Farsa sui rifiuti, se li prenda l’Ars, voto segreto uno scudo per difendere le discariche - QdS

Farsa sui rifiuti, se li prenda l’Ars, voto segreto uno scudo per difendere le discariche

Rosario Battiato

Farsa sui rifiuti, se li prenda l’Ars, voto segreto uno scudo per difendere le discariche

sabato 09 Novembre 2019 - 00:00
Farsa sui rifiuti, se li prenda l’Ars, voto segreto uno scudo per difendere le discariche

Fuori l’emergenza, in aula il teatrino. Mentre si perde tempo, due studi di Fise e Utilitalia inchiodano l’Isola “senza strategia”

PALERMO – Nel tutti contro tutti dei giorni scorsi, l’unico atto oggettivo è che la riforma dei rifiuti sembra essere andata alla deriva. Se ne riparlerà martedì prossimo in Sala d’Ercole, ma le accuse circolate in queste ore non lasciano presagire a una facile risoluzione. La riforma, secondo quanto ha tuonato Musumeci dopo la bocciatura in aula, era stata preparata in commissione con la collaborazione di Pd e 5stelle, che adesso ne dicono peste e corna. Tutti, in altri termini, vorrebbero liberare il sistema dei rifiuti dalle infiltrazioni criminose e sottrarre, allo stesso tempo, terreno alle discariche, soprattutto a quelle private, nel nome dell’economia circolare. Una volontà che si ferma al condizionale: la realtà è che, anche con una differenziata in crescita, l’Isola sembra restare immobile e sopravvive ricorrendo periodicamente all’ampliamento delle volumetrie abbancabili nelle discariche.

LE POSIZIONI IN CAMPO
Il governatore non le manda certo a dire per accusare quelli (e qui va incluso per forza qualche esponente della maggioranza) che, dopo il voto segreto, hanno bloccato una riforma che avrebbe tra le sue priorità la necessità di stoppare le infiltrazioni mafiose nel settore della criminalità organizzata. Di tutt’altro avviso è stato Claudio Fava, presidente della commissione antimafia, che ha contestato l’intervento di Musumeci in occasione della discussione del disegno di legge sul sistema di governance dei rifiuti, spiegando che si è trattato di “un intervento degno di un discorso d’insediamento, pure dichiarazioni programmatiche, come se non avesse governato già per 24 mesi”. In particolare, secondo Fava, “affermare che non si sono costruiti impianti pubblici per la lavorazione dei rifiuti solo per i ritardi accumulati dai precedenti governi è un modo svelto e furbo per tirarsi fuori dall’angolo”, allo stesso tempo “tacendo che la proroga decennale alla Oikos di Proto e l’autorizzazione per espandere di 1,8 milioni di metri cubi gli impianti della Sicula Trasporti portano la firma di questo governo”.

Per Fava la riforma della governance, di fatto, sarebbe incapace “di entrare nel merito dei problemi, anzi del problema: la predominanza e la pervasività dei privati e dei loro business nel ciclo dei rifiuti in Sicilia”. Non sono stati più teneri gli esponenti del movimento 5 stelle – il capogruppo Francesco Cappello, e componenti della commissione Ambiente, Trizzino, Di Paola, Campo e Palmeri – che hanno commentato così: “la riforma del settore rifiuti proposta dal governo Musumeci non ha né capo né coda, non risolve praticamente nulla, anzi probabilmente peggiorerà la situazione attuale”. Poi hanno aggiunto: “Sul ddl gravano 700 emendamenti e altri 40 di riscrittura, di iniziativa governativa e con questi presupposti non può essere affrontato dall’aula”. Non si risparmia neppure Gianfranco Zanna, presidente regionale di Legambiente, che sottolinea come “la bocciatura dell’articolo 1 della legge sui rifiuti, la parte cioè in cui ci sono i principi e gli obiettivi, la parte fondamentale, è solo l’inizio di quello che sarà inevitabilmente un Vietnam legislativo, per una legge, voluta, di 40 articoli”. Per l’associazione del Cigno la strada da intraprendere è quella della “legge 9 del 2010, che non è una brutta legge, apportando modifiche di aggiornamento e di correzione”.

