Il No ai termovalorizzatori avvelena l’Isola mentre i signori delle discariche fanno affari d’oro - QdS

Il No ai termovalorizzatori avvelena l’Isola mentre i signori delle discariche fanno affari d’oro

Rosario Battiato

Il No ai termovalorizzatori avvelena l’Isola mentre i signori delle discariche fanno affari d’oro

venerdì 13 Settembre 2019 - 00:00
Il No ai termovalorizzatori avvelena l’Isola mentre i signori delle discariche fanno affari d’oro

Accesso ispettivo alla Sicula trasporti. Business costantemente sotto accusa che neanche il Governo Musumeci ha scalfito. Impiantistica carente: la differenziata da sola non può risolvere l’emergenza

PALERMO – Discariche private ancora nel mirino della magistratura. Nei giorni scorsi la sede legale e gli impianti della Sicula Trasporti, azienda leader del settore rifiuti dell’Isola, hanno ricevuto un accesso ispettivo su disposizione della Prefettura di Catania, in ottemperanza del codice antimafia. Un altro affondo per il settore delle discariche private che, anche a fronte della crescita della differenziata decantata dalla Regione (circa il 40%), resta comunque ancora indispensabile per la gestione di una grossa fetta di rifiuti urbani prodotti: 1,6 milioni di tonnellate, circa il 73% del totale (dati Ispra aggiornati al 2017).

Per funzionare e avviare le economie di scala e ridurre il danno ambientale sarebbe necessario un ciclo completo, dal riciclo al recupero termico ed elettrico per chiudere il cerchio come avviene in Germania o in Svizzera che smaltiscono in discarica la frazione residuale con percentuali inferiori al 5%, ma nel nuovo piano rifiuti della Regione non si prevedono ancora i termovalorizzatori – una scelta che di fatto non si esclude, ma si demanda alle Srr (società di gestione dei rifiuti) – anche per motivazioni di ragione ambientale. Eppure impianti del genere sono presenti in tutte le città italiane ed europee in cui la gestione è virtuosa, con percentuali di smaltimento in discarica vicino allo zero, mentre la movimentazione dei rifiuti continua a stimolare i gas di scarico dei compattatori, senza considerare le conseguenze sull’ambiente dell’interramento dei rifiuti.

UN MOVIMENTO DA FARE IMPAZZIRE I POLMONI
Nella discarica della Sicula Trasporti, nel territorio di Lentini, conferiscono circa 250 comuni della Sicilia orientale, con situazioni che si complicano quando i trasferimenti arrivano pure dall’altra parte dell’Isola. Bisogna infatti considerare che la Sicilia continua ad avere discariche sature o al limite della saturazione e ad ogni emergenza la situazione si complica e gli spostamenti si moltiplicano. Negli ultimi anni, infatti, le nove discariche, mappate nel catasto dell’Ispra, hanno chiuso a singhiozzo o hanno rallentato il conferimento imponendo spesso delle nuove rotte e quindi maggiore inquinamento. Lo scorso luglio, solo per citare uno degli ultimi fatti di cronaca, un decreto della Regione, in attesa della settima vasca di Bellolampo, aveva autorizzato il conferimento, per un anno, di 235 mila tonnellate d’immondizia del capoluogo tra Lentini, Motta e Siculiana.

In tutta Italia, secondo dati di Unioncamere elaborati dal deputato stellato Alberto Zolezzi in uno studio presentato nel corso della passata legislatura, la movimentazione dei rifiuti ha riguardato 42 milioni di tonnellate (32 soltanto come spostamenti interni), con circa 1 milione e mezzo di tir da 25 tonnellate. Tir che ogni anno producono oltrre un milione di tonnellate di Co2. Tra le Regioni più interessate, ovviamente nel campo dell’esportazione, proprio la Sicilia, che spesso offre ad altri, e pesando sulle tasche dei siciliani, quegli scarti che invece sarebbero ricchezze da sfruttare nell’ambito del recupero elettrico e termico, come avviene nel resto dei sistemi virtuosi e funzionanti.

I TERMOVALORIZZATORI INQUINANO DI MENO
Chicco Testa, presidente di Fise Assoambiente, associazione delle imprese di igiene urbana, gestione, recupero e riciclo di rifiuti urbani e speciali ed attività di bonifica, è stato intervistato dal QdS qualche mese fa proprio su questo tema e, citando i dati dell’ultimo rapporto sulle emissioni dell’Ispra poi riportato anche nel report dell’Agenzia europea per l’ambiente, è stato particolarmente preciso: “L’inquinamento prodotto dagli impianti di trattamento rifiuti (con riferimento anche alla termovalorizzazione) è minimo e di gran lunga inferiore rispetto a quello prodotto da altri settori quali il trasporto ed il riscaldamento che incidono in maniera significativa”.


