Le zavorre che pesano su Musumeci, ecco perché la Sicilia si è inceppata e non riesce a ripartire - QdS

Le zavorre che pesano su Musumeci, ecco perché la Sicilia si è inceppata e non riesce a ripartire

Patrizia Penna

Le zavorre che pesano su Musumeci, ecco perché la Sicilia si è inceppata e non riesce a ripartire

venerdì 25 Ottobre 2019 - 00:00
Le zavorre che pesano su Musumeci, ecco perché la Sicilia si è inceppata e non riesce a ripartire

Emergenza rifiuti, burocrazia, maggioranza risicata all’Ars, debito e Pil inchiodato a 87,6 miliardi. Paolo Capone, segretario generale Ugl al QdS: “Sicilia spesso messa in un angolo dai governi nazionali, Musumeci ha ereditato Regione allo sbando, Roma lo sostenga di più”

DISCARICHE
Basta munnizza a cielo aperto”: è questo il titolo della petizione che il Quotidiano di Sicilia ha lanciato su change.org con il preciso obiettivo di “scuotere” le coscienze dei siciliani e permettere loro di comprendere che la dipendenza atavica dal sistema discariche ha alimentato le lobbies ed avvelenato noi e i nostri figli.

Uscire da questa gestione emergenziale ormai non più tollerabile è un dovere. Il governo Musumeci ha ufficialmente aperto all’inserimento di due impianti nel Piano rifiuti come previsto dallo Sblocca Italia ma dobbiamo “rimproverare” al nostro Presidente, un atteggiamento troppo “timido” nei confronti della possibilità, più volte sollecitata e auspicata, di realizzare impianti a basso impatto ambientale, capaci di smaltire e di trasformare in energia i rifiuti: manca una presa di posizione ferma, decisa, ma soprattutto risolutiva.

BUROCRAZIA
Personale in sovrannumero e con scarse competenze. La burocrazia regionale siciliana è tra le più “scassate” d’Europa. Malata di elefantiasi, la macchina amministrativa di Palazzo d’Orléans piange le conseguenze di una gestione clientelare delle assunzioni, tra l’altro più volte stigmatizzata dalla Corte dei Conti.
A Musumeci va certamente riconosciuto il merito di aver portato a termine, non senza fatica, la riforma della burocrazia regionale che ha visto la luce con l’approvazione all’Assemblea regionale siciliana della legge 7/2019. Tempi certi, responsabilità del procedimento, potere sostituitivo in caso di inerzia e silenzio assenso: sono queste le principali novità introdotte dalla nuova legge che abroga la vecchia l.r. 10/91 e si adegua alla normativa nazionale nell’ottica di perseguire al meglio i criteri di efficienza, economicità, efficacia, imparzialità e trasparenza che dovrebbero reggere la macchina amministrativa. Tuttavia, se da un lato nella legge si afferma, in linea teorica, il principio secondo il quale chi non fa il proprio lavoro, viene punito sia da un punto di vista disciplinare che economico, su questo fronte bisognava osare di più con sanzioni più severe ma soprattutto certe.

DEBITO
Proprio qualche giorno fa, Moody’s ha confermato il rating Ba1 alla Sicilia: certamente una scelta di “fiducia” nei confronti del governo Musumeci al quale va riconosciuto il merito di non aver acceso altri mutui e di non aver creato altri debiti. E questo, di per sé, è una buona notizia. La Regione, con tono trionfalistico, ha commentato il risultato confermando entro il 2020 la riduzione del debito a 7 miliardi. In verità, i 7 miliardi di cui parla la Regione, si riferiscono solo ai mutui, cioè al debito in senso stretto a carico della Regione. In realtà, come scritto nero su bianco dalla stessa Regione qualche mese dopo l’insediamento di Musumeci, “al 31 dicembre 2016 (…) la consistenza del debito è pari a 8 miliardi, corrispondente al 53,7% del totale delle passività finanziarie”. Ciò significa che, oltre ai mutui, ci sono altre voci che compongono il debito siciliano (derivati, debiti verso fornitori, anticipazioni di liquidità dallo Stato, ecc.) che oscilla complessivamente intorno ai 15 miliardi. Una cifra da capogiro che pesa come un macigno sui siciliani e che condiziona pesantemente l’operato del governo Musumeci, costretto a fare i conti con il passato.

MAGGIORANZA RISICATA ALL’ARS
“Non so cosa sia la maggioranza, questo governo dal primo giorno non ha maggioranza parlamentare. Abbiamo una coalizione e in questa coalizione chi vuol stare ci sta”: le eloquenti parole del Presidente Musumeci sono la fotografia di una situazione che la XVII Legislatura si porta dietro sin dalla sua nascita. La mancanza di una maggioranza solida a Sala d’Ercole complica non poco il lavoro del governo regionale poiché espone quest’ultimo al rischio di finire sotto i colpi di franchi tiratori e non è una novità il fatto che l’approvazione di una legge si trasformi ogni volta in una sorta di “lotteria”.

