adeguati né dal punto di vista energetico né da quello antisismico. Nel mirino ci sarebbero in particolar modo i centri storici, che stanno letteralmente crollando a pezzi, e per il loro recupero la Regione, di recente, ha stanziato circa 75 milioni. La Regione siciliana, inoltre, ha anche lavorato a un progetto di riforma urbanistica, l’ultimo risale alla fine degli anni Settanta, che deve ancora passare dall’Ars, ed è stata attivata una cabina di regia per il piano territoriale regionale.

L’allarme lanciato da Francesco Vincenzi, presidente Anbi, durante la Giornata della Terra

PALERMO – A portare di nuovo l’attenzione sulla necessità di risparmiare il suolo nell’ottica di una prospettiva più sostenibile, è stato Francesco Vincenzi, presidente dell’Associazione nazionale dei consorzi per la gestione e la tutela del territorio e delle acque irrigue (Anbi), in occasione della Giornata della Terra, che si è celebrata in tutto il mondo, il 22 Aprile.

In particolare, il riferimento è corso all’annuncio effettuato dal Ministro del tempo, Mario Catania, risalente al 2013, in riferimento alla necessità di varare una legge contro l’eccessivo consumo del suolo. Da allora ci sono stati diverse leggi regionali ma il provvedimento nazionale “è fermo in Parlamento”. La denuncia di Vincenzi sottolinea come “proprio la pandemia deve farci riflettere sull’unicità di risorse fondamentali come terra ed acqua, che altresì violentiamo quotidianamente” e di come “la cementificazione spesso incontrollata accentua il rischio idrogeologico, incrementato per l’estremizzazione degli eventi meteorologici, conseguenza dei cambiamenti climatici”.

Del resto proprio “l’impermeabilizzazione rappresenta la principale causa di degrado del suolo in Europa, in quanto comporta un rischio accresciuto di inondazioni, minaccia la biodiversità, contribuisce alla progressiva e sistematica distruzione del paesaggio soprattutto rurale”.

I costi, a tal proposito, ci sono: “consumo di suolo in Italia continua a crescere e si stima abbia intaccato ormai oltre 2,1 milioni di ettari del nostro territorio, diventando la prima causa di quel dissesto idrogeologico, che ogni anno costa mediamente 2 miliardi e mezzo di danni all’Italia”, ha spiegato Massimo Gargano, Direttore Generale di Anbi.

L’abuso è anche sul mare, usato spesso come “fogna”

PALERMO – Non solo cementificazione, perché le coste siciliane sono stressate da altri elementi di grande criticità. In primo luogo esistono i ben noti effetti della mancata depurazione: in merito ci sono ben quattro procedure di infrazione, che coinvolgono complessivamente quasi 250 agglomerati che patiscono, anche a livello ambientale, i ritardi dei lavori per gli impianti.

Non mancano le difficoltà legate all’innalzamento dei mari causato dai cambiamenti climatici. Legambiente, la scorsa estate, nel rapporto Spiagge 2019, aveva delineato il quadro nazionale, facendo riferimento ad alcuni studi dell’Enea che evidenziavano le proiezioni dell’impatto sulle aree costiere individuando ben 33 aree di più rilevante rischio, tra queste anche l’area costiera di Catania.

Da controllare con particolare attenzione anche il discorso relativo all’inquinamento da plastica. L’associazione del Cigno ha ricordato la necessità di “monitorare lo stato di salute del Mediterraneo, per il crescente impatto che la presenza di plastiche e microplastiche sta determinando, per la depurazione purtroppo ancora incompleta in molte parti d Italia e per le conseguenze del riscaldamento crescente della temperatura del mare che già vediamo nella comparsa di nuove specie di alghe e pesci”.

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