Impiantistica carente: la differenziata da sola non può risolvere l’emergenza

PALERMO – Per abbassare i costi, lanciare la filiera del rifiuto nel nome dell’economia circolare servono gli impianti, che del resto, nel corso di questa crescita torrenziale della differenziata, hanno dimostrato l’impossibilità di reggerne il ritmo. Nei giorni scorsi una nota della Regione ha fatto il punto proprio sulla situazione impianti che, stando a quanto riportato, vede le strutture esistenti riuscire a “fronteggiare ampiamente il fabbisogno di circa 400 mila tonnellate l’anno di organico da trattare, ma restano alcune criticità su cui il governo lavora senza sosta”.

Attualmente, infatti, sono “presenti 14 impianti di trattamento della frazione umida, 8 privati e 6 pubblici”; tuttavia, a seguito di “irregolarità accertate a vario titolo da Noe, Arpa, Asp e Province, o di provvedimento giudiziario”, ci sono due impianti fermi, Sicilfert e Giglione, e altri a ritmo ridotto o che si sono fermati per manutenzione (Raco e Ofelia). Soltanto un mese fa ha riaperto Raco (e si prevede che torni a regime nel giro di una settimana), mentre Sicilfert è “in attesa dell’Aia e oggi limitata da alcune prescrizioni dell’Arpa”.

Il governo Musumeci ha cercato di trovare soluzioni adeguate dando “input di finanziare e avviare a realizzazione, in via sostitutiva delle Srr inadempienti, quattro nuovi impianti di trattamento dell’umido in avanzata fase di progettazione – Casteltermini, Ravanusa e Calatafimi-Segesta – mentre per Vittoria i lavori saranno completati entro fine mese” e si lavora anche nel tentativo di “recuperare somme per riavviare il Polo di Castelvetrano (chiuso a causa del fallimento dell’Ato e prossimo a essere rilevato dai Comuni trapanesi) e per potenziare gli impianti di Sciacca e Castelbuono”. La Giunta ha deliberato, nel corso degli ultimi mesi, circa 160 milioni di euro per nuovi impianti pubblici. Ancora niente, invece, per il recupero termico ed elettrico.

Si tratta, comunque, di un’impiantistica che potrà avere un senso con una raccolta differenziata almeno al 65%. Attualmente la Regione, sulla base di un monitoraggio sul primo trimeste 2019, criticato dalle opposizioni per la metodologia adottata, dichiara di aver raggiunto il 40% di raccolta. Si tratta di una media, ovviamente, che non la dice tutta sulla realtà dei fatti. A leggere la graduatoria dei Comuni, infatti, troviamo in cima i più piccoli: Contessa Entellina è arrivata al 92,7%, seguita da Longi (90,5%), Calamonaci (89%), San Cipirello (87,8%), Rometta (86,7%), Mazzarrone (84,5%); Villalba (83,9%) Villafranca Sicula (83,5%), Montedoro (83,3%) e Misilmeri (83,2%).

I primi nove della graduatoria, contati tutti assieme, valgono meno di 30 mila abitanti. La top ten arriva a 60 mila abitanti complessivi soltanto per la presenza di Misilmeri, uno dei pochi comuni modello che, a fronte di circa 30 mila abitanti, riesce a far registrare numeri europei.


Termovalorizzatori costosi? Già paghiamo quelli del Nord

PALERMO – A tornare sul tema caro-rifiuti, nei giorni scorsi, è stato Saverio Romano, leader di Cantiere Popolare, che ha dichiarato come nelle bollette i siciliani trovino “una voce riferita al contributo che pagano per le fonti rinnovabili ed assimilabili (Cip 6). Ebbene in essa sono compresi i termovalorizzatori distribuiti sul territorio nazionale (ben 53) di cui ben 13 in Lombardia e nessuno in Sicilia”.

Di certo c’è che la Sicilia associa la peggiore gestione a livello nazionale – anche le ottimistiche cifre della Regione che danno la differenziata al 40% per il primo quadrimestre del 2019 si scontrano con una media nazionale che, ancora nel 2017, era già 15 punti percentuali più avanti – con l’assenza di impiantistica adeguata e costi esorbitanti.

Lo studio realizzato dal Servizio politiche territoriali della Uil, che ha elaborato i costi in 105 Città capoluogo di provincia, per una famiglia con una casa di 80 mq e quattro componenti, ha stimato la presenza di quattro comuni capoluogo isolani tra le prime dieci città più care d’Italia e la presenza di due tra le prime tre. A fronte di un dato nazionale che in valore assoluto – stimato sul 2019 – vale circa 300 euro all’anno a famiglia (3 euro in più dello scorso anno) a Trapani si pagherà la cifra record di 550 euro e poi, terzo posto nazionale, Agrigento con 470 euro.

All’ottavo posto della top ten si trova Messina (438 euro) e poi Ragusa al decimo (431 euro). Poco più in basso si trova Catania (circa 400 euro), che ha una delle media di differenziata più basse (11,5% ancora nel 2019), e che nell’ultimo anno ha visto la Tari crescere del 17,9%. E intanto il tasso di evasione nel capoluogo etneo resta esagerato, ma questa è un’altra storia.

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