Chicco Testa: "Trasformare i rifiuti in risorse cambiando l’idea che i cittadini ne hanno" - QdS

Chicco Testa: “Trasformare i rifiuti in risorse cambiando l’idea che i cittadini ne hanno”

Valerio Barghini

Chicco Testa: “Trasformare i rifiuti in risorse cambiando l’idea che i cittadini ne hanno”

sabato 08 Giugno 2019 - 00:00
Chicco Testa: “Trasformare i rifiuti in risorse cambiando l’idea che i cittadini ne hanno”

Forum con Chicco Testa presidente Fise Assoambiente. Serve una svolta della classe politica: "a un anno dall’insediamento del Governo non siamo riusciti ancora a incontrare il ministro dell’Ambiente, nonostante le reiterate richieste: che un non addetto ai lavori possa avere un’idea confusa di termovalorizzatore, ci può stare, ma un amministratore pubblico non può permettersi questo lusso"

Non appena si pronuncia il sostantivo “ambiente”, automaticamente inizia ad aleggiarne un altro, che incute paura: “Termovalorizzatore”. Come spiega questo ostracismo? Davvero i rifiuti generano inquinamento?
“Iniziamo pure a sfatare questo luogo comune: i dati ufficiali dell’Ispra – Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale del Ministero dell’Ambiente – dicono tutt’altro. Il fattore che produce più inquinamento è il trasporto su strada, mentre i rifiuti hanno una percentuale prossima allo zero”.

Come spiega, allora, quanto detto in precedenza?
“C’è un aspetto razionale, trasformatosi però, con il tempo, in irrazionale. Quello razionale può anche essere considerato un motivo nobile: ‘Se bruciate i rifiuti allora la raccolta differenziata non viene più fatta’. Che poteva essere vero fino a vent’anni fa. Oggi, irrazionalmente, abbiamo finito con il creare nell’immaginario collettivo un mostro dal quale non riusciamo più a liberarci. Arrivando a dei paradossi, come accade nella città di Roma, i cui amministratori neanche prendono in considerazione l’ipotesi di un termovalorizzatore, salvo poi chiedere a città del Nord come Milano, Bologna o Padova di farsi carico dei rifiuti della Capitale gestendoli nei rispettivi impianti, se non addirittura optando per l’esportazione degli stessi e sborsando fior di quattrini. A tal proposito, mi piace ricordare quanto affermò, nel 2012 un olandese, Eric Sloots, direttore commerciale di Avr, azienda con la quale il Comune di Napoli aveva stipulato un accordo relativo al trasporto della ‘monnezza’ dal Golfo ai Paesi Bassi. Sloots dichiarò che grazie agli amici napoletani in Olanda si sarebbero fatte 35 milioni di docce calde, a indicare che la spazzatura, per il trasporto della quale gli italiani pagavano soldi, loro l’avrebbero trasformata in energia per produrre acqua calda”.

Cosa si può fare, dunque, per cambiare la mentalità dell’opinione pubblica che, spesso, non sa neanche cosa siano questi impianti?
“Sono del parere che vale il vecchio adagio secondo cui il pesce puzza dalla testa: se la cosiddetta élite non è unita nel mandare i messaggi corretti, è naturale che l’opinione pubblica sia disorientata, generando un gap comunicativo difficile da colmare, peggiorato dal fatto che, in questo momento, siamo completamente privi di interlocutori. Basti pensare che a oggi, trascorso poco più di un anno dall’insediamento del Governo Giallo-Verde, né io né il mio collega di Utilitalia, l’associazione omologa che raggruppa le imprese pubbliche e municipalizzate, siamo riusciti ancora a incontrare il ministro dell’Ambiente, nonostante le reiterate richieste presentate. Che un non addetto ai lavori possa avere un’idea confusa di termovalorizzatore, ci può stare. Ma un amministratore pubblico, sia egli sindaco o governatore di una Regione, è un lusso che non può permettersi. L’unico che ha avuto il coraggio di dirlo è stato Matteo Salvini, anche se ha esagerato perché un termocombustore in ogni provincia è troppo”.

Lei li ha chiamati termocombustori. Magari sarebbe sufficiente un semplice cambio di vocabolo per renderli meno spaventosi. Il Quotidiano di Sicilia ha coniato il sostantivo “energimpianti” che, forse, fa meno impressione…
“È possibile. Al di là del dizionario, comunque, esistono profonde differenze fra Nord e Sud Italia ai cui estremi si pongono da un lato la Lombardia che, di fatto, ha raggiunto i parametri europei con il 65 per cento di riciclo (che significa 80 per cento di differenziata); dall’altro la Sicilia, con una media regionale di raccolta differenziata che secondo l’assessore all’Ambiente non raggiunge il 30% e più del 70% per cento della spazzatura che finisce in discarica. In mezzo, c’è un mondo e una media nazionale che si attesta attorno al 18% di recupero energetico, concentrata tutta al Nord, con la sola eccezione della Puglia dove ci sono un paio di strutture private, oltre a una di compostaggio nei pressi dell’aeroporto di Bari Palese, che rappresentano delle eccellenze”.