I PUNTI CRITICI IRRISOLTI
A evidenziare le maggiori difficoltà del momento e della riforma, sono stati ancora gli esponenti stellati, che hanno messo in luce i “problemi che si sono verificati a causa della incompleta applicazione della legge 9/2010”. In campo, ci sono tre grandi criticità: “il personale (migliaia di impiegati dovranno sottoporsi a un concorso pubblico), gli impianti (la cui proprietà e il passaggio tra Ato e i nuovi soggetti gestori non viene per niente chiarito) e la spaventosa massa debitoria di 2 miliardi di euro accumulati dai Comuni nei confronti delle ex Ato”. E la riforma voluta da Musumeci di fatto “creerebbe ambiti territoriali coincidenti con le province, un retaggio del passato, condannato più volte dalla Corte dei conti e dal ministero dell’Ambiente” senza dare precise indicazioni in relazione ai tempi di attuazione dei nuovi soggetti gestori.

LA SICILIA INGABBIATA NELLE DISCARICHE
E mentre la politica s’incarta, i numeri sono sempre preoccupanti. Anche se la Regione continua a certificare percentuali di differenziata che vanno oltre il 40%, gli ultimi dati ufficiali, che derivano da quelli Ispra e fanno riferimento al 2017, sono stati presentati da Fise Assoambiente con una percentuale di conferimento in discarica record (73%) che vale circa 1,7 milioni di tonnellate di rifiuti rispetto al totale gestito di 2,3 milioni. Solo il 22% viene raccolto in modo differenziato, dato più basso a livello nazionale. “Il passaggio negli impianti di trattamento meccanico-biologico – si legge in una nota – è propedeutico, addirittura per il 96% dei quantitativi, al successivo conferimento in discarica, il recupero di materia resta un’ipotesi residuale. La voce incenerimento non è presa in considerazione per la gestione dei rifiuti nell’isola”.

Netto, a questo proposito, il giudizio del presidente Chicco Testa: “Lazio, Campania e Sicilia scontano l’assenza di una strategia di gestione dei rifiuti in grado di fornire una visione nel medio-lungo periodo”.

In merito alla recente possibilità dei due termovalorizzatori in Sicilia, opzione lanciata dal governo regionale, Testa sostiene che “di fatto basterebbero per le soddisfare le esigenze della Regione, sarebbe un segnale davvero importante e in controtendenza con quanto accade nel resto del Sud Italia”.

I tempi, del resto, non sarebbero così complicati: “Due anni, tutto il resto è attesa dei tempi di autorizzazione; tempi ancora troppo lunghi e non adeguati a fornire risposte concreti soprattutto in contesti che richiederebbero interventi rapidi per scongiurare nuove emergenze”.

LA RISPOSTA DELLA REGIONE
“La raccolta differenziata in Sicilia riferita al primo semestre del 2019, secondo gli ultimi dati del dipartimento Acqua e rifiuti, si attesta sul 40 per cento. Nel 2017 era, invece, al 22 per cento. In un anno e mezzo, quindi, la percentuale è quasi raddoppiata, grazie alla squadra messa in campo dalla Regione e fatta dai sindaci, dai tecnici, dalle associazioni ambientalistiche e di categoria”. Lo rivela una nota l’assessorato all’Energia e servizi di pubblicati utilità in merito ai dati diffusi proprio da Fise-Assoambiente.

La Regione sottolinea, in particolare, l’anno di riferimento di quei dati, che è appunto il 2017, cioè quando questa amministrazione non era ancora in carica (Musumeci sarebbe diventato presidente nel novembre di quell’anno), tuttavia anche oggi, al di là della percentuale di differenziata dichiarata dalla Regione stessa, non sembrano esserci risultati straordinari sul fronte della gestione, con l’assenza di impianti e col peso preponderante che continuano ad avere le discariche.

Musumeci, nei giorni scorsi, ha tuttavia ricordato che il “20 per cento in più di differenziata equivale a ingenti quantitativi di rifiuti sottratti alle discariche”, quindi “se volessimo quantificarlo in mancati introiti, nelle casse dei privati sono arrivati 56 milioni in meno”. Sui nuovi impianti niente di particolarmente originale: “stiamo lavorando per attivare nuovi impianti pubblici nell’Isola ma ci vuole tempo perché le norme e la burocrazia prevedono degli iter a volte lunghi”.

