In Sicilia c’è un intero comune che sfugge alla legge: Serradifalco. Terra sulfurea, c’erano le miniere di zolfo, e si sa che quello è l’odore del diavolo.
Questo comune ha eletto un sindaco, Leonardo Burgio, in spregio alla legge regionale, che prescrive il limite di due mandati per i sindaci, in un’ottica di trasparenza amministrativa e ricambio politico, forse. Solo che questa legge regionale è difforme dal resto del Paese, che al di sotto di un certo numero di abitanti, è il caso di Serradifalco, può consentire ulteriori mandati.
C’è da dire che questa maggioranza al governo dell’isola poteva uniformarsi alla legge in vigore nel resto d’Italia, ha pure votato due volte a riguardo, ma la maggioranza è venuta meno. Voi penserete che il sindaco di Serradifalco, paese che diede i natali a un ottimo assessore alla sanità siciliana, il democristianissimo Bernardo Alaimo, sia un pericoloso sovversivo grillino o di ultra sinistra. Nient’affatto, è di destra, e appartiene alla Lega, che è nella maggioranza di governo regionale. Non solo, è il figlio della potentissima – è stata appena nominata in una grande società a partecipazione pubblica nazionale – ex assessora alla sanità, tutto torna la da quelle parti, siciliana.
Il Prefetto di Caltanissetta, esponente del Ministero degli Interni a guida del leghista, in quella quota è stato nominato, Piantedosi, è contrario a questa forzatura della legge. È già qui che incontriamo il primo paradosso in ambito leghista. Il Prefetto accusa di illegittimità il sindaco, che ha ignorato il limite dei mandati e si è fatto rieleggere per la terza volta. Il caso è sul tavolo dell’assessore regionale Elisa Ingala, in quota Mpa, lo stesso partito, non certamente filoleghista, che ha avuto posizioni nettamente contrarie a questa forzatura di legge in casa Lega. L’assessore, ai sensi delle norme vigenti, dovrebbe commissariare il Comune con un decreto da portare in giunta. Altrimenti è passibile di omissione, e delle conseguenze contabili di una giunta non legittima, e pertanto passibile di denuncia alla Corte dei Conti per danni erariali. Secondo paradosso. L’opposizione regionale non fa nessuna denuncia alla Corte dei conti o esposto in Procura per il caso di illegittimità. Altro paradosso.
La verità è che proprio la legge regionale a essere, se non illegittima, incongrua. Ben 18 tra sindaci ed ex sindaci, di varia estrazione politica, hanno firmato un appello a sostegno della forzatura illegittima di Serradifalco. Ma così ha voluto la maggioranza di governo, non votando la riforma del terzo mandato. La quale oggi non governa, ai sensi delle norme vigenti, non commissariando l’Ente. Perché? Perché la madre del sindaco per difendere suo figlio sarebbe capace di vendette da fine di mondo? O perché la maggioranza salterebbe definitivamente, portandoci al voto regionale che nessun deputato vuole? E allora perché Raffaele Lombardo, esponente politico con due assessori in giunta regionale, cita Serradifalco come madre di tutte le battaglie manco fosse Baghdad?
Se Lombardo volesse perseguire una legittimità delle norme regionali in difformità di quelle nazionali, proposito di netto stampo autonomista, dovrebbe solo chiedere alla sua assessora agli Enti locali di portare, ai sensi delle norme, in giunta il decreto di scioglimento. Perché non lo fa? Ulteriore paradosso. Aspetta che Schifani decida motu proprio, disfacendo la sua già fragile maggioranza?
In questo limbo giudiziario tutto si ferma. Perché in Sicilia la legittimità, la legalità, sono parole nel vento, da discettare nelle celebrazioni annuali dei martiri della giustizia. Le parole maggioranza e potere sono invece pietre fondative ben più solide, e da onorare con massima devozione. E questo in Sicilia non è un paradosso, ma un paradigma.
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