PIL SICILIANO INCHIODATO A 87,6 MILIARDI
Tra il 2013 e il 2017, l’Istat certifica che il prodotto interno lordo siciliano è cresciuto di appena 1,3 miliardi, passando da 86,3 a 87,6 miliardi (valori a prezzi correnti). La ricchezza prodotta in Lombardia, invece, nello stesso intervallo di tempo è cresciuta di 37 miliardi. E ancora: nel 2017 il Prodotto interno lordo pro-capite siciliano ha superato di poco i 16 mila euro (precisamente si parla di 16.254 euro), contro i 35.732 della Lombardia.
Un valore, quello dell’Isola, ben al di sotto della media meridionale (17.320 euro ad abitante) e il secondo dato più contenuto in Italia. Un Pil più basso, infatti, lo troviamo solo in Calabria (15.934 euro per cittadino).

Il punto di vista: l’intervista in esclusiva del Qds a Francesco Roberto Capone, segretario generale dell’Ugl dal 2015

CATANIA – Francesco Paolo Capone, segretario generale dell’Ugl è stato qualche giorno fa a Catania per presentare il suo nuovo libro dal titolo: “#POPULECONOMY L’economia per le persone e non per le élites finanziarie”. La presentazione del libro è stata anche un’occasione per conoscere il suo punto di vista sulle problematiche della Sicilia e del Sud più in generale.

Segretario Capone, la Sicilia colleziona un primato negativo dopo l’altro. Quando si parla del disastro Sicilia si finisce sempre con lo scaricabarile tra Roma da una parte che ci bacchetta per sprechi ed inefficienze e la classe politica regionale che rimprovera allo Stato scarsa attenzione nei confronti della Sicilia e dell’intero Sud. Dove sta secondo Lei la verità?
“La verità, probabilmente, è a metà, perché se da una parte lo Stato evidenzia spesso sprechi e inefficienze dell’amministrazione regionale siciliana, dall’altro è pur vero che questa terra è stata spesso messa in un angolo. Ed è inammissibile, perché la Sicilia ha un potenziale economico enorme, grandi risorse umane e un fascino turistico eccezionale. Purtroppo, non è abbastanza valorizzata e in questa prospettiva servirebbero, ad esempio, investimenti e progetti in grado di sviluppare una rete viaria ancora inadeguata. Sarebbero, inoltre, necessari interventi utili ad arginare un diffuso dissesto idrogeologico che in molte zone crea forti disagi alla popolazione. Non solo, un dialogo migliore e una collaborazione più concreta tra le politiche attuate dallo Stato e quelle della Regione siciliana permetterebbero di dare a questa splendida isola un futuro importante, puntando magari sui giovani e sulla loro capacità imprenditoriale. La posizione geografica della Sicilia, poi, è strategica in questa prospettiva di crescita e dovrebbe essere incentivata con la costruzione di una moderna rete autostradale, capace di collegare in maniera efficace le province tra di loro e offrire attraverso una efficiente struttura ferroviaria una nuova mobilità a chi ogni giorno si sposta per lavoro”.

Quali consigli si sentirebbe di dare al Presidente della Regione siciliana, Nello Musumeci, per dare una svolta?
“Il presidente Nello Musumeci ha ereditato una regione lasciata allo sbando dalla precedente amministrazione e piano piano la sta portando ad un livello di crescita accettabile, pur tra mille difficoltà. Musumeci, ex sindacalista, tre legislature al Parlamento europeo, già Sottosegretario nel Governo Berlusconi del 2011, ha la necessaria esperienza professionale e le qualità umane e politiche per guidare la Sicilia verso una rinascita complessiva. È vicino alle esigenze dei cittadini, sostiene le iniziative dei giovani, lavora per dare all’isola un volto nuovo. Ma ci vuole tempo e il suo impegno dovrebbe essere maggiormente valorizzato e sostenuto dalla politica nazionale”.

Parliamo del suo libro. Cosa significa “populeconomy”? Il titolo lascia pensare ad un libro che propone soluzioni e che va oltre la “solita” analisi delle criticità che già tutti tra l’altro conosciamo. E’ così?
“Non c’è dubbio. Questo saggio, che ospita la prefazione di Matteo Salvini, esamina il fenomeno della globalizzazione e analizza la situazione economica attuale, mette una croce sia sulle politiche di austerity seguite finora dal governo sia sul Job’s Act, che ha creato solo problemi. Premesso che io sono un sindacalista e non un economista, l’idea del libro nasce dalla volontà di divulgare una lettura il più possibile vicina ai cittadini, fruibile senza troppi tecnicismi e capace di offrire soluzioni ai problemi sociali e del lavoro di oggi. Un aspetto importante, questo, che porta a un contatto diretto con i lavoratori, con le loro esigenze, con i loro problemi”.

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