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Utilitalia: la Sicilia deve smaltire nei termovalorizzatori almeno 500 mila tonnellate di rifiuti

PALERMO – Se la Sicilia rientra nel novero delle Regioni peggiori nella gestione dei rifiuti, come ribadito da Fise-Assoambiente, è certamente una responsabilità condivisa da tutti i governi regionali che si sono succeduti nel corso degli ultimi anni, mentre quello in corso deve ancora dimostrare coi fatti di essere davvero in grado di rimediare a quanto non fatto dai predecessori: impianti per il riciclo, termovalorizzatori per il recupero elettrico e termico e progressivo abbandono delle discariche, che in Sicilia pesano ancora tantissimo, e del turismo dei rifiuti che di fatto impone l’invio, anche a caro prezzo, in altre Regioni.

Un ritardo generale sancito anche da un altro rapporto uscito in questi giorni, si tratta dello studio “Il fabbisogno nazionale di trattamento dei rifiuti”, all’interno del quale viene scattata una fotografia della situazione attuale e allo stesso tempo disegnato lo scenario al 2035, realizzato da Utilitalia. Secondo la Federazione, gli impianti di trattamento dei rifiuti urbani in Italia sono numericamente insufficienti e mal dislocati sul territorio, e di fatto costringono il Paese a ricorrere alla discarica in maniera esagerata, a differenza di quanto avviene in altri Paesi dalla gestione virtuosa.

Facendo riferimento al 2017, gli ultimi dati ufficiali registrati dall’Ispra, in Italia sono state prodotte 29,6 milioni di tonnellate di rifiuti urbani (500mila in meno rispetto al 2016) e di questi circa 2 milioni sono state trattate o smaltite in Regioni diverse da quelle di produzione. La direzione del flusso è abbastanza indicativa: si viaggia principalmente dal Centro-Sud verso il Nord (il 7% dei rifiuti urbani). La macroarea settentrionale ha in effetti importato il 12% dei rifiuti urbani, pari a 1.680.000 di tonnellate (in crescita del 3%) e ha conferito in discarica il 10%; il Centro ha esportato il 16% dei rifiuti (pari a oltre 1 milione di tonnellate), avviandone a discarica il 36%; il Sud ha invece esportato il 7% (il 29% è finito in discarica).

“Il problema – spiega Filippo Brandolini, vice presidente di Utilitalia – non è solo di capacità installata, ma soprattutto di dislocazione geografica. Serve una strategia nazionale per definire i fabbisogni che operi un riequilibrio a livello territoriale, in modo da limitare il trasporto fra diverse regioni e le esportazioni, abbattendo le emissioni di CO2. Ecocerved ha stimato che nel 2016 i viaggi dei rifiuti italiani sia urbani che speciali sono stati pari a 1,2 miliardi di km”.

Le discariche sono il sistema di trattamento dei rifiuti con il maggiore impatto ambientale, soprattutto per le emissioni di CO2. Tuttavia, sono state ancora smaltite in discarica 6,5 milioni di tonnellate di rifiuti urbani; 600mila di questi sono stati trattati in Regioni diverse da quelle di produzione, principalmente dal Centro verso il Nord. Le esportazioni fra Regioni limitrofe hanno riguardato 220mila tonnellate.

La vita residua delle discariche non arriva a 10 anni: per il Nord si prospettano ancora 8-9 anni; per il Centro 7-8 anni; per il Sud 3-4 anni. Secondo l’analisi di Utilitalia, che tiene conto dei target fissati dal pacchetto Ue sull’economia circolare al 2035, e in particolare del raggiungimento del 65% di riciclaggio e dell’uso della discarica per una quota al massimo del 10%, saremo obbligati a scegliere se costruire nuovi impianti o continuare a portare la spazzatura in discarica: nel primo caso, il fabbisogno impiantistico ammonta a 5,3 milioni di tonnellate; nel secondo,il Paese andrà incontro a nuove procedure di infrazione.

Andando più nello specifico, il Nord risulta autosufficiente per la termovalorizzazione e in debito di 200mila tonnellate per l’organico; il Centro avrebbe bisogno di termovalorizzare 900 mila tonnellate e di trattare 1,1 milioni di tonnellate di organico; al Sud servirebbe termovalorizzare 400mila tonnellate e trattare 1,5 milioni di tonnellate di organico. Per la Sicilia, in particolare, il debito sarebbe di 500mila tonnellate di incenerimento e 700mila tonnellate di organico.

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