Pronti 10 mld di investimenti privati

Gli impianti di compostaggio possono rappresentare un aiuto per risolvere la questione rifiuti?
“Di sicuro lo sono, anche se non costituiscono la panacea. L’impianto di compostaggio lavora in presenza di ossigeno, utilizzando un processo che trasforma l’umido in ammendante, cioè in un prodotto che serve ad arricchire e nutrire il terreno. Il mondo industrializzato, però, si sta orientando verso un’altra direzione, preferendo processi anaerobici, senza la presenza di ossigeno, da cui vengono estratti gas e metano poi immessi in rete. Mi riferisco alle strutture che producono biogas, come quella nei pressi di Bergamo, forse la più importante in Italia, che tratta annualmente 600 mila tonnellate di umido. In ogni caso, in Italia occorre che la gestione dei rifiuti non venga vista come un problema ambientale, ma come un pezzo di politica industriale. Perché ciò accada sono necessari impianti, tecnologie e imprese. In totale abbiamo valutato che ci vogliono circa 10 miliardi di investimenti e il settore privato è pronto e disponibile a fare la propria parte, ma chiede una cosa sola: certezza delle regole. Sciolto questo importante nodo, uno stanziamento di 10 miliardi si tradurrebbe, fatti salvi 10 mila posti di lavoro per ogni miliardo di euro, in 100 mila occupati in un settore che, oltretutto, è, in alcune fasi, labour intensive, poco automatizzato e con molta manualità”.

Un importante contributo alla sensibilizzazione lo può dare Assoambiente che, raggruppando diverse imprese, svolge un ruolo chiave per comunicazione e informazione…
“Certamente e giorno per giorno cerchiamo di fare sempre di più. Appena tocchi l’argomento rifiuti, però, il problema non è solo ‘termovalorizzatore sì, termovalorizzatore no’. Emerge per le aziende del settore un paradossale problema reputazionale, ovvero una erronea percezione da parte dell’opinione pubblica del reale ruolo di queste imprese nel sistema economico. Stiamo parlando di un mondo che viene subito associato a qualcosa di poco trasparente, nonostante gli impianti oggi siano tenuti al rispetto di stringenti adempimenti burocratico-amministrativi per la tracciabilità (per ora solo cartacea).

Qual è dunque il vostro fine?
“Con Assoambiente mi sono posto l’obiettivo di motivare un management che deve sentire l’orgoglio di svolgere un mestiere fondamentale. In questi giorni, per esempio, siamo reduci da un’iniziativa che ha riscosso ampio consenso, Impianti aperti, che si inserisce nel contesto del Festival dello Sviluppo sostenibile 2019. Da Isernia a Taranto, da Potenza a Rieti, da Viterbo a Bergamo diverse strutture hanno aperto le proprie porte per poter essere visitate. Il messaggio che abbiamo voluto divulgare è stato: venite a vedere che fine fa la vostra spazzatura. In Italia è necessario superare il pregiudizio per fornire una visione di medio e lungo periodo in tema di amministrazione del rifiuto. Anche in chiave di capacità innovativa. È con questo obiettivo che abbiamo indetto il Premio Pimby Green con cui, il prossimo 3 luglio, premieremo pubbliche amministrazioni e imprese che si sono distinte nel campo dell’energia e della gestione degli scarti, attraverso la realizzazione di impianti tecnologicamente avanzati e non solo”.

Tari in bolletta elettrica? Soluzione che non ci piace

Come giudica la proposta di cui si è parlato a fine 2018, circa il possibile inserimento della Tari nella bolletta elettrica?
“Per carità, non esiste proprio. Già quando Renzi inserì il canone Rai nel conto elettrico io mi opposi strenuamente e battagliai affinché non venisse introdotto. Il principio basilare è che il lavoro svolto dal gestore elettrico è unicamente quello di fornire energia elettrica e basta. Dissi al Governo: non potete utilizzarci come un treno che giunge a destinazione regolarmente e puntuale, sul quale è possibile caricare di tutto. Per di più, nel caso della Tari un meccanismo di esazione a mezzo fattura dell’elettricità sarebbe impossibile: l’importo del canone tv, quanto meno, è uguale su tutto il territorio nazionale. Ma per la Tassa rifiuti, che ha criteri diversi da comune a comune, dovremmo disporre di un database pazzesco e sapere che a Palermo carichiamo una certa cifra, a Bergamo un’altra e a Roma un’altra ancora. Oltretutto, con differenze da utente a utente nell’ambito dello stesso comune: basti pensare, per esempio, alla riduzione riconosciuta alle unità immobiliari occupate da un singolo individuo. Una follia. Ribadisco che il compito dell’azienda elettrica è quello di produrre e vendere energia ed è impensabile gravare la bolletta di ulteriori imposte e tasse. Soprattutto in Italia dove, se andiamo a leggere il dettaglio del conto che ogni due mesi ci viene spedito, scopriamo che ben il 50 per cento delle voci si riferisce a tributi di varia natura e solo la restante parte riguarda il prodotto. Una percentuale esattamente doppia rispetto al resto d’Europa dove sì in bolletta ci sono Iva e altri oneri, ma non superano il 20-25 per cento”.

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