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Ecosistema urbano, il report Legambiente conferma il disastro siciliano: Catania e Palermo in fondo alla classifica

Ecosistema urbano, il report Legambiente conferma il disastro siciliano: Catania e Palermo in fondo alla classifica
Città green, immagine di repertorio da Imagoeconomica

Dissesto idrogeologico, rifiuti e qualità dell’aria tra i problemi principali. Nella graduatoria nazionale, le grandi città dell’Isola finiscono nelle ultime posizioni

Smog opprimente, dispersione idrica alle stelle, piste ciclabili ancora ben lontane dalla media nazionale, dissesto idrogeologico e consumo del suolo a livelli record… Non è affatto lusinghiero il quadro che viene fuori dal report “Ecosistema Urbano” 2026, l’analisi sulle performance ambientali delle principali città italiane realizzata da Legambiente assieme ad Ambiente Italia e Il Sole 24 Ore: la Sicilia, come spesso – purtroppo – siamo abituati a sentire, occupa i livelli più bassi della classifica nazionale su più fronti, confermandosi – malgrado i tanti progetti aperti e lo sforzo di attivisti, istituzioni e volontari – un modello da non imitare.

Il quadro peggiore nelle grandi città, soprattutto Palermo e Catania. Nella classifica nazionale, basata su 106 capoluoghi, infatti, le due città siciliane collezionano rispettivamente le posizioni 103 (Catania) e 104 (Palermo) con un punteggio di 37,45% e 36,74%. Peggio fanno solo Reggio Calabria e Napoli, che occupano gli ultimi due spazi.

Ecosistema Urbano, la situazione generale sull’Isola

Non va molto meglio per le altre città siciliane. Da notare, infatti, che tutti i capoluoghi di provincia dell’Isola presi in esame dal report di Legambiente si trovano nella seconda parte della classifica: il primo è Enna, al 55esimo posto con un punteggio del 55,01%, l’ultimo – come già detto – Palermo. Segue Enna la città di Ragusa (50,79%), mentre finiscono tutti nella parte finale della graduatoria nazionale – praticamente una di seguito all’altra – Siracusa (87esimo posto, 45,47%), Messina (89esimo posto, 45,19%), Trapani (91esimo posto, 43,16%), Caltanissetta (92esimo posto, 42,48%) e Agrigento (41,74%). Chiudono invece le grandi città regionali, Catania e Palermo, come già detto ai posti 103 e 104 della classifica con punteggi inferiori al 40%.

Qualità dell’aria, acque, rifiuti, mobilità, ambiente urbano ed energia sono i campi presi in analisi, dove – nella maggior parte dei casi – l’Isola ha fallito.

Il consumo di suolo e il dissesto idrogeologico, le tristi condizioni della Sicilia

Parlando dell’Isola a livello generale, il dato più drammatico è quello relativo allo stato del suolo e delle coste. Come era già stato denunciato nel dossier “Coste siciliane alla deriva” e più volte ribadito negli approfondimenti del QdS.it (qui uno dei più recenti), in Sicilia il consumo del suolo assume dimensioni allarmanti.

Nel solo biennio 2023-2024 – si legge nel report “Ecosistema Urbano” 2026 – la Sicilia è risultata “tra le regioni con l’incremento più marcato”, con 799 nuovi ettari di terreno consumati. In provincia di Messina, uno dei territori più fragili sotto questo profilo e oggetto di casi studio di Legambiente, “il suolo artificializzato ha raggiunto il 6,03% della superficie provinciale”. E per la fascia costiera non va meglio, dato che il livello di artificializzazione risulta “significativamente superiore alla media regionale”.

Un dato, quello del consumo del suolo, che si intreccia con gli altrettanto interessanti e drammatici fenomeni dello spopolamento e della pressione urbanistica sulle aree costiere. Fino alla metà del Novecento il cuore pulsante della Sicilia era composto di borghi, piccoli paesi e realtà collinari dedite principalmente ad agricoltura e pastorizia. Dopo il secondo Dopoguerra, l’equilibrio si è rovesciato e “lo sviluppo delle infrastrutture di comunicazione, la concentrazione dei servizi essenziali nei centri costieri e l’affermarsi del turismo balneare di massa – spiega Legambiente – hanno spostato l’asse demografico ed economico verso il mare”. Così è crollata la presenza nell’entroterra e ancora oggi “l’emorragia prosegue”. Quel che si perde all’interno, si sposta spesso sulle coste. E questo comporta costi ambientali, soprattutto di lungo periodo, che si traducono in una maggiore vulnerabilità del territorio.

Tra carenza idrica e fragilità territoriale

Il territorio siciliano è fragile, esposto ai fenomeni meteo estremi sempre più di frequente. Lo confermano il ciclone Harry, la frana di Niscemi, tutti gli eventi legati al maltempo che hanno gettato l’Isola nell’emergenza costante. Gli ultimi dati ISPRA segnalano che la superficie a rischio frana è passata da da 55.400 a 69.500 km² dal 2021 al 2024. L’incremento in Sicilia è stato del 20%, uno dei più marcati a livello nazionale.

In Sicilia vivere in un’area non a rischio è praticamente un lusso. Il caso Niscemi insegna molto a tal proposito. Così come è un lusso un bene che in realtà è primario: l’acqua. Tutte le province dell’Isola prese in considerazione dal report “Ecosistema Urbano” (mancano i dati di Agrigento e Trapani) nel 2025 contano più del 25% di acqua sprecata. Per consumi idrici a livello domestico, invece, Enna è un esempio virtuoso ma Agrigento e Trapani risultano tra le città maggiormente in difficoltà. E le stesse due città mostrano criticità anche con i sistemi di depurazione. In alcune città della Sicilia – come Catania, Palermo e Messina -, inoltre, si disperde più di un terzo dell’acqua potabile immessa nelle reti idriche.

Tra rifiuti e smog

L’aria che respirano e le strade su cui camminano i siciliani non sono certo delle migliori. Si difende Enna, in parte anche Messina. Palermo e Catania, però, sono maglia nera sia sul fronte dello smog (la prima) e del numero di auto circolanti (la seconda). E il problema non si ferma alla qualità dell’aria. Spostando lo sguardo verso il basso, i rifiuti invadono le strade delle grandi città siciliane. E sulla raccolta differenziata – rivela l’analisi di Legambiente – la realtà urbana di Catania si trova “in seria difficoltà a tenere il passo” con la media nazionale; Palermo rimane addirittura “inchiodata a percentuali imbarazzanti”, ultima tra i capoluoghi considerati dallo studio.

Si fa qualcosa? Le iniziative prese in considerazione

Tra uno stato d’emergenza e l’altro, i finanziamenti in Sicilia non mancano per risolvere almeno una parte della lunga lista di problematiche che tormentano l’Isola. A livello nazionale, esiste un Fondo per la riduzione dell’esposizione a situazioni di rischio. Ci sono 50 milioni per le conseguenze del ciclone Harry per Sicilia, Calabria e Sardegna, ma anche 200 milioni a livello nazionale per interventi volti a prevenire il dissesto idrogeologico e altri 100 milioni per ridurre il rischio sismico. Tre temi decisivi per le sorti dell’Isola, dove la strada da fare è ancora lunga.

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